AS.TRO RISPONDE AL DOTT. DOMENICO ROSSI (PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE SANITÀ E POLITICHE SOCIALI DELLA REGIONE PIEMONTE)

«Gentile Presidente Domenico Rossi,
ho letto con attenzione la Sua lettera – scrive Avv. Massimiliano Pucci – Presidente di AS.TRO-Assotrattenimento 2007 – inviata al direttore del quotidiano La Stampa in relazione al titolo dell’articolo pubblicato il 6 novembre u.s., riguardante la Legge Regionale del Piemonte in materia di prevenzione del GAP.

L’associazione che presiedo, Assotrattenimento 2007 (AS.TRO), rappresenta gli imprenditori della filiera del gioco lecito. I nostri associati sono prevalentemente produttori e/o gestori degli apparecchi c.d. AWP (slot machine funzionanti con moneta metallica).

L’azione di AS.TRO si è sempre distinta per lo spirito collaborativo verso le istituzioni e la politica, considerate non come “controparti” ma come “interlocutori” di un dialogo costruttivo, finalizzato al comune obiettivo di prevenire e limitare gli effetti collaterali dell’attività di intrattenimento svolta mediante congegni da gioco.

Sento la necessità di scriverLe perché ho intravisto nel contenuto della Sua lettera, al di là della specifica motivazione che l’ha indotta ad inviarla, degli spunti meritevoli di particolare considerazione, soprattutto con riguardo all’approccio verso un problema che coinvolge entrambi, seppur da punti di osservazione diversi.

Evidenzio innanzitutto la correttezza di quanto Lei afferma in merito all’effetto fuorviante del titolo dell’articolo in questione: il Tribunale di Torino ha infatti soltanto sospeso la sanzione oggetto del ricorso al fine di valutare la sussistenza degli elementi necessari per rimettere alla Corte Costituzionale la questione di legittimità della legge regionale del Piemonte che ha introdotto il c.d. “distanziometro”.

Lei ha inoltre perfettamente ragione nel segnalare che l’eventuale questione di legittimità costituzionale e l’altrettanto eventuale suo accoglimento da parte della Corte, riguarderebbero il «solo articolo relativo alle distanze dai luoghi sensibili e non l’intera legge».

Ma la cosa dal mio punto di vista più importante è l’approccio che Lei manifesta nella parte rimanente della lettera, laddove sottolinea la consapevolezza «che il fenomeno del gioco d’azzardo patologico è complesso e non può essere risolto solamente con alcuni divieti o limitazioni» ed inoltre che è necessaria «un’importante opera di sensibilizzazione e di formazione a diversi livelli».

E’ ovvio che io sia portato ad attribuire alle Sue affermazioni un’interpretazione influenzata dalle mie personali percezioni, legate alla quotidiana vicinanza con le imprese del settore che rappresento.

Intendo con ciò dire che seppure la comune presa d’atto della “complessità” del problema del gioco d’azzardo a me induce a delle conclusioni che potrebbero differire dalle Sue, credo che essa possa rappresentare un’ottima base di partenza per intraprendere un dialogo basato su presupposti diversi da quelli che finora hanno contrassegnato i rapporti tra la politica e le rappresentanze degli operatori del gioco lecito.

Entrambi infatti ricaviamo dalla maturata consapevolezza circa la “complessità” che caratterizza il fenomeno, la convinzione che l’imposizione di «divieti o limitazioni» non sia «sufficiente».

Immagino però che Lei ritenga tuttora “necessari” (seppur non “sufficienti”) i divieti e le limitazioni che si possono racchiudere in quella che è ormai diventata una “scuola di pensiero”, raffigurata con l’orribile neologismo insito nella parola “distanziometro”.

Io, invece, lo dico con il massimo rispetto, ritengo il distanziometro completamente inutile.

Anzi, purtroppo, posso constatare a malincuore che gli unici effetti che produce sono quelli letali per la sopravvivenza di imprese che agiscono nella legalità e quelli benefici per le imprese che ne sono al di fuori.

