“In questa fase 2, come già in quella precedente, nel sindacato c’è qualcuno che pensa di guadagnare posizioni o di riesumare una visione novecentesca dell’economia e della società per ottenere la benedizione di alcuni ministri del Governo. Ma così si uscirà dalla pandemia in maniera asimmetrica e in grave ritardo rispetto ai nostri competitors. Perché è evidente che la simmetria c’è stata all’inizio, ma la ripresa dipende dall’azione che intraprenderanno i governi e, il nostro, non sta tracciando una rotta per il futuro”.

Così il Vicepresidente di Confindustria per il Lavoro e le Relazioni industriali, Maurizio Stirpe, in una conversazione con il Foglio.

Stirpe sottolinea come “nei provvedimenti di queste settimane ci siano errori che devono essere corretti: il divieto di licenziamento per tre mesi, che andrebbe allineato con i tempi di erogazione della cassa integrazione; la responsabilità di eventuali contagi, che non può essere imputata all’impresa se ha rispettato tutti i protocolli di sicurezza; lavorare secondo lo strumento di classificazione dei codici Ateco, una soluzione che appare ormai illogica.

Il vero problema è l’immediato futuro ma per comprenderlo si deve fare un passo indietro e tornare alla situazione antecedente al Coronovirus. Avevamo già un deficit di competitività e uno di produttività, che si trascina da oltre 20 anni. Il tutto con un circuito viziato del costo del lavoro, un mancato riequilibrio tra contrattazione collettiva e aziendale e un mismatching tra domanda e offerta di lavoro.

Problemi annosi per i quali erano state individuate delle soluzioni insieme alle parti sociali, già nel settembre del 2016, con il Patto per la Fabbrica. Quel percorso si è interrotto e il clima attuale non sembra porti a nulla di buono.

Già prima della pandemia, al Mise erano aperti oltre 160 tavoli di crisi. È inconcepibile perché il Ministero dello Sviluppo economico deve occuparsi solo dei casi risolvibili con la cassa integrazione e demandare il resto al dicastero del lavoro. Altrimenti si fa un uso propagandistico del welfare. Il Reddito di cittadinanza ha fallito nel trovare occupazione, chiamiamolo quindi in altro modo e limitiamone il raggio d’azione. Inoltre, l’attacco sistemico alla previdenza con Quota 100, oltre a sottrarre risorse pubbliche afferma l’idea di uno Stato che tratta le pensioni come merce di scambio elettorale. La riforma Fornero è valida e le eccezioni vanno circoscritte solo ai lavoratori precoci e alle attività usuranti. Il Governo giallo-rosso asseconda il sindacato in una regressione statalista-massimalista ma la resilienza delle imprese, come ha di recente affermato anche Bankitalia, non è scontata. Se in una micro-impresa si pensa che si debba lavorare 5 ore invece che otto, le restanti tre devono essere retribuite da qualcun altro. Non chiediamo assistenza ma non possiamo sentirci dire che ci viene concesso di riprendere a lavorare quasi per grazia sovrana. L’obiettivo è quello di salvare le imprese, non gli imprenditori. Lo smart working è un’opportunità ma ha anche dei costi e quindi va considerato un investimento a tutti gli effetti. È ora che accanto ai diritti, si parli anche di doveri”.