Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una sala bingo contro il Comune di Genova in cui si chiedeva la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria n. 189/2014, resa tra le parti, concernente il Regolamento comunale per le sale da gioco e giochi leciti.

Si legge: “La società (…) che svolge attività di gestione di giochi pubblici (bingo, apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6 TULPS) presso l’esercizio posto in Genova (…), giusta concessione (…) rilasciata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS), oggi Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), e di autorizzazione ex art. 88 TULPS rilasciata dalla Questura di Genova – ha impugnato la sentenza n. 189 del 5 febbraio 2014 con cui la Sez. II del T.A.R. Liguria, previa riunione, ha deciso 6 ricorsi (685/2013; 780/2013; 778/2013; 688/2013; 687/2013; 686/2013) proposti avverso il regolamento “sale da gioco e giochi leciti” approvato con delibera del Consiglio comunale di Genova n. 21 del 23 aprile 2013, pubblicata all’albo pretorio dal 9 maggio 2013 al 24 maggio 2013.

La sentenza de qua ha accolto parzialmente i ricorsi annullando l’impugnato regolamento comunale, limitatamente alle disposizioni dettate dall’art. 8, comma 2, secondo periodo (in quanto “sembra implicare la necessità dell’autorizzazione comunale anche per le attività già esercitate sulla base di antecedenti autorizzazioni di polizia e, in tale prospettiva, essa si pone in aperta violazione del principio di irretroattività, valido anche per gli atti regolamentari”); dall’art. 18, comma 1, secondo periodo e dall’art. 20, comma 2 (disposizioni che delimitano l’orario di attività delle sale pubbliche da gioco), nonché gli atti di diffida impugnati nei singoli ricorsi.

IL Comune di Genova non ha interposto appello, quindi la suindicata decisione di parziale annullamento è passata in giudicato.

La società appellante ha impugnato la sentenza, dunque, in ordine ai motivi non accolti dal T.A.R., che concernono essenzialmente profili di presunta illegittimità costituzionale e di sconfinamento dei poteri.

In particolare:

1) Con il primo motivo ripropone la censura di violazione di legge per avere proceduto l’amministrazione comunale in assenza di copertura legislativa, invadendo una sfera riservata alla competenza esclusiva dello Stato trattandosi di materia connessa con l’ordine e la sicurezza pubblica e con la disciplina della concorrenza. Con lo stesso motivo ripropone la questione di legittimità costituzionale della legge regionale Liguria n. 17 del 2012 per contrasto con gli artt. 41, 117 e 118 Cost..

Lamenta che il T.A.R., pur avendo ritenuto fondato il motivo con riferimento alle disposizioni che delimitano l’orario di attività delle sale pubbliche da gioco, non abbia accolto le restanti doglianze concernenti le ulteriori disposizioni del gravato regolamento comunale e ha ritenuto infondata la prospettata questione di legittimità costituzionale.

2) Con il secondo motivo ripropone la doglianza inerente la durata temporalmente limitata della autorizzazione comunale prescritta dal regolamento, sostenendo la violazione da parte del Comune di Genova, dei principi in materia di segnalazione certificata di inizio attività e di quelli di proporzionalità e ragionevolezza, anche in questo caso prospettando questione di legittimità costituzionale della legge regionale n. 17 del 2012 per contrasto con gli artt. 41, 117 e 118 Cost..

Lamenta che il T.A.R., pur avendo ritenuto fondata la censura relativa all’art. 8, comma 2, secondo periodo, del regolamento comunale — secondo cui “l’autorizzazione comunale costituisce comunque condizione di esercizio dell’attività sul territorio comunale” — non abbia accolto le doglianze relative alle ulteriori disposizioni, che prevedono un’efficacia temporalmente limitata dell’istituita autorizzazione comunale a fronte della durata permanente delle autorizzazioni di polizia di cui agli artt. 86 e 88 TULPS, né ha ritenuto di sollevare la prospettata questione di legittimità costituzionale.

3) Con il terzo motivo ripropone le censure avverso le disposizioni regolamentari che pongono un divieto assoluto di svolgimento di attività promozionali e pubblicitarie connesse ai giochi con vincite in denaro, prospettando, ancora una volta, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, L.R. Liguria n. 17 del 2012 per contrasto con gli artt. 3, 23, 41, 97 e 113 Cost..

