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(Jamma) Prosegue, con una seconda parte, l’analisi del Centro Studi AS.TRO sul caso Piemonte.

Nell’ambito della disamina del dott. Armando Iaccarino (direttore del Centro Studi), i profili di irrazionalità di certe scelte normative vengono puntualmente estrapolati, ma anche convertiti in una loro possibile versione più aderente all’equilibrio e alla effettiva ricerca di tutelare gli interessi che le restrizioni al gioco lecito vorrebbero perseguire.

l caso Piemonte – seconda parte.

La maggior parte dei Regolamenti emanati dagli Enti Locali in materia di gioco punta l’attenzione principalmente su tre tipologie di misure:

1) il c.d. distanziometro, cioè un’area di rispetto dai luoghi sensibili presenti sul territorio comunale che costituiscono punti di aggregazione della Comunità;

2) l’introduzione di fasce orarie durante le quali viene inibita l’offerta di gioco;

3) misure agevolative per gli esercizi che non offrono gioco.

L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’offerta attraverso la riduzione delle occasioni di gioco per contrastare fenomeni di dipendenza, obiettivo assolutamente condivisibile. Mi sembra, tuttavia, necessario, prima di chiedersi se le misure adottate siano efficaci in relazione al fine da raggiungere, fare chiarezza su un paio di temi preliminari.

In primo luogo, non sfugge all’attenzione di chi analizza il fenomeno che il presupposto delle discipline di cui si parla è costituito dalla convinzione che sia l’offerta a determinare la domanda. Dovrebbe essere, invece, chiaro a tutti che le due grandezze si influenzano a vicenda. Il “gioco d’azzardo” non nasce con la creazione del “gioco pubblico” – cioè regolamentato e controllato all’interno di un sistema concessorio-autorizzatorio – , né sotto il profilo delle dipendenze, né sotto quello delle infiltrazioni criminali. Anzi, la riconduzione a regola del settore del gioco è già di per se uno strumento per contrastare le derive sociali e criminali presenti prima dell’intervento statale e mai del tutto sconfitte.

In secondo luogo, proverei a riflettere sul concetto di dipendenza, che si potrebbe definire come la degenerazione compulsiva di comportamenti derivante dalla progressiva perdita della capacità di controllo dei soggetti autori dei comportamenti stessi.

Due sono le osservazioni che mi sembrano importanti:

1) nella maggior parte delle patologie definibili “dipendenze” si è di fronte a comportamenti di regola ammessi, spesso neanche oggetto di riprovazione sociale, purché mantenuti in un range controllato;
2) se l’unità di misura di una dipendenza è la perdita di controllo, esistono diversi stadi comportamentali, suscettibili di misure diverse in termini di contrasto.

Nel nostro caso, a parte il giocatore occasionale, si tende ad individuare come categorie da tutelare il giocatore problematico e quello compulsivo-patologico.

Una criticità di non poco conto che si riscontra nelle analisi su questi temi è costituita dalla difficoltà di definire il “giocatore problematico” in termini scientifici e, quindi, di individuare interventi mirati. In altri termini, in questi Regolamenti la platea dei giocatori viene considerata come un “unicum” a cui applicare la stessa “ricetta”, senza verifiche sulla necessità ed efficacia di tale ricetta. Un approccio di questo tipo rivela un orientamento di tipo proibizionista; i distanziometri introdotti dai Regolamenti, pur nella loro diversità, colpiscono percentuali superiori al 90% degli esercizi che oggi offrono gioco, in molti casi non solo slot, prefigurando la eventuale destinazione di porzioni periferiche del territorio ad accogliere la residua offerta di gioco.

Uno strumento come il distanziometro si qualifica, sotto il profilo dell’efficacia, in relazione alle distanze previste ed ai luoghi sensibili. Ma questi parametri costituiscono anche l’unità di misura del livello di “proibizionismo” raggiunto. I Regolamenti emanati prevedono aree di rispetto tra i 300 ed i 500 metri ed una serie di luoghi sensibili che va dalle scuole e dagli istituti di culto sino ai compro oro, bancomat, parchi e giardini. Ed ogni Comune può aggiungere altre tipologie di luoghi definiti sensibili. L’impressione è che, lungi da ragionamenti basati su un’analisi approfondita del fenomeno, abbiamo prevalso ben note e studiate dinamiche assembleari, quelle che determinano come posizione vincente la più estrema in un crescendo di affermazioni sempre più autoreferenziali.

Sia chiaro, la sensibilità sociale al problema del disturbo da gioco d’azzardo e la necessità di studiare forme di contrasto che passano certamente per un contenimento dell’offerta sono reali e condivise. Ma, per favore, basta confusione e superficialità.

E cerchiamo di capire a chi si rivolgono e che effetto possono avere le misure espulsive.
Ridurre l’offerta sicuramente può prevenire la deriva del “giocatore problematico”, ma insieme a molto altro, come, per fare solo alcuni esempi, l’attenzione alla qualità dell’offerta, l’introduzione di meccanismi di autolimitazione, specifiche campagne di sensibilizzazione.

La ghettizzazione dell’offerta non ha, invece, effetto nei confronti del giocatore che ha già oltrepassato la soglia della “problematicità”. Questa, come il proibizionismo assoluto, equivale ad una manifestazione di disinteresse nei confronti del ludopate, che viene abbandonato a sé stesso, quando non nelle mani di ambienti sociali equivoci.

Una riflessione ulteriore sui cosiddetti luoghi di aggregazione. Mi sembra che, paradossalmente, la battaglia basata sul distanziometro abbia una sua logica solo in presenza di un’estensione assoluta dei luoghi sensibili, cioè se la si legge in un’ottica espulsiva altrimenti mi sembra una battaglia di retroguardia in una società come quella attuale in cui i luoghi di aggregazione si creano e si abbandonano con grande facilità e, soprattutto per i più giovani, internet costituisce la “piazza pubblica” per eccellenza.

Ritenuta inefficace ogni politica espulsiva, quindi, anche una misura fondata sul distanziometro perde la sua logica.

Altrettanto confusa appare la situazione relativa alla definizione delle fasce orarie di chiusura degli apparecchi.
Se da una parte è condivisibile che il livello di rischio nel corso delle 24 ore possa essere valutato da ciascuna comunità locale, la assoluta diversità delle misure adottate testimonia punti di vista che definirei “frettolosi”.

Proviamo a ripartire dai contenuti dell’Accordo Stato-Regioni, sapendo che proposte serie e derivanti da analisi approfondite ci sono – anche ASTRO ha presentato la sua – , tutte orientate al governo del fenomeno di gioco con vincita in denaro in un quadro che non butti a mare il lavoro fatto negli anni.

Proviamo a ripartire dall’Accordo, avendo però chiaro che sarebbe ben strana una interpretazione che consentisse agli Enti Locali qualsiasi deroga ai principi dagli stessi sottoscritti. Chi firmerebbe un Accordo in cui in sostanza si dica: questo è il contenuto comune, ma anche su quello fate come vi pare.

È chiaro che, come in tutti i contesti del genere, la deroga non può che richiedere motivi eccezionali che la giustifichino.

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