franzoso
Print Friendly, PDF & Email

(Jamma) – Dalle “agenzie di stampa” è stata battuta la notizia secondo la quale il recupero dei 160 milioni mancanti all’appello della “decurtazione di ricavi” (imposta dalla legge n. 190/2014), potrebbe avvenire attraverso una “singolare procedura”: si tratterebbe, infatti, di “nominare” i concessionari di rete telematica come “esattori di entrate patrimoniali dello Stato” (R.D. 14 aprile 1910 n. 639), ovvero Enti impositori, abilitati a emanare l’ordine di ingiunzione di pagamento (prima), alla iscrizione al ruolo (poi), ed infine a procedere coattivamente alla riscossione in proprio.

L’idea giuridica che sottende alla soluzione è “intrigante” ma sconta alcune semplificazioni eccessive, che di seguito si elencano:
1. La legge n. 190/ 2014 è già sul tavolo della Corte Costituzionale e non saranno pochi i Giudici che – in pendenza di una remissione incentrata proprio sulla “legittimità intrinseca” del prelievo – potrebbero “opinare” qualcosa sia all’atto della vidimazione della ingiunzione, sia all’atto della decisione sull’eventuale sospensiva invocata dall’esecutato.
2. Il “principio” cardine della procedura i discussione è la “distinzione” tra Ente impositore e soggetto passivo: in questa situazione, invece, è il soggetto passivo tenuto al pagamento (e in quanto tale formalmente inadempiente) ad essere elevato come “Ente di riscossione”, per non parlare del fatto che “il Concessionario” (in quanto partecipante alla ripartizione dei ricavi) è esso stesso soggetto che dovrebbe (eventualmente) escutere se stesso.
3. Il presupposto della “liquidità – certezza – esigibilità” del credito, inoltre, non può derivare da un calcolo di parte (per giunta interessata, perché è tutto quello che non è di competenza degli “altri operatori di filiera” a dover essere corrisposto dal Concessionario).
4. Se poi si aggiunge che il Consiglio di Stato ha già decretato come “privatistico” il rapporto tra il Concessionario (soggetto passivo tenuto alla corresponsione dei 500 milioni) e i suoi contrattualizzati (a cui “far pagare” la loro parte di decurtazione di ricavi, con strumenti privatistici), l’incostituzionalità della “soluzione ipotizzata” assume rilevanza macroscopica.

Tenendo conto di alcuni passaggi (l’allestimento e la gestione di un ruolo pubblico per un unico affare, la vidimazione dell’ingiunzione, la procedura di esecuzione), sono inoltre verosimili ulteriori profili critici: da un lato il Concessionario potrebbe “obiettare” di non avere contratto una convenzione di pubblica esazione, ma solo quella di gestore della rete telematica (lamentandosi pertanto della gratuità di un incarico); dall’altro lato, potrebbe “obiettare” la illegittimità di detto “aggravio d’oneri” proprio in pendenza del giudizio di legittimità costituzionale. Dulcis in fundo, il Concessionario “potrebbe obiettare” la scarsa compatibilità tra “lo statuto penale della P.A.” e la “fisiologica contrattazione” che, coi soggetti che dovrebbe esecutare, compie ogni giorno, su molteplici profili negoziali (stabilità 2015 compresa, che sino ad oggi ha avuto “status di contrattazione privata”).
Il timore di AS.TRO è che questa “soluzione” finisca per agevolare chi nulla ha pagato, chi nulla vuole pagare, chi nulla pagherà, portandosi a casa un illegittimo vantaggio concorrenziale verso quegli operatori che, consapevoli anche del “ruolo politico” che aveva assunto il prelievo dei 500 milioni nell’ambito della decisione delle sorti del settore, hanno provveduto a versare la loro effettiva quota di redditività degli apparecchi.
Senza nulla togliere ai fautori della soluzione, evidentemente convinti che “il potere” possa superare difficoltà di mercato, si evidenzia come tutti i tentativi di “militarizzare” il settore, introducendo elementi di condizionamento, ingessature, potestà arbitrarie nei confronti di filiera, non hanno mai sortito l’effetto sperato, ma semmai l’opposto, tanto è vero che “per qualcuno” l’unico modo per risolvere la complessità della rete distributiva generalista delle AWP, sarebbe quella di “eliminare” la stessa, magari prima di dover affrontare il dilemma dell’eventuale restituzione dei 340 milioni versati dai gestori e dai punti vendita “virtuosi”.

Al cospetto di una soluzione tecnica “da ultima spiaggia” , costosa, difficilmente praticabile, verosimilmente inefficace, e ad elevato rischio di incostituzionalità, la Politica dovrebbe riappropriarsi della capacità di gestione dei fenomeni, individuando i giusti equilibri, soprattutto alla luce di una posta finanziaria così bassa, così “a rischio”, e troppo “collegata strumentalmente” al posizionamento commerciale delle aziende del settore.

 

Avv. Michele Franzoso – Centro Studi ASTRO

Commenta su Facebook