Sostiene che il T.A.R. Liguria avrebbe omesso di pronunciarsi sulla ragionevolezza e proporzionalità del divieto in contestazione, limitandosi a richiamare la sentenza n. 300/2011 della Corte costituzionale che, a dire dell’appellante, sarebbe riferita ad una fattispecie del tutto diversa.

4) Con il quarto motivo censura le disposizioni del regolamento comunale che istituiscono i c.d. “luoghi sensibili” (attrezzature balneari, spiagge, giardini, parchi, spazi pubblici attrezzati, spazi verdi pubblici attrezzati, sportelli bancari, postali o bancomat, ecc.) in prossimità dei quali non è consentito l’esercizio delle sale da gioco e del gioco lecito, prospettando ancora una questione di legittimità costituzionale della L.R. n. 17/2012 per contrasto con l’art. 117 Cost..

Secondo l’appellante le disposizioni impugnate contrasterebbero con l’art. 7, comma 10 D.L. 158/2012, convertito in L. 193/2012 il quale, in conformità ai principi di differenziazione, sussidiarietà ed adeguatezza consacrati nell’art. 118, comma 1 Cost., ha affidato, con “chiamata in sussidiarietà” alla competente Autorità statale la potestà di pianificare l’utilizzo degli apparecchi da gioco con vincite in denaro. Il suddetto decreto, inoltre:

– ha declinato specifici limiti identificando un numerus clausus di c.d. “luoghi sensibili”, stabilendo che i criteri relativi alle distanze vengano “definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni”;

– ha riconosciuto all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli una esclusiva potestà di pianificazione, consentendo agli enti locali la sola formulazione di “proposte motivate”;

– ha previsto “forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica” della raccolta del gioco praticato con gli apparecchi con distribuzione di vincite in denaro che risultino “territorialmente prossimi” ai luoghi medesimi soltanto a partire dalle concessioni bandite in epoca successiva all’entrata in vigore della legge di conversione.

Quindi la parte appellante sostiene che il T.A.R. avrebbe omesso di pronunciarsi sui suddetti rilevi, limitandosi ad evidenziare la conformità dell’intervento comunale alla legge regionale n. 17 del 2012 e ritenendo quest’ultima costituzionalmente legittima sulla scorta della sentenza n. 300/2011 della Corte costituzionale.

5) Con il quinto motivo denuncia nuovamente il difetto di istruttoria da cui sarebbe affetto l’impugnato regolamento, con particolare riferimento ai divieti e alle limitazioni in materia di orari, attività promozionali e pubblicitarie e c.d. “luoghi sensibili”.

Avrebbe errato il T.A.R. laddove, dopo aver assimilato il fenomeno della c.d. “ludopatia” ad una vera e propria “emergenza sociale”, ha ritenuto pienamente adeguata l’istruttoria compiuta dal Comune di Genova avendo rilevato che nella motivazione del provvedimento si dà conto dei dati recenti relativi alla diffusione del gioco con premi in denaro, anche nel mondo giovanile, nonché della massiccia presenza di tali apparecchi nel territorio di Genova. Sostiene l’appellante che, contrariamente a quanto statuito dal T.A.R. Liguria, tali generiche indagini informative non sarebbero state tali da poter giustificare le gravose limitazioni frapposte dall’Amministrazione comunale all’esercizio delle libertà economiche degli operatori di gioco.

6) Con il sesto ed ultimo motivo l’appellante ripropone la censura riguardante le previsioni regolamentari riferite all’individuazione dei luoghi sensibili nonché delle relative distanze e fasce di rispetto (cfr., art. 7, “localizzazioni e requisiti dei locali”) e sostiene che, in quanto atti di governo del territorio (non meramente esecutivi della normativa regionale e/o di natura squisitamente tecnica), sarebbero dovute essere approvate con le modalità previste dalla L.R. Liguria n. 36/1997, consentendo ai soggetti interessati l’esercizio di adeguate forme di partecipazione procedimentale prima della loro approvazione.

Il Comune di Genova si è costituito nel presente grado di appello per resistere al gravame, chiedendo la conferma dell’impugnata sentenza.

Avverso la medesima pronuncia n. 189/2014 sono stati proposti due ulteriori appelli (rubricati ai nn. 8245/2014 R.G. e 8246/2014 R.G.), entrambi assegnati alla Quinta Sezione e dichiarati perenti con i decreti n. 1172/2020 e n. 1173/2020.

