franzoso
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Il tema del “gioco lecito terrestre” (ovvero del posizionamento delle reti commerciali di distribuzione del gioco) dovrebbe essere “concordato” tra lo Stato e gli Enti locali, ma 3 elementi “remano contro l’intesa”.


Nel dettaglio:
1. L’Erario incassa “mediamente” 10-11 miliardi di euro l’anno dal complessivo circuito del gioco lecito (autorizzato dall’Amministrazione Finanziaria), ma il volano industriale (nonché polmone finanziario di tutto il business), è costituito dal segmento degli apparecchi.

Di questi denari il riversamento ai Territori è pari a zero (tranne che per le Province Autonome e per la Regione Sicilia), anche se, in tempi di spaventosa crisi economica, il “rango” di una posta di bilancio statale che evita o limita “il costante taglio” dei riversamenti a Regioni e Comuni dovrebbe essere pacificamente “elevato”.

2. Gli Enti Locali (ciascuno per la rispettiva competenza) devono sopportare i costi “indotti” dalle offerte di gioco insediate, che pesano sull’azione amministrativa (in termini di decoro urbano, sofferenze finanziarie dei giocatori che poi richiedono sostegni reddituali ai servizi sociali, malati di G.A.P. da curare, destabilizzazione dei rapporti politici interni, ecc.).

3. I territori , quindi, reagiscono restringendo le offerte con ogni mezzo a loro disposizione (e anche oltre), confidando che la pressione generata dalle “restrizioni” porti ad un nuovo regime, con reti distributive meno invasive, e qualche soldo devoluto localmente.

4. La penultima Legge di stabilità ha destabilizzato questo quadro (tutto sommato semplice), introducendo il “fondo per il contrasto, la prevenzione e la cura del gioco patologico”, pari a 50 milioni.

Ciò ha reso molto “conveniente” per le Regioni (destinatarie del fondo), introdurre restrizioni anche se non ancora disposte, nell’ambito di Leggi definite di “prevenzione e contrasto al G.A.P.”, ovvero conservare quelle già esistenti.

Da un lato, la restrizione (introdotta o mantenuta) conserva la “pressione politica”, e dall’altro lato genera un immediato ritorno economico (perché se il contrasto è soddisfatto con la restrizione, la prevenzione e cura al G.A.P. così contrastato, comporta accesso ai denari del fondo).

Più esplicitamente: senza distanziometri e limitazioni orarie al gioco di Stato, non si percepiscono i soldi statali per curare i malati di GAP e pagare le campagne informative nelle scuole.

Lo Stato (inconsapevolmente) ha quindi “pagato” la controparte per essere più forte, ovvero ha letteralmente “finanziato” gli Enti Locali affinché adottino quelle restrizioni al “prodotto di gioco pubblico” necessarie a “provare” l’avvenuto contrasto al GAP, per poi “elargire” i milioni di euro per la cura e la prevenzione al GAP. Da detto scenario deriva un inevitabile “stallo logico-politico”: sino a quando l’Erario continuerà ad incassare a sufficienza dal circuito generale, può rimandare la resa dei conti, e sino a quando le Regioni prenderanno i soldi per la cura, i malati di GAP saranno una “risorsa”.

Tutto bene allora? Certamente No.

Senza Accordo, che molti osteggiano a prescindere dal contenuto:
l’industria del gioco lecito implode, a cominciare dal Piemonte (che spegnerà tutti gli apparecchi da gioco dal 30 novembre p.v.), con Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Abruzzo a seguire, sino ad arrivare al game over totale nel 2022 in tutte e 16 le Regioni caratterizzate da leggi anti-slot, o rispettive Città regolamentate da restrizioni metrico-orarie;
i soggetti esposti al GAP non beneficeranno di nessuna azione “preventiva” mirata alla loro guarigione;
migliaia di lavoratori si ritroveranno disoccupati e migliaia di attività commerciali si ritroveranno a dover chiudere, impoverendo il territorio e degradando il tessuto urbano con la desolazione delle serrande abbassate.

Che fare quindi?

Se solo “minimamente” si considerano meritevoli di tutela le migliaia di lavoratori del comparto, le migliaia di persone che necessitano di stare lontane dal gioco, e le migliaia di imprese che contribuiscono virtuosamente al bilancio statale e alle casse previdenziali, l’accordo va trovato, va attuato, e va impostato in un ottica di interesse generale.

Ad oggi, per interesse generale, non può non ravvisarsi:
la tutela di un bilancio statale che senza PREU rischia di dover aumentare l’IVA sino ad aliquote recessive per tutta l’economia italiana;
la tutela di migliaia di pubblici esercizi e tabaccherie che grazie al gioco lecito garantiscono un apporto fondamentale alle economie locali,
la tutela di migliaia di imprese e lavoratori che garantiscono flussi previdenziali e tributari indispensabili per la tenuta sociale di un Paese che rischia di “scoppiare”, qualora fosse investito da ulteriore disoccupazione “italiana”;
la tutela di migliaia di persone che meritano una “vera prevenzione” al gioco patologico, fatta di informazione, formazione dei venditori di gioco, limitazione della pubblicità, esclusione dell’utenza problematica, e una “vera cura” che porti alla guarigione dalla malattia e non all’eterno “bisogno” dei servizi di assistenza.

Trionferà l’interesse generale o gli interessi particolari?

Senza accordo il primo è morto, mentre i secondi hanno ancora possibilità di manovra.
Con l’accordo il primo trionfa e perdono tutti coloro che negano il “dovere” dello Stato di assumersi l’onere di essere il vero padrone e regolatore del gioco legale, in un ottica di rispetto per i Territori, per l’Erario, per i cittadini a rischio GAP, e per le migliaia di lavoratori assunti dalle imprese a cui si è affidato l’incarico di “raccogliere” il gioco.

Michele Franzoso

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