L’attività di raccolta di scommesse è da intendersi esente da IVA anche quando è svolta per un bookmaker con sede all’esterno e privo di concessione statale italiana.

La Commissione Tributaria della Calabria ha accolto il ricorso di un esercente al quale l’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’omesso versamento IVA per quell’anno d’imposta ed aveva recuperato a tassazione l’imposta con sanzioni ed interessi.

Il contribuente aveva dedotto che raccoglieva scommesse per conto di una società con sede all’esterno e che il fatto che quest’ultima avesse sede nell’Unione Europea lo sottraeva dall’imposizione ai fini IVA. Inoltre aveva richiamato la legge finanziaria del 2005 per ribadire l’esenzione da IVA per gestori e terzi incaricati delle giocate. Aveva quindi chiesto dichiararsi nullo l’accertamento.

Per l’Agenzia delle entrate invece l’attività era stata svolta in forma imprenditoriale e si era svolta tutta in territorio italiano, sicché non vi erano i presupposti per la non imponibilità ai fini IVA. Per la Commissione Tributaria per la Calabria il contratto intercorso con la società straniera dimostra che l’esercizio svolte attività di raccolta di scommesse. L’attività di chi raccoglie scommesse per conto di una società avente sede nell’Unione europea, mentre è sottoposto ad altra imposizione (il riferimento è all’imposta Unica sui concorsi, pronostici e scommesse, che tuttavia non costituisce oggetto dell’accertamento originariamente opposto), è completamente esente da IVA. La ratio dell’esenzione è costituita dal fatto che, a fronte di un collettore di scommesse nel nostro Paese che agisca per conto di una società che ha sede in altro Stato dell’Unione, quest’ultima viene sottoposta a tassazione in quello Stato e pertanto non può darsi luogo a doppia imposizione. Da qui la dichiarazione di nullità dell’accertamento.