Il rilancio del Paese passa dallo sviluppo di un turismo che sia realmente sostenibile. E per raggiungere questo risultato, l’Italia dovrà dimostrare di saper rigenerare il proprio tessuto urbano, sia nelle grandi città che nei borghi minori. Una vera e propria rivoluzione che non può fare a meno della componente fondamentale e qualificante dell’offerta turistica nazionale: i 300mila pubblici esercizi, fiore all’occhiello del sistema Italia e terminale ultimo di una filiera d’eccellenza quale è l’agroalimentare.

È questo il cuore dell’intervento effettuato dal vicepresidente vicario di Fipe-Confcommercio, Matteo Musacci, nel corso dell’audizione odierna davanti alle commissioni Bilancio e Politiche dell’Unione europea del Senato, dedicata proprio al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Per questo, ha spiegato Musacci, è indispensabile che il Recovery Plan cui sta lavorando in questi giorni il presidente del Consiglio, Mario Draghi, punti con coraggio sulla valorizzazione dei pubblici esercizi. In particolare su tre aspetti: giovani, donne e digitalizzazione.

La FIPE, Federazione Italiana Pubblici Esercizi, è l’associazione leader del settore della ristorazione, dell’intrattenimento e del turismo, nel quale operano più di 300 mila imprese con un milione di addetti che generano un valore aggiunto di oltre 46 miliardi. FIPE si propone come aggregatore del tessuto imprenditoriale del turismo nelle sue più varie forme, rappresentando e assistendo bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, pasticcerie, discoteche,
stabilimenti balneari ma anche aziende di ristorazione collettiva, grandi catene di ristorazione
multilocalizzata, società emettitrici di buoni pasto, sale gioco, buffet di stazione, aziende di catering e banqueting. Allo stato attuale aderiscono alla Federazione oltre 120.000 soci. La ristorazione, il mondo del cibo, l’intrattenimento sono tra gli elementi di maggior successo
dell’offerta turistica italiana.

“Oltre il 60% dei nostri fatturati è stato volatilizzato da questo anno di crisi. Ma è necessario, proprio per questo, avere un approccio inclusivo nel PNRR per scongiurare gli interventi frammentari. Negli ultimi 10 anni – ha sottolineato Musacci – il settore dei pubblici esercizi ha fatto registrare i tassi di crescita occupazionale più alti, soprattutto nelle aree del Paese maggiormente in difficoltà. Oggi la metà dei ristoranti è gestito da imprenditrici donne, e il 20% circa dei giovani che decide di mettersi in proprio, soprattutto in Calabria e Campania, sceglie di puntare su un locale. Abbiamo il dovere – ha aggiunto – di investire su questi giovani, fornendo loro le competenze manageriali da affiancare a quelle professionali già presenti tra gli addetti del settore, per sviluppare un’offerta di qualità così alta da far tornare i turisti nelle nostre città. Non dimentichiamoci che la cucina è il secondo fattore di scelta dell’Italia come destinazione turistica da parte degli stranieri ed è il primo motivo per il quale poi vi ritornano. Uno strumento di soft power con ricadute economiche tutt’altro che immateriali, dato che gli stranieri spendono oltre 8 miliardi di euro in servizi di ristorazione e gli italiani altri 12 miliardi l’anno”.

“È altresì necessario – ha concluso il vicepresidente – dare impulso alla produttività dei pubblici esercizi, sostenendo la patrimonializzazione delle imprese che ora sono troppo esposte con banche e fornitori. Così come è necessario incentivare la transizione digitale dei servizi legati alla ristorazione e la riqualificazione energetica dei locali. Non si tratta solo di ristoranti, ma di veri e propri presidi territoriali, indispensabili a rendere vivibili le nostre città”.