“Cari amici imprenditori, cari amici della Confcommercio e della Fipe, caro Lino. Grazie. Grazie perché siete qui. Grazie anche per come siete qui. Perché portate con dignità e serietà la voce di un mondo che ha subito sulla propria pelle tante decisioni difficili, incomprensibili, spesso ingiuste, in quest’anno drammatico di pandemia. Noi oggi siamo qui. E vogliamo futuro. Oggi in questa piazza, in queste piazze, c’è l’Italia. L’Italia operosa. L’Italia che rischia in proprio e crea lavoro e futuro per la famiglia, per i collaboratori, per la comunità. È l’Italia della ristorazione e dei pubblici esercizi. Ed oggi, cari amici della FIPE, tutta la Confcommercio è qui con voi. La Confcommercio è fatta da chi, come voi, in ogni territorio, in ogni città, in ogni angolo del nostro Paese, vuole continuare ad assicurare lavoro, benessere diffuso e qualità della vita. Perché quando si spegne l’insegna di un negozio, di un ristorante, di un bar, di un locale, di uno stabilimento balneare muore un pezzo del futuro di questo Paese. Con questo spirito, stiamo lottando. Da mesi, stiamo lottando insieme. E ci siamo battuti sempre per avere risposte rapide e mai per rallentare il passo. Ci siamo battuti sempre per dare un aiuto concreto agli imprenditori e mai per avere un titolo sui giornali. Ci siamo battuti sempre per essere ascoltati, e mai per essere visti. Ci impegniamo per il presente: perché se non si sopravvive oggi, non c’è futuro domani”. Così il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli (nella foto), all’assemblea di Fipe in piazza a Roma.

“Ci impegniamo sugli indennizzi a fondo perduto, che non sono sufficienti e che devono essere rafforzati per dignità e per giustizia. Ci siamo impegnati per spostare a lungo termine tutti quei costi, oggi insostenibili, che gravano sulle imprese. Penso alle tasse e alle tasse locali. Penso ai finanziamenti. Penso agli affitti. Penso alle bollette. Pensare al domani significa soprattutto non mollare oggi. Significa – con la responsabilità che ci contraddistingue – non rinunciare mai al dialogo, non rinunciare al confronto. Significa non stancarsi nella proposta puntuale. E le vostre, le nostre ragioni sono quelle di chi ha scelto il mare aperto del mercato, ma garantisce al Paese vivibilità, identità e solidarietà. Nella convinzione che nessuno si salva da solo. Le vostre ragioni, le nostre ragioni sono quelle dei tantissimi giovani e delle donne, che proprio nel nostro mondo trovano un’occasione di vita, di lavoro, di futuro. Le vostre, le nostre ragioni sono quelle di un mondo che non potrà mai essere compensato per quello che ha perso, ma deve essere riconosciuto per quello che vale e per quello che è in grado di dare. Le vostre ragioni sono quelle di chi vuole ripartire e lo vuole fare da domani. E lo vuole fare da domani! E domani è già tardi. Perché il futuro non (si) chiude. Lo sappiamo tutti: abbiamo investito nella sanificazione, abbiamo accettato le regole del distanziamento, abbiamo rafforzato l’alleanza con i consumatori, abbiamo difeso i nostri collaboratori. E tutto per poter lavorare in sicurezza. E allora, cari amici, ci dicano perché siamo quelli che alla fine pagano più di tutti per i tanti, troppi lockdown. Ci dicano, una volta per tutte – e ce lo dicano con i numeri – se le nostre attività sono davvero quelle che vanno chiuse per prime e per troppi mesi. Ce lo dicano e ce lo spieghino bene. Perché noi vogliamo riaprire. Vogliamo riaprire in sicurezza. Perché la risposta all’emergenza solo con “più chiusure” è ormai una scelta insostenibile dal punto di vista economico e dal punto di vista sociale. Ogni giorno di chiusura in più, è un metro di deserto che avanza nelle città italiane. Ed è un pezzo di futuro che si sgretola nell’identità del nostro Paese. Noi siamo qui per il futuro. E il futuro parte da un piano vaccini coordinato, diffuso, tempestivo e soprattutto senza incertezze. Perché – anche qui – l’incertezza è il peggior nemico. Siamo per i vaccini e siano per il passaporto vaccinale, che resta il prerequisito della normalità. L’incertezza non ci fa programmare, taglia le gambe al futuro. E, cari amici. Vogliamo credere. Vogliamo – ancora una volta e senza incertezze – che le risorse promesse siano adeguate alle perdite e tempestive. Vogliamo crederlo ancora una volta. E aspettiamo di vederlo. Perché solo così, solo così, possiamo credere a quel cambio di passo che serve al Paese e che finora non abbiamo ancora visto. Cari amici imprenditori della Fipe, dei pubblici esercizi. Oggi qui, in piazza, con voi, lo ripeto, c’è tutta la Confcommercio. Ci sono gli imprenditori del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti, delle professioni e della cultura. Ci sono i negozi di vicinato e gli ambulanti, la media e la grande distribuzione. Ci sono gli alberghi e i servizi innovativi, ci sono le imprese dello sport e dell’intrattenimento. C’è l’intera filiera turistica, che proprio nelle vostre attività trova un tassello prezioso e non sostituibile. C’è chi rischia e spera. Perché noi siamo il simbolo di quanto è costata quest’anno l’incertezza, l’ingiustizia, la paura. Noi siamo il simbolo del Paese che non si arrende. Noi vogliamo essere il simbolo dell’Italia che si rialza”.