“Gli Esport sono un fenomeno globale, si tratta di un’attività di natura privatistica, non sono uno sport, si svolgono attraverso l’esercizio di poteri negoziali e accordi tra diversi protagonisti della filiera. Il controllo giuridico è in mano ai publisher. La nostra tesi è confermata dalla recente risoluzione del parlamento europeo, dove viene chiarito che gli sport elettronici e gli sport sono due cose diverse. Se vogliamo veramente tentare di aprire il mercato degli Esport è necessario che ci sia una spinta legislativa. La proposta che facemmo di avere un sistema di licenze obbligatorie a parità di condizioni non significa abbassare l’asticella, ma il contrario. Bisogna fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità”. Lo ha detto Luca Pardo (Founding Partner di Ontier Italia) analizzando il tema della salvaguardia del diritto d’autore dei publisher durante il III Esports Legal Forum organizzato da OIES.

Giulietta Minucci (Senior Associate di Lexia Avvocati) ha invece parlato dei profili di diritto di proprietà intellettuale, diritto d’autore e diritto civile connessi alla vendita degli NFT: “L’NFT si può definire come un paniere di diritti. In questo settore c’è un’evoluzione molto interessante, vanno presi in considerazione diversi elementi. Prima di tutto va detto che in Italia e in Europa non c’è una normativa che regolamenta l’impiego degli NFT, c’è una sorta di vuoto normativo, ma questo non vuol dire che siamo in un sistema totalmente privo di regole. Ci sono infatti alcune prerogative già esistenti che ora dovranno essere applicate in questo settore. Quando si parla di NFT il concetto di proprietà intellettuale è molto importante”.

Carlo Rombolà (Founding Partner dello Studio Legale Rombolà & Associati), si è soffermato sulle nuove professioni (e della loro possibile regolamentazione) che stanno nascendo grazie agli Esports: “Nel momento storico attuale non bisogna trascurare l’aspetto divulgativo connesso alla questione degli sport elettronici. Quando si parla di esport ci sono alcuni punti chiave da considerare: ci stiamo riferendo a un contesto dove il dinamismo e il desiderio di mettersi alla prova sono identici a quelli degli sport tradizionali; anche negli sport tradizionali la tecnologia si è affincata alla tecnica; gli sport elettronici sono un femoneno di rilevanza giuridica e politico-sportiva; la prospettiva non può essere solo nazionale, bensì internazionale; quello degli esport è un fenomeno di portata planetaria, caratterizzato da una crescita esponenziale; gli esport prevedono una preparazione atletica che ne consente l’equiparazione a quelli tradizionali; anche in questo campo c’è un riconoscimento subordinato al rispetto di valori e regolamenti olimpici e all’esistenza di un ente deputato a garantirlo; non esiste al momento una compiuta regolamentazione del settore. Le figure professionali eSportive sono diverse, tra queste troviamo cyberatleti, team, coach, team manager, analyst, preparatori (cyber) atleti, ecc.”.

Biagio Giancola (Legal Partner dello Studio Legale Martinelli Rogolino Giancola) ha fatto un approfondimento sul riconoscimento degli Esports da parte delle istituzioni nazionali e internazionali: “Serve una certificazione del CONI, non tutti gli esercizi fisici sono sport. Quello degli esport è un settore che non ha operatori europei, non ha publisher (a livello avanzato) europei. Serve un programma, anche culturale ed economico, che posizioni dei publisher nei nostri territori europei. I programmi economici esistenti in Europa prevedono 6 milioni di euro a supporto degli esport, nulla, sevono risorse molto superiori. Il Coni si sta impegnando molto, c’è un comitato promotore che sta dialogando con tutte le federazioni, l’idea è quella di affidare a ogni federazione oggi esistente la fetta riferita allo sport virtuale. Prima va creato un mercato, poi si regolamenta”.

Stefano Sbordoni (Managing Partner & Founder dello Studio Legale Sbordoni & Partners) si è concentrato sul tema dei concorsi a premio negli Esports: “Il settore è nuovo dal punto di vista istituzionale e paraistituzionale. La norma segue il mercato, ma raramente lo anticipa. Anzi, lo ingessa. Il fenomeno esport si è espanso per motivi evolutivi e di mercato. Dato che il fenomeno ha assunto queste dimensioni, in qualche modo deve essere svolto, e questo non può accadere solo sul web, ma anche sul territorio. Per svolgere gli esport a terra dobbiamo trovare il modo di autorizzarli. Nonostante gli apprezzabilissimi sforzi di ADM alcune questioni inerenti gli esport mi lasciano perplesso, soprattutto quella che rimanda agli spettacoli viaggianti. Quando è esploso il caso Lan-gate, creando scalpore, la politica si è finalmente interessata alla questione con tre progetti di legge, prima non era stato fatto nulla. Io li ho letti, i tre pdl sono inadeguati, poveri. C’è stata sicuramente molta buona volontà, ma manca la sostanza. Andrebbe fatto qualcosa di meglio, di più semplice. Almeno il segnale è che la politica si sta attrezzando. Sappiamo che ci sono molte possibilità di scommessa sugli esport, ma oggi il palinsesto dei concessionari che possono offrire scommesse prevede pochi eventi di esport. Questo perchè sono eventi esteri e perchè il ritorno economico è bassissimo. Naturalmente sono esteri perchè ci sono alcune autorità estere che riconoscono gli esport e certificano i risultati. Senza un ente che certifica i risultati, infatti, non è possibile realizzare scommesse”.

Infine Niccolò Travia (Managing Partner dello Studio Lorenzoni) ha trattato il caso Lan-gate e i suoi possibili sviluppi: “Il legislatore ha delegato ad ADM la regolamentazione tecnica per gli apparecchi da intrattenimento senza vincita in denaro. Nel cercare di incasellare tutti i vari dispositivi di gioco l’Agenzia ha equiparato i videogiochi ai comma 7C, per cui si paga una quota di partecipazione e non ci sono forme di alea, ma non possono essere collegati in rete. Ci sono state direttive, circolari, proposte di legge e interrogazioni parlamentari. Ora si vedrà se queste proposte avranno un seguito. Per come la disciplina è ora si potrebbe lavorare su alcuni aspetti tecnici per trovare un punto di contatto che permetta all’ADM di accedere ai computer. Si potrebbero anche utilizzare il protocolli di comunicazione già impiegati per l’online”.

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