“Siamo in un limbo. Sospesi in attesa che qualcuno decida sulla riaperture delle attività di gioco legale”, così Stefano Zapponini, presidente di Sistema Gioco Italia, la federazione di filiera dell’industria del gioco e dell’intrattenimento aderente a Confindustria che rappresenta imprese delle AWP, bingo, ippica e scommesse.

“Posso e voglio pensare che non ci sia una particolare esigenza se non quella di prendere tempo, di chi ha deciso di riservarsi questo settore: lo Stato. Le domande che ci si deve porre è se possiamo permetterci, tanto più in questo frangente, di rinunciare a cospicue entrate eraria da questo settore, la certezza che questa condizione porta alla morte di moltissime imprese, se si può affrontare l’aumento di cassa integrazione e licenziamenti. Se, soprattutto, si può restituire il mercato alla criminalità organizzata.

Non si tratta qui di fare terrorismo psicologico, ma è certo che il rischio di vanificare un lavoro di circa due decenni è molto alto. Stiamo parlando di anni di investimenti molto importanti, sicuramente di carattere economico da parte delle aziende, su cui hanno lavorato anche le istituzioni.

Evidentemente questo sacrificio estremo merita rispetto”.

Cosa avete fatto come federazione? Come vi siete attivati?

“Noi abbiamo immaginato e proposto un programma di aperture. Il settore si è dimostrato unito, consapevole che la riapertura oggi significa sopravvivenza. Se possiamo riassumere il tutto userei una sola parola: normalità. Chiedo solo e solamente normalità. L’ho fatto quasi tre anni e mezzo fa, in occasione del mio primo intervento come presidente di Sistema Gioco Italia, e lo faccio oggi.

Come tutte le attività di questo paese abbiamo proposto modalità di apertura in linea con i protocolli di sicurezza adottati dal Governo. Lo abbiamo fatto per l’ippica, per le scommesse e i concessionari grazie anche al lavoro di una concessionaria in particolare. Lo abbiamo fatto per il Bingo con il protocollo sottoscritto poi anche dalle organizzazioni sindacali”.

Cosa manca allora?

“Mi chiederei qual è l’ostacolo. Osta una certa confusione su chi debba decidere, attivare insomma questo interruttore. Non sono solito sottovalutare la prudenza e l’intelligenza degli interlocutori. Si tratta di essere attenti e responsabili in questa fase, e di attenzione ce n’è molta. Non nascondo di stupirmi quando sento parlare di apertura dei casinò e mi domando quanto sa diverso, in termini di sicurezza, aprire una sala bingo e una sala giochi. E’ certo che stiamo scontando una scarsa conoscenza del settore da parte del decisore, che sia il politico nazionale o locale. Una cosa che questa esperienza ci lascerà come eredità è proprio la consapevolezza di quanto poco si sa di questo settore. Quando c’è un ‘buco’ come questo è necessario fare autocritica. Evidentemente dobbiamo puntare più sui contenuti che su questioni legate alle varie ‘emergenze’ di cui siamo di volta in volta investiti, sulla formazione e informazione. La filiera non è nota per l’unità del settore”.

Un settore che oggi chiede visibilità, anche attraverso le istanze e le manifestazioni dei lavoratori…

“Non ho mai creduto alla ‘piazza’ fine a se stessa, ma i lavoratori vanno rispettati. Una perdurante situazione di incertezza viene interpretata come discriminazione, è chiaro. Meglio una brutta verità, a volte, che una non risposta. L’incertezza basata sulla mancata certezza di date: come a dire e perchè non ce lo dicono? Cosa c’è sotto? L’imprenditore ha investito sulla sua attività ma anche sulla comunità. E’ ovvio che è nel suo interesse aprire in sicurezza, senza danneggiare minimamente nessuno dei suoi clienti. Ma qualcosa si inceppa e ci chiediamo qual è l’ultimo miglio da percorrere”.

Qualche politico non ha mancato di esprimersi in modo negativo, ancora una volta sul settore…

“Non dimentichiamo che l’anno prossimo ci sono le amministrative. Il tema è un tema da campagna elettorale, di quelli che creano consensi. Certo viene da chiedersi perché si parla dei dipendenti di FCA e non una riga sui giornali delle migliaia di posti di lavoro dei giochi. Ma non è un tema da giornale. Ecco cosa voglio dire quando chiedo, invoco, la normalità. Una normalità di comportamento, senza privilegio”.

Come imprenditore cosa prova in questo momento?

“Il fatto di essere imprenditore mi impone di essere ottimista e confido nel fatto che arrivati a questo punto qualcuno si decida a dirci qualcosa.

Come partiremo. In svantaggio, è certo. Il danno di tre mesi di chiusura è un danno non recuperabile. Guadagnare terreno sul mercato in una condizione di legalità è un lavoro che richiede tempo, continuità, bisogna intervenire in modo capillare. A fronte di giocatori che in questi mesi non hanno giocato, non si sono recati in sala, ce ne sono molti altri che hanno cercato offerte altrove. E questo spazio lasciato alla illegalità sarà difficilissimo da recuperare”.