La Settima Sezione Penale della Corta di Cassazione ha rigettato il ricorso di due esercente contro la sentenza della Corte d’Apello di Caltanissetta nel merito di un Internet Point nel quale venivano raccolte scommesse irregolari.

Per i ricorrenti non sarebbe stata raggiunta “in giudizio una piena prova in ordine alla illegittimità dell’attività di internet point svolta all’interno del locale adibito anche a rivendita di ricariche di gioco, dotata di regolare licenza; con il secondo motivo si duole in ragione della erronea valutazione delle prove documentali a discarico fornite dalla difesa; con il terzo motivo,l’estraneità ai fatti di uno degli imputati relativi alla gestione del centro internet point in quanto presente sul luogo al posto del titolare momentaneamente assente”.

Per i giudici della Corte di Cassazione “le argomentazioni contenute in tutti i motivi sono in punto di fatto e dunque prive dell’enunciazione delle ragioni di diritto, aventi ad oggetto doglianze
riproduttive di censure già adeguatamente vagliate con non illogica motivazione, e che le doglianze non rientrano nel numerus clausus delle censure deducibili in sede di legittimità, investendo profili di valutazione della prova e di ricostruzione del fatto riservati alla cognizione del giudice di merito, le cui determinazioni, al riguardo, sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette da motivazione congrua, esauriente ed idonea a dar conto dell’iter logico-giuridico seguito dal giudicante e delle ragioni del decisum.

Nel caso di specie, dalle cadenze motivazionali della sentenza d’appello è enucleabile una ricostruzione dei fatti precisa e circostanziata, avendo i giudici di secondo grado preso in esame tutte le deduzioni difensive ed essendo pervenuti alle loro conclusioni, in punto di responsabilità, attraverso una disamina completa ed approfondita delle risultanze processuali, in nessun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa
sede, come si desume dalle considerazioni formulate dal giudice a quo in ordine alla mancata esibizione dell’autorizzazione di cui all’art. 88 TULS relativa alla gestione di attività di gioco e scommesse e alla testimonianza dell’operante che ha trovato iuno degli imputati dietro il bancone in evidente atteggiamento gestorio e che ha dichiarato spontaneamente agli operanti che la gestione delle scommesse fosse effettuata da entrambi i ricorrenti”.

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