franzoso
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Ipotizziamo un ragionamento finalizzato a reperire un “equilibrio di coesistenza” tra:

un “costume – stile di vita – vizio- abitudine – scelta di spesa”, legalmente consentita in quanto lecita (per brevità un “divertimento”), ma tutt’altro che “salutare”,
e la fisiologica attività di “disincentivazione” del divertimento stesso, che fa parte di una morale (lecita, e per certi versi fondamentale) orientata a “promuovere” valori umani meno liquidi e socialmente più “costruttivi” rispetto al “divertimento”.

Innanzitutto il “punto di rottura” tra “norma legittimante i business di gestione di certi divertimenti e “la morale” (accezione a-tecnica e generalista) è la “promozione – incentivazione”. La norma (laica) può consentire ciò che la morale sconsiglia (ci mancherebbe), ma non può permettersi di incentivarlo, o di permettere che si imponga socialmente come “stile di vita” antagonista delle buone pratiche di salute e virtù.
In un mondo dove il business si esprime tramite la “pubblicità”, il divieto (parziale o assoluto, ma comunque serio) di pubblicità è la base minimale per la coesistenza che si intende raggiungere.
Senza nulla togliere agli sforzi sino ad ora compiuti (o non compiuti) dal Legislatore per regolamentare la pubblicità sul gioco legale, e senza alcuna “singolare aderenza” con coloro che ne invocano l’immediato divieto assoluto, ci sono delle verità oggettive che impongono di mettere mano alla normativa su questo punto:
1. In Internet è massiccia la presenza di banner “di gioco”.
2. Le trasmissioni “sportive” su molti canali sono “intervallate” dalla pubblicità sul gioco.
3. I commentatori sportivi utilizzano le quote ai fini della loro analisi, attuando un vero e proprio intervento nell’ambito della percezione del messaggio ai seguaci dello sport.
4. Il “mobile” è lo strumento che tutte le industrie evidenziano come prossima rete distributiva “prioritaria”.
La reazione abolizionista (sulla pubblicità) non ha quindi fondamenta “bigotte”, esprimendo preoccupazioni oggettive a fenomeni esistenti.

La ricerca di un “equilibrio di coesistenza” tra gioco e “anti-gioco”:
parte quindi da una limitazione della pubblicità che consenta di tutelare i giovani, incidendo su internet, comunicazione sportiva, applicazioni mobile,
prosegue attraverso la rivisitazione dei “premi in palio”, al fine di rompere il binomio “azzardo” – “cambio di vita”, sicuramente accattivante, ma non più indispensabile per mantenere il gioco legale efficace antagonista del gioco illegale (che ben può proporsi come più generoso nelle vincite-cach, ma mai si è reso artefice di miliardari),
non deve “incagliarsi”, al cospetto della “raccolta terrestre”, oggi conosciuta come “manifestazione unica” del problema del G.A.P., ma destinata a diventare la “fetta piccola” del mercato entro 2 anni.
Ciò che devono comprendere tutti i fautori della lotta contro le patologie del gioco, è che la loro azione (standard) di contrasto (slot spente e distanziate) è già stata “metabolizzata”.
Il Comune oggi può consentire alla slot di restare accesa solo poche ore, e di distanziarla dai centri che annoverano luoghi sensibili, e, se ha l’onestà di leggere i numeri che derivano da tali iniziative, può appurare che il G.A.P. aumenta proprio dopo il varo delle restrizioni.

Domani (entro 18-24 mesi), nulla potrà al cospetto delle applicazioni scaricate sugli smartphone dei ragazzi, della navigazione internet guidata verso siti di gioco, dei campioni di calcio testimonial, delle lotterie traslocate dai tabaccai al “virtuale”.
Basterà ricaricare il telefono per ritrovarsi l’applicazione – gioco, già operativa per le utenze accese a nome di maggiorenni, “attivabile” con “moderata furbizia” per i minorenni: il credito gioco attingerà da banali ricariche a codice acquistabili anche per contanti.

Il distanziometro metrico/orario non ha mai diminuito il numero dei malati di G.A.P. di una sola unità (nemmeno a Napoli e Firenze dove l’accensione è consentita per pochissime ore), e anche l’estremizzazione delle restrizioni non salverà neppure una persona dalla contrazione del G.A.P., ed entro due anni sarà proprio la “concentrazione” del gioco terrestre nelle sale dedicate (oggi al centro del progetto governativo di riordino) a “perfezionare” il trasloco di milioni di utenti di gioco sul “mobile” e la definitiva collocazione dei giovani nella fascia più “esposta” al rischio dipendenza.

Ipotizzare, invece, l’obbligatoria inclusione dei luoghi più frequentati dai cittadini (bar e tabacchi) in un nuovo percorso di vendita controllata del gioco lecito, rigorosamente istruita su criteri di “comprovata tecnicalità” e “formazione”, può costituire un efficace “antidoto” verso l’affermazione di pratiche di gioco più non suscettibili di monitoraggio locale, e di interventi “riduttivi”.

Il passaggio dalla “lotta” (che spesso “somma” ideologia e concretezza in percentuali troppo variabili) alla “tecnica della prevenzione” comporta scelte difficili da spiegare per la politica, che si occupa dell’argomento-gioco in chiave auto-referenziale, ma ovvie per chi professionalmente gestisce l’impatto della progressiva liquidità delle società e dei valori sugli stili di vita e sulla salute.

Trasformare ciò che oggi si vuole “spegnere” in ciò che domani può “tener lontano” da “azzardi più insidiosi” sarebbe indice di una straordinaria capacità evolutiva delle profilassi rispetto alla mutazione dei rischi, ma soprattutto eviterebbe di cadere nel tranello di arrestare la prevenzione solo a ciò che tutti vedono, ovvero a soglie di “accettata inefficacia”.

Avv. Michele Franzoso, Centro studi AS.TRO

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