Blocco dei licenziamenti per tutti ancora fino a metà novembre, poi sarà consentito licenziare solo alle aziende che non usino i fondi per la cassa integrazione Covid o per la decontribuzione. Dopo un vertice fiume andato avanti, a singhiozzo, da martedì sera, il premier Giuseppe Conte e il ministro Roberto Gualtieri (nella foto) raggiungono l’accordo nel governo sul paracadute da offrire da imprese in crisi e lavoratori. Lo riporta Confcommercio.

E’ una mediazione tra chi voleva il blocco fino al 31 dicembre, come chiesto dai sindacati, e chi invece voleva farlo cessare al 15 ottobre, con la fine dello stato di emergenza, come auspicato da Confindustria. Cigl, Cisl e Uil, che hanno minacciato lo sciopero generale, aspettano di leggere il testo e non si sbilanciano, ma il punto di caduta potrebbe andargli bene. Ecco perché Gualtieri annuncia l’intesa sulla norma e la convocazione per oggi del Consiglio dei ministri per il varo del decreto che la conterrà: il dl agosto, da 25 miliardi.

Non tutto è risolto, però. Perché il “sì” di Iv per ora è condizionato e su misure come il bonus per i consumi il governo litiga ancora. La nuova “manovra” in deficit per tamponare gli effetti dell’emergenza coronavirus arriva a ridosso di ferragosto e dà del filo da torcere al premier e al ministro dell’Economia perché sommersa da una valanga di richieste di partiti e ministeri: 25 miliardi sono tanti ma fino all’ultimo si lavora per far quadrare le coperture. Al tavolo di governo, che vede un via vai di capi delegazione, ministri, sottosegretari, si registrano diversi momenti di tensione. E anche se già in una bozza circolata mercoledì si tratteggiava una possibile soluzione sulla proroga dello stop ai licenziamenti, è solo nel primo pomeriggio di giovedì che tutti i partiti di maggioranza sottoscrivono l’intesa. Fino all’ultimo Leu chiedeva, in linea con i sindacati, lo stop ai licenziamenti fino al 31 dicembre (una ‘deadline’ che poco convinceva però Conte e Gualtieri). Iv difendeva la necessità di “non ingessare le aziende nel momento della ripartenza” e quindi consentire di licenziare dal 15 ottobre, alla scadenza dello stato di emergenza. La mediazione fissa l’asticella a metà novembre: intorno al 15 novembre scadrà infatti la copertura delle 18 settimane di cig o decontribuzione cui potranno attingere tutte le aziende proprio per evitare di licenziare. Dopo quel momento il divieto resterà solo per i licenziamenti collettivi, fino a fine dicembre, e per le aziende che continuino a godere della cassa Covid o degli sgravi.

Risolto il nodo principale, tutto bene? No, perché mentre fa piombare il macigno di 1400 emendamenti al Senato sul decreto semplificazioni (in totale circa 2800 proposte di modifica, con quelle dell’opposizione), la maggioranza litiga sulle singole misure del decreto e mette a rischio le coperture. Italia viva, con Luigi Marattin, condiziona il suo sì in Cdm all’ingresso tra le misure del rinvio a novembre delle tasse per lavoratori autonomi, Isa e forfettari: la misura dovrebbe esserci, Iv attende di leggere il testo. Ma la ministra Teresa Bellanova dà battaglia sulla richiesta di 5mila euro a fondo perduto per 180mila ristoratori che usino prodotti al 100% made in Italy: costa 900mila euro e non è detto che passi. Arriva la fiscalità di vantaggio per il Sud chiesta dal ministro Peppe Provenzano: 30% di sgravi da ottobre sui contributi per le aziende che operino al sud. Passano invece i contributi a fondo perduto voluti da Dario Franceschini per le attività dei centri storici (circa 400 milioni) e il bonus su chi paghi al ristorante con carta di credito, che dovrebbe scattare da dicembre.

Non passano invece sconti più ampi sui consumi, incluso l’abbigliamento, sostenuto da un fronte trasversale alla maggioranza. Protestano perciò il viceministro M5s Stefano Buffagni e la sottosegretaria Pd Alessia Morani: “no a un decreto ‘morfina’”, fatto di sussidi e non di spinta ai consumi, avvertono. E fino all’ultimo daranno battaglia, come promettono di fare i Comuni, se non passeranno i 500 milioni aggiuntivi chiesti da Antonio Decaro rispetto al corposo pacchetto di sostegni agli enti locali. Il Consiglio dei ministri dovrebbe esserci stasera: Gualtieri è al lavoro con tecnici e sottosegretari sul testo. L’obiettivo è sminare le tensioni, portare in Cdm la “manovra” di agosto insieme alla riforma del Csm per poi prendersi una pausa prima di un autunno che già si annuncia caldo. A partire dal Recovery plan che Conte vorrebbe presentare in Parlamento a inizio settembre: la prossima settimana vedrà le regioni con i ministri Amendola e Boccia per avviare un confronto per nulla semplice.

“Con l’imminente prossimo decreto, si procederà, per quanto è fin qui emerso, alla proroga per ulteriori diciotto settimane degli ammortizzatori Covid-19. E’ una scelta importante. Tuttavia la previsione di oneri aggiuntivi a carico delle imprese per l’attivazione di questi ammortizzatori – laddove non si registrino le prescritte percentuali di riduzione del fatturato – contrasta con il permanere di un blocco dei licenziamenti, sia pure parzialmente rivisitato. E’ una contraddizione che concorre a sconsigliare proroghe del divieto di licenziamento troppo prolungate e troppo universali”. Così Confcommercio.

“Le imprese – continua la Confederazione – non ‘vogliono’ licenziare, ma per ripartire devono potere procedere, laddove necessario, a ristrutturazioni organizzative e gestionali. Servono, allora, non blocchi, ma strumenti, come l’assegno di ricollocazione, che accompagnino il reinserimento dei lavoratori. Insomma, servono, ancora una volta, più politiche attive per contrastare situazioni insostenibili e crescenti rischi sociali”.