A poco meno di un anno dal decreto di regole tecniche che avrebbe dovuto segnare il nuovo corso per il mercato degli apparecchi da intrattenimento si torna da dove si era partiti. O forse ancora più indietro.

Nulla di fatto o quasi. Per il mercato degli apparecchi di puro intrattenimento, ovvero videogiochi, calciobalilla e flipper (per semplificare), questa avrebbe dovuto essere la stagione della ripartenza, se non addirittura del nuovo slancio verso una nuova era. Fissate le regole tecniche e le procedure per il rilascio delle autorizzazioni, si trattava di tradurle in procedure di routine. Così sono trascorsi mesi nell’attesa e nella speranza di risolvere tutte le criticità e di liberare, finalmente, un settore economico, così come avrebbe meritato, da una serie di restrizioni e di ambiguità davvero incomprensibili.

Abbiamo assistito infatti alle interminabili disquisizioni su come un calciobalilla (eventualmente taroccato) si possa prestare alla pratica del gioco d’azzardo, o su come un flipper che eroga palline possa rappresentare un pericolo mortale per un minore. Ancora prima sono arrivate le trattazioni sociologiche sugli effetti dei meccanismi premianti di una macchina che eroga ticket se misuri la tua abilità nel menare un martello di gomma.

Chi questi apparecchi li conosce da decenni, ne conosce l’utilizzo e il cliente di riferimento, ha tentato invano di spiegare alla politica (o meglio al decisore politico) che tra il controllo (legittimo) e la persecuzione era meglio propendere per il primo. Ma lo slancio verso l’irrigidimento delle regole e l’inflessibilità propria di chi teme di perdere autorevolezza, hanno prodotto esiti tutt’altro che positivi.

Dopo l’inverno, e le riunioni tecniche dove le risultanze di quanto si stava facendo si scontravano con le rassicurazioni e gli inviti ad avere fiducia, è arrivata la primavera e le speranze mancate.

Come se non bastasse, per concatenazione di atti e di circostanze, il quadro si è ulteriormente complicato con il sequestro amministrativo delle sale dove ai videogiochi si giocava non per intrattenimento (a quanto pare di capire) ma per sport.

Chiunque frequenti il gaming da qualche decennio, e forse non è il caso di qualche professionista e consulente che ai tempi si stava dedicando ad altre pratiche, sa benissimo cosa successe quando fecero la loro comparsa le consolle domestiche e le problematiche connesse alla gestione degli apparecchi arcade all’interno delle sale giochi. Le leggi di riferimento, che, come sappiamo, sono all’interno di un Regio decreto (ovvero di quando in Italia c’era ancora la monarchia) sono cambiate un po’, ma non abbastanza. Su quei videogiochi ancora oggi, si scatenano le invettive di politici e decisori che potremmo definire, con un eufemismo, ‘poco illuminati’. Fatto sta che se fosse stato possibile comprarsi qualche decina di PlayStation e piazzarle in una sala giochi dotata di comode sedie e cuffie o altri dispositivi ‘immersivi’ per tornare a rivedere stuoli di ragazzi che si accalcano intorno ad uno sparatutto o una partita di football virtuale, probabilmente lo avrebbero fatto praticamente tutti.

E invece no. Quasi due decenni fa insieme alla ‘bonifica’ dagli apparecchi fuori legge che erogavano gettoni e ticket c’è stata la regolarizzazione del puro intrattenimento e l’eliminazione di videogiochi che di pericoloso avevano poco (se escludiamo il rischio di beccarsi uno schiaffone dal genitore preoccupato per i tuoi risultati scolastici).

Se fosse stato così facile allestire uno spazio con qualche monitor e titoli che ancora tutti rimpiangono non capiremmo l’ostinazione di imprenditori che da mesi tentano di spiegare che una connessione ad Internet non è necessariamente un espediente per trasformare una sala in una bisca.

Con il sequestro delle sale esports (ma che comunque sono sale dedicate al gaming), la situazione di è ancora più complicata. Le diverse ‘anime’ che gravitavano intorno all’apparecchio da intrattenimento, ovvero quella dei parchi, dello spettacolo viaggiante, delle sale ‘multi-intrattenimento’ come i bowling, dei circoli sportive, oggi hanno un nuovo vicino. E tutte, diciamocelo, si sentono diverse e distanti dall’altro. Per necessità, e non per convinzione, si siedono intorno ad un tavolo ‘virtuale’ alla ricerca di una soluzione. Una soluzione che fino ad ora non è arrivata e candidamente si ammette che l’unica soluzione possibile è quella di ritornare da dove si era partiti anni fa: dalla politica.

Ma lo sappiamo bene come funzione la politica oggi: sposa una causa valutando attentamente quanto rende in termini di consensi. Chi oggi prende a cuore la causa delle sale esports ieri invocava il ritorno dei flipper nelle sale giochi (gli stessi flipper per i quali si deve dimostrare non essere giochi d’azzardo). Chi si scandalizza per il sequestro di videogiochi connessi in rete non ha speso una parola di fronte alla lenta agonia di un settore di migliaia di apparecchi la cui colpa è quella di essere dotati di una gettoniera e gestiti da chi, legittimamente esercita anche come operatore del gioco pubblico legale.

Quello che si è consumato nelle scorse ore, con una riunione ‘allargata’ degli Stati Generali dell’Amusement è un triste epilogo. Al regolatore, di cui si è elogiata la disponibilità e la capacità di ‘strigare’ la matassa di regole sbagliate, si chiede ora di fermarsi e stare a guardare. Alla politica ‘facilona’ e approssimativa, di tornare sui sui passi.

Per gli esports il rischio reale, in questo momento, è di restare impantanati nelle sabbie mobili da cui l’apparecchio da intrattenimento cerca di tirarsi fuori da anni. Comprensibile il loro smarrimento, ma obiettivamente non è pensabile per loro un percorso in solitaria. L’Amusement trova slancio e nuova forza da questa situazione, anche se obiettivamente avremmo preferito più determinazione e realismo quando serviva. mc

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