Non mi invento nulla: La invito, infatti, ad esaminare gli approfonditi studi effettuati da autorevoli e neutrali organismi di ricerca, tra i quali mi consenta di segnalarLe quello dell’Istituto Superiore di Sanità, presentato a Roma nel mese di ottobre 2018, che spicca per ampiezza di dati e rigore scientifico.

Questi studi, sui cui ampi spunti non voglio dilungarmi in questa sede, convergono però tutti nel riconoscere che la distanza dal luogo di gioco non ha alcun effetto dissuasivo per il c.d. “giocatore problematico”.

D’altronde, non nascondiamoci dietro a un dito: Il concetto di “distanza fisica” come elemento dissuasivo o persuasivo di un qualsiasi fenomeno umano, calato nella odierna realtà , è utile solo per lasciarsi incantare dalla suggestione romantica di un “mondo antico” che ormai può essere solo malinconicamente rimpianto.

Credo invece che le nostre idee convergano pienamente su quelli che possono essere gli altri strumenti utili alla prevenzione del GAP: corsi di formazione, controllo della legalità (con riferimento soprattutto al rispetto del divieto al gioco da parte dei minori), introduzione della tessera sanitaria, soluzioni tecnologiche idonee ad impedire l’utilizzo prolungato della slot da parte del medesimo giocatore (alert, congegni a spegnimento automatico e via dicendo).

Tutte soluzioni di cui la nostra Associazione è da sempre portatrice e che sono state poste all’attenzione anche del legislatore regionale del Piemonte durante la fase di elaborazione del testo normativo di cui stiamo parlando e su cui avrei piacere di confrontarmi con Lei ed i Suoi colleghi consiglieri se me ne fosse data l’occasione.

In tale ambito Le segnalo che la nostra Associazione sta già tenendo in diverse regioni italiane dei corsi di “formazione” per gli operatori del gioco, con l’ausilio anche di esperti in campo sanitario, per la prevenzione del GAP oltre a dei corsi di “informazione” per le istituzioni e le autorità preposte alla Pubblica Sicurezza tesi ad offrire a tali soggetti, mettendo a frutto la nostra esperienza, gli elementi utili per l’individuazione degli ambiti di illegalità.

Tornando all’inizio del nostro discorso e quindi ai motivi per cui ho deciso di scriverLe, è soprattutto perché voglio mettere in risalto che l’Associazione che rappresento e gli stessi imprenditori ad essa associati non hanno mai contestato l’intero impianto della legge regionale piemontese che riteniamo anzi, per alcuni versi, estremamente avanzata.

Quello che contestiamo, nei termini che Le ho sopra accennato, è proprio e solo quella norma che è oggi oggetto di esame da parte del Tribunale di Torino e per la quale Lei ha inviato La sua precisazione al quotidiano La Stampa.

A tal proposito non Le sarà sicuramente sfuggito il passaggio dell’ordinanza del Tribunale di Torino che, per il ruolo istituzionale che Lei occupa di Presidente di Commissione e, ancor prima, di legislatore (non mosso da intemperanze ideologiche tipiche di qualche suo oppositore in Consiglio), Le dovrebbe offrire importanti spunti di riflessione, a prescindere da quelle che saranno le successive pronunce giurisdizionale: «ritenuto che il dato oggettivo ad oggi non contestato che quantomeno sul 99,32% del territorio comunale non è possibile collocare apparecchi da gioco, pone un problema di costituzionalità della norma sotto vari profili. Lo stato di fatto ha ingenerato in effetti un sostanziale divieto di gestire macchinette da gioco, attività imprenditoriale consentita, sebbene da regolamentare e limitare a tutela di altri e pregnanti interessi costituzionali. Il bilanciamento degli interessi costituzionali in gioco pare aver portato nel caso del Comune di Torino ad una totale negazione della possibilità costituzionalmente garantita di gestire un’attività imprenditoriale lecita (…)».

