“Il Piano affronta con maggiore dettaglio il tema della riforma della giustizia, fa solo cenno al mercato del lavoro, con riferimento alla riforma degli ammortizzatori sociali, e fa altri cenni in materia di maggiore concorrenza e di riforma della Pubblica amministrazione e del sistema fiscale. Nel complesso è poco. E’ poco per la stima di impatti significativi e durevoli delle riforme, ed è poco rispetto al riconosciuto ruolo catalizzatore delle riforme rispetto al Piano nel suo complesso. E’ necessario un intervento complessivo sul sistema tributario che escluda il cambiamento di tasse una alla volta”. Lo ha detto Lino Stoppani (nella foto), vicepresidente di Confcommercio, in audizione davanti alle  commissioni Bilancio e Politiche Ue del Senato nell’ambito dell’esame della Proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

“Ribadiamo la necessità di investire sull’economia del terziario di mercato, particolarmente colpita dall’impatto dell’epidemia. Si pensi a un progetto di resilienza per il modello italiano di pluralismo distributivo. Inoltre, il Piano non prende in considerazione il lavoro autonomo professionale”, ha proseguito Stoppani aggiungendo che “per gli effetti sulla crescita, le quantificazioni sembrano prudenziali anche secondo le ultime stime. Vanno sottolineate le criticità sul ciclo di attivazione degli investimenti pubblici nel nostro Paese, il che rende davvero opportuna la prudenza, e l’esigenza del rilancio degli investimenti privati in una prospettiva di necessario cambiamento”.

Urgente, infine, il rilancio del turismo, accanto a “un progetto per la resilienza del modello italiano di pluralismo distributivo chiamato al confronto con le sfide della multicanalità e del rinnovamento del rapporto con territori e città, anche  secondo un concetto di ‘rigenerazione urbana’ che si integri compiutamente con le ragioni della rivitalizzazione del tessuto economico e sociale”.

Il 2020 ha bruciato 77,5 milioni di arrivi, 234 milioni di presenze e 100 miliardi di valore della produzione in soli dieci mesi, e l’inizio del 2021, con la stagione invernale e le vacanze di Pasqua di fatto azzerate, ha visto bloccata  una possibile ripartenza del turismo. Gli operatori del turismo valutano le risorse del Recovery Fund destinate all’Italia come elemento irrinunciabile per puntare sulla ripresa post Covid, ma a meno di due mesi dalla scadenza fissata da Bruxelles per presentare i Piani di ripresa e resilienza e i progetti per realizzarli, per l’Italia manca lo schema definitivo e poco si sa dei progetti pronti e in fase di elaborazione”. Lo ha detto il presidente di Confturismo-Confcommercio, Luca Patanè, in audizione davanti alle Commissioni Bilancio e Politiche Ue del Senato sulla Proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Secondo Patanè, è “bene rimettere mano al documento NextgenerationItalia, perché il turismo praticamente non c’era. Il miliardo e mezzo di euro previsto non basta neanche per partire. Ma per essere coerenti con l’istituzione del Ministero del turismo, il nuovo schema di riferimento dovrà indicare esplicitamente il settore tra quelli a cui si dedica maggiore spazio e rimuovere punti di blocco che ci impediscono di accedere a importanti risorse disponibili per la riqualificazione, la formazione, la digitalizzazione e la riorganizzazione delle imprese”.

Il presidente di Confturismo-Confcommercio ha concluso annunciando che nei prossimi giorni verrà completata “l’elaborazione di schede progettuali focalizzate tanto sugli investimenti quanto sulle riforme necessarie, con le quali intendiamo contribuire al lavoro del Governo ma la condizione fondamentale è che vengano subito istituiti, con tutta la trasparenza che occorre, tavoli ai quali i nostri progetti possano essere presentati, valutati e messi a sistema con gli altri, per non perdere l’occasione fondamentale che il pacchetto NextgenerationEU rappresenta”.

Il rilancio del Paese passa dallo sviluppo di un turismo che sia realmente sostenibile. E per raggiungere questo risultato, l’Italia dovrà dimostrare di saper rigenerare il proprio tessuto urbano, sia nelle grandi città che nei borghi minori. Una vera e propria rivoluzione che non può fare a meno della componente fondamentale e qualificante dell’offerta turistica nazionale: i 300mila pubblici esercizi, fiore all’occhiello del sistema Italia e terminale ultimo di una filiera d’eccellenza quale è l’agroalimentare. Questa, in sintesi, la posizione della Fipe, espressa dal vicepresidente vicario Matteo Musacci, in un’audizione davanti alle commissioni Bilancio e Politiche dell’Unione europea del Senato sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per questo, ha spiegato Musacci, è indispensabile che il Recovery Plan punti con coraggio sulla valorizzazione dei pubblici esercizi. In particolare su tre aspetti: giovani, donne e digitalizzazione.

“Negli ultimi dieci anni – ha sottolineato il vicepresidente vicario – il settore dei pubblici esercizi ha fatto registrare i tassi di crescita occupazionale più alti, soprattutto nelle aree del Paese maggiormente in difficoltà. Oggi la metà dei ristoranti è gestito da imprenditrici donne e il 20% circa dei giovani che decide di mettersi in proprio, soprattutto in Calabria e Campania, sceglie di puntare su un locale. Abbiamo il dovere di investire su questi giovani, fornendo loro le competenze manageriali da affiancare a quelle professionali già presenti tra gli addetti del settore, per sviluppare un’offerta di qualità così alta da far tornare i turisti nelle nostre città. Non dimentichiamoci che la cucina è il secondo fattore di scelta dell’Italia come destinazione turistica da parte degli stranieri ed è il primo motivo per il quale poi vi ritornano. Uno strumento di soft power con ricadute economiche tutt’altro che immateriali, dato che gli stranieri spendono oltre 8 miliardi di euro in servizi di ristorazione e gli italiani altri 12 miliardi l’anno”.

“È anche necessario – ha aggiunto Musacci – dare impulso alla produttività dei pubblici esercizi, sostenendo la patrimonializzazione delle imprese che ora sono troppo esposte con banche e fornitori. Così come è necessario incentivare la transizione digitale dei servizi legati alla ristorazione e la riqualificazione energetica dei locali. Non si tratta solo di ristoranti, ma di veri e propri presidi territoriali, indispensabili a rendere vivibili le nostre città”.