Nella memoria conclusiva la parte appellante rappresenta che:

– l’appello è stato notificato al Comune di Genova ma non alle altre parti private (ricorrenti e resistenti negli ulteriori ricorsi riuniti) e, pertanto, chiede di valutare se ordinare o meno l’integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 95, comma 3 c.p.a., fissando nuova udienza di trattazione;

– nelle more della definizione del presente giudizio sono intervenute alcune significative novità normative tra cui:

– l’art. 4 L.R. 7/2017 che ha modificato l’art. 2, comma 1 L.R. 17/2012, oggetto di censure di costituzionalità anche in sede di appello e sulla scorta del quale è stato emanato il regolamento comunale impugnato in primo grado, che ha portato a 6 anni con possibilità di rinnovo l’autorizzazione per l’esercizio delle sale bingo con la precisazione che per le autorizzazioni esistenti il termine di sei anni decorre dalla data di entrata in vigore della stessa legge disponendo che “entro aprile 2017 si dà inizio al tavolo di lavoro.”;

– l’art. 1 L.R. 2/2018 che ha stabilito che i suddetti termini siano prorogati “fino alla data di entrata in vigore del testo unico in materia di prevenzione e trattamento del gioco d’azzardo patologico (GAP)” (entrata in vigore non ancora avvenuta in quanto il previsto “testo unico” risulta ancora in fase di redazione; invero, il 5 ottobre 2021 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministro della Salute, recante l’adozione delle linee guida, indicate nell’Allegato A, per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da GAP).

Quindi chiede di valutare se rinviare la causa in attesa dell’entrata in vigore del testo unico in materia di prevenzione e trattamento del gioco d’azzardo patologico (GAP), anche ai fini della verifica circa la permanenza dell’interesse a ricorrere quantomeno in relazione al secondo motivo d’appello.

Il Comune di Genova concorda sull’opportunità di disporre l’integrazione del contraddittorio; inoltre rileva che effettivamente la questione principale oggetto di giudizio è da ritenersi superata stante la intervenuta proroga ex lege, per le attività già esistenti sul territorio, fino all’applicazione di un apposito testo unico per la lotta al gioco patologico, non ancora adottato, il quale conterrà la relativa disciplina. In subordine, replica agli avversi motivi di appello deducendone l’infondatezza.

La parte appellante ha replicato brevemente con memoria depositata il 25 ottobre 2021.

All’udienza pubblica del 16 novembre 2021, respinta l’istanza di rinvio, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Preliminarmente il Collegio ritiene che non sia necessario disporre l’integrazione del contraddittorio con le altre parti dei giudizi riuniti in primo grado, avendo l’appello ad oggetto l’impugnazione in parte qua di una sentenza che ha giudicato della legittimità di un atto generale ad effetti scindibili: considerazione, peraltro, avvalorata dal fatto che alcune delle altre parti hanno autonomamente proposto distinti appelli avverso la stessa decisione, sebbene poi definiti con decreti di perenzione.

2. Passando all’esame del merito, innanzitutto deve rilevarsi la sopravvenuta carenza di interesse alla decisione quanto al secondo motivo di appello.

Le parti sostanzialmente concordano sul fatto che la questione principale oggetto di giudizio è da ritenersi superata sia dall’art. 4 L.R. 7/2017 (che ha modificato l’art. 2, comma 1 L.R. n. 17/2012, portando a 6 anni con possibilità di rinnovo l’autorizzazione per l’esercizio delle sale bingo e precisando che per le autorizzazioni esistenti il termine di sei anni decorre dalla data di entrata in vigore della stessa legge), sia dall’art. 1 L.R. 2/2018 (che ha stabilito che i suddetti termini sono prorogati “fino alla data di entrata in vigore del testo unico in materia di prevenzione e trattamento del gioco d’azzardo patologico (GAP)”.

Come riferisce la parte appellante il previsto “testo unico” risulta ancora in fase di redazione; invero, il 5 ottobre 2021 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministro della Salute, recante l’adozione delle linee guida, indicate nell’Allegato A, per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da GAP.

In definitiva, allo stato, le censure formulate con il secondo motivo sono prive di attualità, essendo state le disposizioni ivi censurate superate dalle novità normative innanzi richiamate.