Ecco, a mio avviso, gli spunti di riflessione:

1) tale pronuncia ribadisce il dato, ormai inconfutabile, dell’effetto “espulsivo” del distanziometro, dal momento che sul 99,32% del territorio comunale non è possibile installare apparecchi da gioco. In altre parole, un’attività economica tuttora non solo consentita ma anche controllata direttamente dallo Stato, è stata interamente bandita a livello comunale e (aggiungo io, con dati alla mano) regionale.

2) inoltre, pur ribadendo il principio costituzionale che qualsiasi attività economica possa essere regolamentata e limitata a tutela di altri pregnanti interessi costituzionali, il Tribunale di Torino ha sollevato il problema della corretta applicazione, nel caso concreto, di quel “bilanciamento degli interessi costituzionali in gioco” che deve sempre sovrintendere all’introduzione di regole e limiti ad un attività economica lecita.

Ebbene, in materia di gioco, gli interessi costituzionali che potrebbero giustificare la limitazione del libero esercizio dell’attività imprenditoriale correlata al gioco, sono la tutela della salute e quella dell’ordine pubblico.

Come ho già sottolineato, non si può porre in dubbio che l’attività del gioco necessiti di regole e di limiti.

Bisogna però, di volta in volta, approfondire, in questa opera di bilanciamento, quanto le regole ed i divieti che si vanno ad introdurre siano efficaci per la tutela degli interessi che con essi si intendono garantire e se lo siano in misura tale da giustificare il totale sacrificio (la messa al bando, nel caso che ci riguarda) di un intero settore economico lecito.

Sulla tutela della salute pubblica (prevenzione del GAP) ribadisco che mentre iniziano ad emergere evidenze scientifiche sulla inutilità del distanziometro, non esiste nulla di altrettanto autorevole in senso contrario.

Aggiungo anche che esistono evidenze sulla massiva migrazione dei giocatori su altre tipologie di gioco e verso il gioco illegale.

I dati messi a disposizione dall’Agenzia delle dogane e dei Monopoli, rilevano che proprio in Piemonte dove, più che in altre regioni, è stata attuata con “successo” la sostanziale soppressione delle attività di gioco legate agli apparecchi AWP, la contrazione della domanda è stata statisticamente irrilevante, a dimostrazione, per l’appunto, della migrazione degli utenti verso altre tipologie di offerta, compresa quella illegale.

Per quanto concerne la tutela dell’ordine pubblico, concetto che tocca, più in generale, il tema della legalità, non potrà non concordare con me (se non altro sul piano logico) che l’effetto del sostanziale divieto posto all’offerta di gioco legale non fa altro che trasferirne la titolarità dalle imprese regolari (che tra l’altro sono soggette all’imposizione fiscale) alla criminalità, con tutto ciò che ne consegue sotto l’aspetto dell’ordine pubblico e di quello erariale. Basti riflettere sulla recentissima notizia che negli ultimi mesi la Guardia di Finanza ha eseguito, proprio in Piemonte, trenta interventi che hanno portato al sequestro di cento apparecchi illegali e all’accertamento di un’evasione fiscale di 4 milioni di euro.

Confido che queste mie riflessioni possano rappresentare l’occasione per un rinnovato dialogo tra le Istituzioni regionali piemontesi e l’intero comparto del gioco, finalizzato alla ricerca di soluzioni non ideologiche, condivise, efficaci e che non comportino, come ora, il sacrificio di un intero settore economico.

Lo dico in modo chiaro: spero che la maggioranza di governo della regione si dichiari disponibile ad un confronto per rivedere radicalmente la normativa riguardante il distanziometro.

La cattiva politica è quella del “partito preso”, delle sterili battaglie ideologiche o di principio, dei posizionamenti strategici e dell’orgoglio puerile.

La buona politica è quella della riflessione, dell’approfondimento ma soprattutto è quella del coraggio di perseguire il bene comune, sempre e comunque, anche a costo di mettere in discussione sé stessa.

Alla Corte Costituzionale ci penseremo domani».

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