Una società attiva nel settore del gioco pubblico mediante apparecchi con vincita in denaro ha impugnato un provvedimento dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) con il quale era stata disposta la cancellazione della società dall’elenco RIES.

La ricorrente – “nell’evidenziare l’intervenuto annullamento in autotutela del gravato provvedimento di cancellazione con la motivazione che il provvedimento non doveva essere assunto nei confronti di un soggetto diverso da quello che raccoglie scommesse in assenza di autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S. – insisteva nella sola richiesta di risarcimento dei danni affermando che a causa del provvedimento impugnato l’iniziativa imprenditoriale del ricorrente ha subito un gravissimo arresto perché sono venuti meno gli incassi ed i guadagni per la società”.

In particolare, la parte ricorrente ha sostenuto di aver subito danni in relazione alla perdita degli apparecchi di divertimento di sua proprietà, in quanto immediatamente disconnessi dalla concessionaria della rete telematica rendendoli “di fatto irreparabilmente inutilizzabili”, e al conseguente “blocco dell’attività”, per due settimane con una “perdita secca di incassi e guadagni rispetto all’anno 2013 e ai primi tre mesi dell’anno 2014”, come asseritamente comprovato dalla contabilità della società (dichiarazione IRPEG 2014 per l’anno 2013 e perizia).

La ricorrente ha quindi chiesto la condanna dell’ADM al risarcimento del “danno emergente dalla perdita d’uso delle 40 apparecchiature nonché il lucro cessante per tutto il periodo di validità dell’accordo con il concessionario di rete in quanto la risoluzione contrattuale voluta dal concessionario è priva di giusta causa, perché determinata dal provvedimento impugnato che si è rivelato illegittimo”.

La resistente, con memoria depositata il 17 giugno 2022, eccepiva in rito l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, quanto alla domanda di annullamento dell’atto di cancellazione dall’elenco RIES, poi diffusamente contestando la residuale pretesa risarcitoria in quanto “non … assistita da alcun elemento probatorio in grado di dimostrarne la fondatezza”.

Per i giudici del TAR Lazio «Il ricorso deve essere, innanzi tutto, dichiarato improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse, ai sensi dell’articolo 35, comma 1, lett. c, del cod. proc. amm., per quel che concerne la (sola) azione caducatoria del contestato provvedimento di cancellazione, in ragione della dichiarazione resa in tal senso dalla ricorrente, in cui si dà atto dell’intervenuto annullamento in autotutela di tale atto (come da relativa determinazione versata in atti), in forza del quale la società non ha più, dunque, interesse ad ottenere un relativo pronunciamento nel merito se non ai sensi dell’art. 34, comma 3, c.p.a., in relazione all’istanza risarcitoria anch’essa formulata in atti.

Ciò premesso, passando, dunque, ad esaminare nel merito la domanda di condanna al risarcimento dei danni asseritamente subiti dalla società ricorrente per effetto del provvedimento in epigrafe – adottato dall’Agenzia il 18 marzo 2014 – il Collegio è dell’avviso che, per quanto l’illegittimità di tale atto possa dirsi confermata dal provvedimento di autoannullamento assunto già in data 1° aprile 2014, ciò non basti (diversamente da quanto vorrebbe la ricorrente) a sostenere la pretesa risarcitoria azionata, non sussistendo, nel caso di specie, gli elementi costitutivi della supposta responsabilità aquiliana.

E’ stato, infatti, condivisibilmente affermato in tema di responsabilità della pubblica amministrazione, come l’ingiustizia del danno di cui all’articolo 2043 del codice civile non possa considerarsi esistente in re ipsa, quale conseguenza della sola illegittimità dell’esercizio (o del mancato esercizio) della funzione amministrativa, dovendo in realtà il Giudice accertare la sussistenza di un evento dannoso, qualificabile come ingiusto, riferibile sotto il profilo causale ad una condotta della pubblica amministrazione, ed imputabile all’amministrazione medesima sotto il profilo soggettivo del dolo o della colpa (in tal senso, ex multis, Consiglio di Stato, Sezione V, sentenza del 2 maggio 2013, n. 2388).

Orbene, osserva il Collegio come, nel caso di specie, per quel che concerne la sussistenza dell’elemento oggettivo dell’illecito foriero di danno, non vi sia alcuna evidenza processuale, quanto al preteso danno emergente legato all’asserita perdita delle quaranta apparecchiature da gioco di proprietà della ricorrente, né della disconnessione di tali apparecchi, né dell’asserita irreversibile inutilizzabilità che ne sarebbe derivata per rottura dei sigilli al fine di estrarne le smart card (circostanza in alcun modo comprovata), né – ancora – della loro conseguente definitiva dismissione, non valendo la mera produzione di una fattura di noleggio di un furgone in data 24 marzo 2014 a dimostrarne l’utilizzo per il trasporto di tali macchine in magazzino.

Sempre con riferimento a tale posta di danno, la società nemmeno offre un principio di prova circa l’intimata restituzione dei relativi nulla osta di esercizio, invero non comprovata da alcuna relativa corrispondenza rinvenibile in atti.

Lo stesso è a dirsi per il lucro cessante derivante dal riferito “blocco” per due settimane dell’attività d’impresa della società ricorrente (quantificati in oltre un milione di euro), attesa la mancata evidenza della riferibilità dell’evento dannoso – vale dire l’asserito pregiudizio in termini economici in termini di perdita dei ricavi da aprile 2014 – alla condotta dell’Agenzia, consistente nell’illegittima cancellazione dall’elenco RIES (nesso causale).

Quanto poi all’elemento soggetto, nemmeno vi è la prova che l’Agenzia sia venuta meno a quegli obblighi di buona amministrazione, perizia e diligenza che sempre devono improntare l’azione amministrativa, tanto più osservando il Collegio come la ricorrente abbia in sostanza concorso alla causazione dello stesso non riscontrando la comunicazione di avvio del procedimento, trasmessale dall’amministrazione, e nemmeno attivando tutti gli strumenti processuale a lei a disposizione, ivi compresa la proposizione di una relativa istanza cautelare – invero mai formulata in atti – idonea ad ottenere un’immediata sospensione dell’efficacia del provvedimento di cancellazione.

Tale circostanza concorre, infatti, a precludere il riconoscimento del danno per equivalente pecuniario in ossequio a quanto stabilito all’ultimo periodo del comma 3, dell’art. 30 cod. proc. amm., secondo cui “nel determinare il risarcimento il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”, non potendosi per l’effetto ammettere il ristoro di un pregiudizio che lo stesso ricorrente ha contribuito (almeno in parte) a cagionare in ragione della mancata attivazione degli strumenti di tutela disponibili.

Assume, infatti, rilievo come, ove parte ricorrente avesse tempestivamente richiesto la sospensione cautelare del provvedimento di cancellazione, avrebbe con ogni verosimiglianza potuto quanto meno limitare la rifrazione dei danni asseritamente conseguenti alla sospensione dell’attività (in tal senso, Consiglio di Stato, Sezione V, n. 3910 del 2016).

In conclusione, per tutte le ragioni fin qui esposte, il ricorso avanzato dalla società deve in parte dichiarato improcedibile e in parte respinto, attesa l’infondatezza della domanda risarcitoria ivi da costei avanzata».

Articolo precedenteTabaccai, FIT: “Lotteria Italia 2022, parte la lunga cavalcata che si concluderà con l’estrazione del 6 gennaio 2023”
Articolo successivoDoppia promo di Pragmatic Play su CasinoMania