3. Quanto agli ulteriori motivi, l’appello è infondato.

3.1. Con il primo motivo l’appellante sostiene che il Comune avrebbe agito in assenza di copertura legislativa, invadendo una sfera riservata alla competenza esclusiva dello Stato trattandosi di materia connessa con l’ordine e la sicurezza pubblica e con la disciplina della concorrenza e ripropone la questione di legittimità costituzionale della L.R. Liguria 17/2012 per contrasto con gli artt. 41, 117 e 118 Cost..

La censura è infondata alla luce della ratio sottesa alla disciplina regionale in rassegna, che è quella di prevenire il vizio del gioco, anche se lecito, e di tutelare determinate categorie di persone, dunque nell’esercizio delle competenze legislative regionali in materia di salute e politiche sociali.

La sentenza impugnata ha dato atto che nel corso dell’istruttoria comunale, come ricavabile dagli atti di causa, sono stati acquisiti dati sulla crescente dipendenza dal gioco a premi in denaro che viene esercitato, in apparenza per piccole somme, dalle categorie sociali meno attrezzate economicamente e culturalmente a resistere alla tentazione di provare ad arricchirsi nel modo che la norma intende limitare.

E’ emerso (si tratta di dati sostanzialmente non contestati nella loro obiettività) che la capillarità delle strutture apprestate è in grado di raggiungere gli strati meno avvertiti della popolazione, causando loro danni che possono essere ovviati con apposite politiche sociali.

Sulla base dei suddetti rilievi, condivisibilmente il T.A.R. ha concluso che la legge regionale e il regolamento comunale hanno preso in esame aspetti del gioco a premi in denaro che attengono alla tutela della salute e alle politiche sociali, cosicché non sussiste la denunciata invasione delle prerogative statali nella materia dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Anche la questione relativa alla compatibilità costituzionale della normativa in tema di giochi leciti è stata risolta dal primo giudice con argomentazioni che il Collegio ritiene condivisibili.

Il T.A.R. si è soffermato sulla sentenza n. 300 del 10 novembre 2011 con cui la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legge n. 13 del 22 novembre 2010, con cui la Provincia di Bolzano, al fine dichiarato di prevenire il vizio del gioco, aveva introdotto regole assai simili a quelle disegnate dal legislatore ligure (ad esempio, in tema di “luoghi sensibili” nei quali non possono essere ubicate le sale da gioco e di divieto di attività pubblicitarie).

Il giudice delle leggi ha escluso che, alla luce delle finalità dichiarate dal legislatore provinciale, la normativa introdotta potesse ricondursi alla competenza legislativa statale in materia di ordine pubblico e sicurezza la quale, invece, attiene alla prevenzione dei reati e al mantenimento dell’ordine pubblico.

La Corte ha affermato che le disposizioni ivi censurate, viceversa, riguardavano “situazioni che non necessariamente implicano un concreto pericolo di commissione di fatti penalmente illeciti o di turbativa dell’ordine pubblico, inteso nei termini dianzi evidenziati, preoccupandosi, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché dell’impatto sul territorio dell’afflusso a detti giochi degli utenti”.

Osserva il Collegio che le riferite considerazioni, diversamente da quanto opina l’appellante, si attagliano perfettamente anche alla L.R. Liguria n. 17/2012 che, come correttamente affermato dal T.A.R., è intervenuta, non direttamente sull’individuazione dei giochi leciti, ma su fattori, quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità, che potrebbero, da un lato, “indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni” e, dall’altro, “influire sulla viabilità e sull’inquinamento acustico delle aree interessate”.

Ne discende l’insussistenza dei denunciati profili di illegittimità costituzionale.

3.2. Per ragioni analoghe è infondato anche il terzo motivo, con cui l’appellante ripropone le censure avverso le disposizioni regolamentari che pongono un divieto assoluto di svolgimento di attività promozionali e pubblicitarie connesse ai giochi con vincite in denaro, prospettando, ancora una volta, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, L.R. Liguria n. 17 del 2012 per contrasto con gli artt. 3, 23, 41, 97 e 113 Cost..

Si tratta dell’art. 9, comma 14, secondo periodo (“sono inoltre vietate le esposizioni esterne al locale di cartelli, manoscritti e/o proiezioni che pubblicizzano vincite temporali appena accadute o storiche”), dell’art. 9, comma 15 (“è vietata qualsiasi attività pubblicitaria relativa all’apertura o all’esercizio di sale da gioco”), e dell’art. 16, comma 1, lett. j) (che ribadisce il “divieto di attività pubblicitaria relativa all’apertura o all’esercizio di sale giochi”).

