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(Jamma) Uno dei “principi” cardine del nostro Ordinamento in materia di “gioco” è quello relativo alla penale rilevanza della raccolta non autorizzata di scommesse su (tra l’altro) gli eventi sportivi, scrive Michele Franzoso.

La ragione dell’illecito è così radicata e così strutturata da non essere mai stata posta in dubbio, in quanto gli eventi come il calcio (ed altri sport a grande diffusione) costituiscono pilastri “sensibili”, anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, soprattutto se dovessero essere “esposti” alla scommessa professionale sottratta al monitoraggio pubblico di “anomalia”.

Ciò che rende pericolosa la “raccolta parallela” di scommesse sportive, da parte di imprese non sottoposte alla vigilanza nazionale, è l’impossibilità di “mettere a sistema” le loro informazioni con quelle di tutti gli altri operatori allacciati al totalizzatore, generando un buco nel monitoraggio sui flussi finanziari e sui movimenti di scommesse. Il rischio, “ipotizzato”, è la carente sorveglianza sulla genuinità degli esiti delle competizioni.

Per la Cassazione Penale, tuttavia, l’Italia non è in grado di tutelare questo importante profilo dell’ordine pubblico, in quanto artefice di discriminazioni già sancite a livello comunitario ai danni di imprenditori esclusi -a vario titolo- dai pregressi bandi.

Costoro costituiscono il “terzo” genere di operatori: dopo “gli autorizzati”, dopo i “sanati”, vengono appunto i “discriminati”, che tali saranno “pare”, per sempre, a prescindere da ogni nuovo bando, in quanto “per sempre” potenziali vittime dei posizionamenti di mercato generati dai precedenti bandi italiani “censurati” dalla Corte di Giustizia.

Il Bando disciplinato dalla legge n. 208/2015, e verosimilmente giacente presso il M.E.F. in attesa del “via libera” dai Territori per il posizionamento delle nuove licenze, costituisce un bacino di confluenza di “interessi” elevati, sulla base dei quali “improvvisamente” si è scoperto che in Italia ci sono troppi bar e tabacchi con slot installate, ma che “la rete delle scommesse” va invece allargata, e ovviamente dotata di un proprio parco apparecchi.

In Italia gli “Interessi” non aiutano “la vista”, o quanto meno la “visione”: se non si trova una soluzione alla rete “discriminata”, che la Cassazione sta esonerando dalla sfera di applicazione della sanzione penale, tutto il settore del gioco pubblico rischia di ritrovarsi “fagocitato”: cosa fermerà la Corte di Giustizia dal “tutelare” la rete parallela che in futuro aggredirà gli “altri giochi” affidati in concessione con “discriminazione” per gli operatori comunitari ?

L’assenza di velleità giuridiche della presente nota esonera da “consigli” in diritto, ma ci vuole avventurare in una riflessione politica, rivolta anche ai “movimenti” che a vario titolo contrastano la diffusione del gioco: a costoro, che oggi stanno perdendo la battaglia sul “merito” delle loro convinzioni (tutelare i 30 milioni di giocatori affinché non diventino come i 13.000 malati di G.A.P., pensando, erroneamente, che basti spegnere la slot lecita per sconfiggere la malattia), si presenterà presto uno scenario preoccupante, e con l’opposizione del sistema giudiziario europeo.

La miopia si è rivelata deleteria a 360 gradi, ed è arrivato il momento di mettere gli occhiali giusti: se non si abolisce il gioco, occorre che “a quello di Stato” sia riservata una tutela seria ed effettiva, sulla base della quale ottenere dallo stesso tutte le salvaguardie socio-sanitarie che “in buona fede” sono esigibili per rispettare il Territorio e le fasce di popolazione più deboli; ogni altro “distinguo” più o meno ideologico sconterà l’esito di non raggiungere altro obiettivo se non il godimento del “terzo incomodo” (il gioco non autorizzato).

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