Il Tar Marche ha accolto il ricorso di un esercente contro il provvedimento di revoca della licenza di sala giochi in quanto debitore verso l’Agenzia delle Entrate e dell’INPS.

Il ricorrente e è titolare della licenza ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S. ed art. 9 c.1 lett.f. DM 22 febbraio 2010 per la raccolta di gioco attraverso l’installazione di apparecchi videoterminali VLT , in forza della quale gestisce una sala giochi. Un procedimento amministrativo per la revoca della licenza è stato avviato ai sensi dell’art. 88 TULP sul presupposto che, da accertamenti svolti presso la Direzione Provinciale Inps e presso l’Agenzia delle Entrate ai sensi dell’art. 30 DL 124/2019 e dell’art. 80 c.4 DL 50/2016, risultavano sussistere a suo carico violazioni definitivamente accertate derivanti da liquidazione modello unico.

Il provvedimento è motivato con la pendenza di cartelle esattoriali relative ad imposte di vari anni per un totale di circa 15.000 euro, dovute all’Agenzia delle Entrate che rappresenterebbero cause ostative al mantenimento dell’autorizzazione di polizia.

La revoca della licenza ex art. 88 TULPS cui era titolare la ricorrente è basata sulla disposizione di cui all’art. 30 del D.L. n. 124/2019, che ha introdotto per concessionari del gioco pubblico un particolare divieto, stabilendo che gli “operatori economici che hanno commesso violazioni definitivamente accertate agli obblighi di pagamento di imposte e tasse e di contributi previdenziali, secondo quanto previsto dall’art.80 co.4 del D. Lgs. n. 50 del 18 aprile 2016”, non possono “essere titolari di o condurre esercizi commerciali, locali o altri spazi all’interno dei quali sia offerto gioco pubblico”.

Per il Collegio non “è quindi in dubbio che il rilascio nuove licenze ai sensi dell’art. 88 TULPS sia sottoposta alla normativa sopra richiamata. Del resto, in linea di principio, in sede di rilascio delle licenze di pubblica sicurezza per l’apertura di un centro raccolta di gioco e scommesse, l’Amministrazione dell’interno ha un potere ampiamente discrezionale per valutare, con il massimo rigore, qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di rilascio, revoca o rinnovo di un’autorizzazione di polizia.

Si pone però il problema dell’applicazione ad una licenza in essere di una norma che non si qualifica esplicitamente come retroattiva. Il Collegio ritiene sia utile richiamare, sul tema, i principi consolidati relativi alla normativa in tema di localizzazione delle sale giochi. Come è noto, la Corte costituzionale in più occasioni (sentenze n. 264 e n. 15 del 2012, n. 303, n. 238 e n. 93 del 2011, n. 317 e n. 311 del 2009, n. 362 e n. 172 del 2008) ha rammentato che il legislatore, nei limiti del criterio di ragionevolezza e senza mai incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, può valutare la scelta tra retroattività e irretroattività. Inoltre, la stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali non esclude radicalmente la possibilità di leggi che, operando retroattivamente, incidano sull’andamento di giudizi in corso, quando sussistano esigenze di ordine pubblico o addirittura “motivi imperativi di interesse generale”. Ancora, si può richiamare l’orientamento della giurisprudenza secondo cui l’esistenza di un’autorizzazione pregressa non può giustificare una deroga permanente, che sottragga l’operatore all’applicazione della disciplina regolamentare a tutela della salute, quale che siano le vicende e le ubicazioni future del suo esercizio commerciale. Altrimenti, oltre a vanificare la portata della disciplina di tutela, si determinerebbe nel settore, attraverso la sorta di contingentamento e la forte valorizzazione delle autorizzazioni preesistenti che ne conseguirebbero, una distorsione della concorrenza maggiore di quella che potrebbe essere imputata alle distanze minime . Si è osservato sul punto che, se, per l’esigenza di contemperare la prevenzione delle ludopatie con la salvaguardia delle attività economiche in essere, la norma sulle distanze minima non è retroattiva (nel senso che non incide sulle autorizzazioni in essere, ma soltanto su quelle richieste successivamente alla sua entrata in vigore), non per questo l’esistenza di un’autorizzazione pregressa giustifica una deroga permanente tale da sottrarre l’operatore all’applicazione della disciplina regolamentare a tutela della salute, quale che siano le vicende e le ubicazioni future del suo esercizio .

Il Collegio ritiene, pur prendendo atto della presenza di pronunce cautelari di segno opposto che, anche in base ai principi sopra ricordati, non sussistano gli elementi per considerare la norma di per sé applicabile alle licenze in essere. Non convince sul punto la tesi dell’Amministrazione che richiama l’articolo l’art. 6 del DPR 311/2001, il quale ha reso permanente la licenza in possesso del ricorrente. L’Amministrazione cita in particolare l’art. 12 del Regolamento per l’Esecuzione TULPS (R.D. 635 del 1940) che fa salva “la facoltà dell’amministrazione di verificare d’ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti prescritti e di disporre, se ne ricorrono i presupposti, con provvedimento motivato, il divieto di prosecuzione dell’attività e la rimozione dei suoi effetti”. Nel caso in esame, però, il potere di riesame esercitato dall’Amministrazione, sia pure indubbiamente presente con riguardo alle licenze in essere, non riguarda, ad esempio, fatti precedenti e non conosciuti dall’Amministrazione medesima, ma un requisito di nuova introduzione, in precedenza non previsto per i titolari della licenza. Soprattutto, tale potere è esercitato in assenza di specifiche disposizioni che disciplinino la sua applicazione alle licenze in essere.

Ad avviso del Collegio è quindi in questione l’applicazione retroattiva della norma in esame, la quale prevede un nuovo requisito per l’esercizio e la titolarità di attività nei quali è offerto gioco pubblico. Si osserva sul punto che, al contrario di quanto affermato dall’Amministrazione, l’assenza di una normativa transitoria per l’applicazione alle licenze in essere e, in ogni caso, di qualsiasi menzione di quest’ultime, depone per l’impossibilità di applicare retroattivamente la norma. Questo ovviamente, secondo i principi sopra delineati, vale solo per le licenze rilasciate prima dell’entrate in vigore del citato art. 30. Qualsiasi richiesta di modifica o di ampliamento delle licenze non potrà, infatti, che essere sottoposta ai requisiti previsti dalla normativa attualmente in vigore. Del resto, il requisito introdotto riguarda indubbiamente, come affermato dall’Amministrazione, l’affidabilità del titolare della licenza, pur essendo stato introdotto come requisito per l’offerta del gioco pubblico solo con il citato DL 124/2019.

Per quanto sopra, anche se la norma di cui all’articolo 30 del DL 124/2019 non ha carattere sanzionatorio, a differenza di quanto ipotizzato da parte ricorrente nel primo motivo di ricorso, a parere del Collegio non sono presenti i presupposti, in assenza di specifiche indicazioni nella norma in questione, per la sua applicazione alle licenze in essere. Sono quindi fondati il secondo e il terzo motivo di ricorso, di carattere assorbente, per cui il ricorso medesimo deve essere accolto con il conseguente annullamento del provvedimento impugnato”.

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