Il T.A.R., dopo aver evidenziato che anche le suddette norme regolamentari traggono la loro fonte di legittimazione dalla legge regionale la quale, con formulazione onnicomprensiva, ha previsto il divieto di qualsiasi attività pubblicitaria relativa all’apertura o all’esercizio di sale da gioco (art. 2, comma 3), ha osservato che l’incompatibilità costituzionale di un divieto siffatto va esclusa alla luce della citata sentenza n. 300/2011 della Corte costituzionale.

L’appellante sostiene che il T.A.R. avrebbe omesso di pronunciarsi sulla ragionevolezza e proporzionalità del divieto in contestazione, limitandosi a richiamare la sentenza n. 300/2011 della Corte costituzionale.

La censura è destituita di fondamento.

Invero la sentenza impugnata ha escluso che le disposizioni censurate si pongano in violazione del principio della libera concorrenza o che pregiudichino la competenza legislativa dello Stato in subiecta materia. Ciò non solo in considerazione delle finalità di prevenzione sociale e di tutela del contesto urbano che le stesse si prefiggono di conseguire ma anche alla luce dei principi affermati dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia che consente eventuali restrizioni alla disciplina europea qualora giustificate da esigenze imperative connesse all’interesse generale, come ad esempio la tutela dei destinatari del servizio e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco (cfr. sentenza 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11, e sentenza 19 luglio 2012, nelle cause riunite C-213/11, C-214/11 e C-217/11), con conseguente legittima introduzione, da parte degli Stati membri (e delle loro articolazioni ordinamentali), di restrizioni all’apertura di locali adibiti al gioco, a tutela della salute di determinate categorie di persone maggiormente vulnerabili in funzione della prevenzione della dipendenza dal gioco (interesse fondamentale, salvaguardato dallo stesso Trattato CE. Si tratta di principi poi richiamati, in fattispecie analoghe, da questo Consiglio (Sez. VI, 20 maggio 2014, n. 2542; a seguire: Sez. V, 6 settembre 2018, n. 5237, Sez. VI, 11 marzo 2019, n. 1618, id. 19 marzo 2019, n. 1806; da ultimo Sez. I, parere def. n. 686 del 16 aprile 2021).

3.3. Con il quarto motivo l’attenzione dell’appellante si appunta sulle disposizioni del regolamento comunale che istituiscono i c.d. “luoghi sensibili” in prossimità dei quali non è consentito l’esercizio delle sale da gioco e del gioco lecito.

Sono riproposte le censure relative alle disposizioni del regolamento comunale che hanno ampliato il novero dei “luoghi sensibili” (rispetto ai quali è stata prevista una fascia di sicurezza di un raggio di 300 metri entro i quali non è consentito l’esercizio delle sale da gioco e del gioco lecito nei locali aperti al pubblico e, dunque, è precluso il rilascio delle relative autorizzazioni) e hanno riconosciuto al Comune la facoltà di individuare a tal fine altri luoghi sensibili, “tenuto conto dell’impatto della stessa sul contesto urbano e sulla sicurezza urbana, nonché dei problemi connessi con la viabilità, l’inquinamento acustico e il disturbo della quiete pubblica” (art. 2 L.R. 17/2012).

Il riferimento è all’art. 7, comma 1, n. 5 del regolamento comunale che ha individuato quali ulteriori luoghi sensibili le “attrezzature balneari e spiagge” nonché all’art. 7, comma 1, n. 6, che ha individuato i “giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici attrezzati”.

E’ stato introdotto, inoltre, il divieto di aprire agenzie per la raccolta di scommesse, sale VLT e di installare giochi con vincita in denaro nel raggio di 100 metri da “sportelli bancari, postali o bancomat” e da “agenzie di prestiti di pegno o attività in cui si eserciti l’acquisto di oro, argento od oggetti preziosi” (art. 7, comma 3).

Secondo l’appellante le disposizioni impugnate contrasterebbero con l’art. 7, comma 10 D.L. 158/2012, convertito in L. 193/2012 il quale, in conformità ai principi di differenziazione, sussidiarietà ed adeguatezza consacrati nell’art. 118, comma 1 Cost., ha affidato, con “chiamata in sussidiarietà” alla competente Autorità statale la potestà di pianificare l’utilizzo degli apparecchi da gioco con vincite in denaro.

