Una scelta “scientificamente e socialmente incomprensibile”. Così il presidente di Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, sulla decisione del Governo di mantenere il coprifuoco alle 22, “incoerente rispetto alle finalità che si propone, perché comprime gli orari e favorisce comportamenti disordinati e opposti”.

Quanto ai ristori, gli imprenditori dei pubblici esercizi si dicono “esasperati dal ritardo nel comunicare nel dettaglio le misure compensative più volte annunciate. Le chiusure devono essere accompagnate da sostegni equi, come peraltro suggerito dalla stessa Banca d’Italia nelle audizioni parlamentari. I dichiarati giusti propositi di attivare ristori perequativi, progressivi, selettivi e proporzionati ai danni devono trovare riscontro immediato nei provvedimenti di politica economica del governo. Chi è stato maggiormente penalizzato deve essere maggiormente sostenuto”. E’ quanto riporta Confcommercio.

Stoppani sottolinea poi che “alle condizioni del decreto legge sulle riaperture oltre la metà dei pubblici esercizi italiani non può di fatto farlo. Sono scelte che vanno spiegate e bene, perché appaiono punitive rispetto a quelle adottate in momenti più critici dal punto di vista sanitario. Siamo stati i primi a proporre gradualità e regole certe, che tuttavia devono avere un supporto di carattere scientifico. Pur applicando rigorosi protocolli di sicurezza e garantendo il solo servizio al tavolo, oggi si ritiene che il problema sia l’utilizzo degli spazi interni. Noi siamo esausti di pagare colpe non nostre, come la lentezza della campagna di vaccinazione e l’impossibilità di controllare il territorio punendo comportamenti scorretti. Se il 15 maggio il Governo ha preso l’impegno di vaccinare tutti gli over 70 di questo Paese, riteniamo giusto che prenda anche l’impegno a riaprire le attività all’interno a pranzo e a cena applicando i rigorosi protocolli già approvati”. Infine c’è spazio per un grido d’allarme, quasi di disperazione: il settore dei pubblici esercizi, “elemento fondante dell’identità ed attrattività dell’Italia sta morendo. Abbiamo già pagato con oltre 22mila imprese chiuse nel 2020, la perdita di 250mila posti di lavoro e ingentissimi danni economici. Oltre al disagio sociale e agli effetti a catena che questo comporta, si sta disperdendo un patrimonio di conoscenze e competenze di grande valore per il Paese”.