Quindi sostiene che il T.A.R. avrebbe omesso di pronunciarsi sul punto limitandosi ad evidenziare la conformità dell’intervento comunale alla legge regionale n. 17/2012 e ritenendo quest’ultima costituzionalmente legittima sulla scorta della sentenza n. 300/2011 della Corte costituzionale.

Anche tale motivo è infondato.

Invero il primo giudice si è espressamente pronunciato sul punto rilevando che l’orientamento del legislatore nazionale ricavabile dall’art. 7, commi 4, 4 bis e dall’art. 5, D.L. 158/2012 (cd. decreto Balduzzi), appare del tutto simile a quello fatto proprio dalla legge regionale, quindi ha respinto la censura evidenziando che la ricorrente non si era soffermata a delineare le pretese differenze tra le due discipline.

Ciò posto, è condivisibile l’argomentazione del T.A.R. laddove osserva che il potere di individuare ulteriori luoghi sensibili nei quali non sono ammissibili le sale da gioco, o le postazioni per tali attività, è stato esercitato in aderenza alla legge regionale che lo ha espressamente previsto.

La nozione di “contesto urbano” cui fa riferimento la legge regionale è necessariamente generica consentendo, dunque, specificazioni ad opera dei soggetti, in questo caso il Comune, dotato della relativa potestà, viepiù se si considera la già declinata finalità, perseguita dalla regolamentazione in esame, di politica sociale dell’azione di contenimento del gioco a premi in denaro, che qualifica in termini di la ragionevolezza le scelte operate dal Comune.

Anche la questione di legittimità costituzionale, ancora una volta riproposta dall’appellante, va superata, come correttamente ha fatto il T.A.R., tenuto conto dei principi affermati dalla Corte costituzionale nella citata sentenza n. 300/2011.

In proposito la Corte ha affermato che “Gli «interessi pubblici primari» che vengono in rilievo ai fini considerati sono, infatti, per quanto detto, unicamente gli interessi essenziali al mantenimento di una ordinata convivenza civile: risultando evidente come, diversamente opinando, si produrrebbe una smisurata dilatazione della nozione di sicurezza e ordine pubblico, tale da porre in crisi la stessa ripartizione costituzionale delle competenze legislative, con l’affermazione di una preminente competenza statale potenzialmente riferibile a ogni tipo di attività. La semplice circostanza che la disciplina normativa attenga a un bene giuridico fondamentale non vale, dunque, di per sé, a escludere la potestà legislativa regionale o provinciale, radicando quella statale”.

3.4. Le considerazioni svolte ai precedenti punti 3.1. e 3.2. valgono anche per dichiarare l’infondatezza del quinto motivo, con cui l’appellante denuncia nuovamente il difetto di istruttoria da cui sarebbe affetto l’impugnato regolamento, con particolare riferimento ai divieti e alle limitazioni in materia di orari, attività promozionali e pubblicitarie e c.d. “luoghi sensibili”.

Avrebbe errato il T.A.R. laddove, dopo aver assimilato il fenomeno della c.d. “ludopatia” ad una vera e propria “emergenza sociale”, ha ritenuto pienamente adeguata l’istruttoria compiuta dal Comune di Genova avendo rilevato che nella motivazione del provvedimento si dà conto dei dati recenti relativi alla diffusione del gioco con premi in denaro, anche nel mondo giovanile, nonché della massiccia presenza di tali apparecchi nel territorio di Genova.

Le questioni che precedono sono state già affrontate ai punti che precedono ai quali, pertanto, per brevità si rinvia.

In ogni caso va ricordato che la Corte costituzionale, anche con riferimento alle Regioni a statuto ordinario, ha affermato la legittimità costituzionale delle previsioni normative regionali in materia di distanze delle sale giochi dai c.d. siti sensibili, in particolare dichiarando, con la sentenza n. 108 dell’11 maggio 2017, non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge della Regione Puglia 13 dicembre 2013, n. 43, recante «Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)», sollevate dal T.A.R. per la Puglia, Sezione staccata di Lecce, in riferimento all’art. 117, commi secondo, lettera h), e terzo, della Costituzione.

Con tale pronuncia, la Corte ha ribadito che il legislatore regionale con la censurata disposizione persegue in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente «tutela della salute» (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale le regioni possono legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale, muovendosi la norma regionale su un piano distinto da quella del TULPS, in quanto essa non mira a contrastare i fenomeni criminosi e le turbative dell’ordine pubblico collegati al mondo del gioco e delle scommesse, ma si preoccupa, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, segnatamente in termini di prevenzione di forme di gioco cosiddetto compulsivo.

La Corte ha, in tale contesto, anche escluso il contrasto della disposizione regionale con la norma interposta di cui all’art. 7, comma 10, D.L. 158/2012, ricavandosi dalla citata norma statale soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia fondati sul rispetto di distanze minime dai luoghi c.d. sensibili, non anche quello della necessità della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale.

Tale impostazione è stata, peraltro, confermata anche da successivi interventi dello stesso legislatore statale, quali l’art. 14 L. 23/2014, che ha conferito al Governo la delega legislativa per il riordino in un codice delle disposizioni vigenti in materia di giochi pubblici, l’art. 1, comma 936, L. n. 208/2015 che ha previsto che entro il 30 aprile 2016 vengano definite, in sede di Conferenza unificata, «le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché i criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età», nonché, da ultimo, il D.L. n. 87/2018, convertito nella legge n. 96/2018, laddove è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, di giochi e scommesse con vincite di denaro e di gioco d’azzardo, in linea con la ratio legis della previsione di un distanziometro diretta alla protezione di categorie ‘deboli’ e alla prevenzione di possibili dipendenze patologiche da gioco.

“A ciò si aggiunge l’orientamento, ormai consolidato, della giurisprudenza amministrativa che, in recepimento delle citate pronunce della Corte costituzionale (cui adde, sotto ulteriori profili, Corte cost. n. 220/2014, quale richiamata da Cons. Stato, Sez. IV, 10 luglio 2018, n. 4201), ha ripetutamente affermato la legittimità delle discipline, regionali e delle Province autonome, che pongono limiti alla collocazione nel territorio delle sale da gioco e di attrazione e delle apparecchiature per giochi leciti, dichiaratamente finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio assistenziale (v., ex plurimis, oltre alla sentenza da ultimo citata, Cons. Stato, Sez. IV, 27 novembre 2018; Cons. Stato, Sez. V, 6 settembre 2018, n. 5237), affermandone, altresì, la compatibilità con il diritto eurounitario” (Cons. Stato, Sez. VI, 11 marzo 2019, n. 1618).

3.5. Infondato è, infine, l’ultimo motivo con cui l’appellante ripropone la censura riguardante le previsioni regolamentari riferite all’individuazione dei luoghi sensibili e delle relative distanze e fasce di rispetto e sostiene che, trattandosi di atti di governo del territorio, la relativa approvazione sarebbe dovuta avvenire in conformità alla legge urbanistica regionale, n. 36 del 4 settembre 1997, consentendo ai soggetti interessati l’esercizio di adeguate forme di partecipazione procedimentale prima della loro approvazione.

L’appellante non condivide l’argomentazione del T.A.R. laddove ha respinto la suddetta censura ritenendo che la ricostruzione del potere esercitato in concreto dalla pubblica amministrazione, prospettata dalla parte, è difforme dalla qualificazione emergente dalla legge regionale n. 17/2012, quale funzione tipica nel campo delle politiche sociali che, in quanto tale, non ha diretta relazione con la pianificazione territoriale.

Osserva il Collegio che, alla stregua delle considerazioni ripetutamente svolte nella sentenza impugnata, in ordine alla tipologia di potere speso dal Comune nell’adottare il regolamento impugnato (prevenire il vizio del gioco, anche se lecito, e tutelare determinate categorie di persone), deve escludersi, come il T.A.R. condivisibilmente e con motivazione sintetica ha fatto, che nel caso di specie, gli atti adottati avessero la consistenza di atti di governo del territorio, risultando, pertanto, del tutto eccentrico il richiamo alle procedure di cui alla L.R. Liguria n. 36/1997.

Conclusivamente, nella parte per la quale permane l’interesse, l’appello è infondato e deve essere respinto.

4. Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge dichiarandolo in parte improcedibile, come da motivazione.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese del presente grado di giudizio, liquidandole in complessivi 3.000,00 (tremila) oltre oneri di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.

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