La Cassazione si pronuncia nel merito del ricorso di un gestore di slot a cui l’Agenzia delle Entrate ha contestato somme che erano state recuperate a tassazione, ai fini Ires ed Irap. Si tratta di maggiori redditi a seguito dell’accertamento di maggiori ricavi e di costi non deducibili

L’Ufficio delle Entrate, sulla scorta dei dati acquisiti dai concessionari del servizio di attivazione e conduzione della rete telematica del gioco lecito mediante apparecchi da intrattenimento ed in ragione della documentazione prodotta dalla società contribuente, rideterminava i ricavi percepiti dalla contribuente, nella qualità gestore di apparecchi di cui all’art. 110, sesto comma, r.d. 18 giugno 1931, n. 773, derivanti dalle giocate degli utenti finali, al netto dei compensi spettanti agli esercenti, in misura maggiore di quella dichiarata ed assumeva l’indeducibilità di alcune componenti negative del reddito.
In particolare, l’Ufficio affermava che la società contribuente non aveva provato di aver corrisposto agli esercenti un compenso maggiore di quello contrattualmente pattuito e che aveva indebitamente dedotto, imputandolo a «costi» parte del compenso corrisposto a due esercenti sebbene i compensi spettanti alla contribuente, quale gestore, erano già calcolati al netto di quanto corrisposto agi esercenti.

La Commissione tributaria di secondo grado di Bolzano, chiamata a pronunciarsi sull’appello di entrambe le parti, riteneva adeguatamente motivato l’avviso di accertamento; quanto ai ricavi riteneva non provati sia i maggiori compensi agli esercenti che gli ammanchi tecnici; quanto ai costi escludeva che la contribuente avesse dato prova dei medesimi. Per l’effetto, rigettava l’appello della contribuente ed accoglieva l’appello dell’Ufficio.

Per la Cassazione la Commissione tributaria di secondo grado ha posto a fondamento della decisione la premessa, non contestata, che i maggiori ricavi erano stati determinati dall’Ufficio sottraendo al corrispettivo dovuto dal Concessionario della rete – da ripartirsi tra la contribuente, nella sua qualità di gestore degli apparecchi di cui all’art. 110, sesto comma, r.d. n. 773 del 1931 e gli esercenti – la quota spettante a questi ultimi. Ha ritenuto, di conseguenza, che, la corresponsione ai giocatori di quote percentuali superiori al 75 per cento contrattualmente convenuto (quota corrispondente al corrispettivo minimo «delle giocate incassate» dovuto per legge all’utente finale), che secondo la prospettazione del contribuente avrebbe comportato minori ricavi, doveva essere formalizzata a mezzo accordi scritti e non a mezzo accordi verbali.
Ha ritenuto, altresì, che l’allegazione di minori ricavi in ragione di ammanchi tecnici (ovvero dovuti a malfunzionamento degli apparecchi) non poteva fondarsi sulla stima di una percentuale di rischio in ordine al verificarsi dei medesimi, occorrendo acquisirne la certezza.
La sentenza, pertanto ha ritenuto sussistente la prova di maggiori ricavi assumendo che la pattuizione con l’esercente di un corrispettivo alla clientela maggiore del 75 per cento doveva avvenire in forma scritta e che il malfunzionamento degli apparecchi di gioco non era provato.


Così motivando, non è incorsa in alcuna violazione della norma invocata.

La sentenza impugnata- aggiunge la Cassazione- partendo dal presupposto che il ricavo contabilizzato dal gestore era al netto di quanto corrisposto agli esercenti, è giunta alla conclusione che, sia il bonus che la contribuente assumeva di aver corrisposto ad uno degli esercenti, sia l’aggio in misura pari all’1.5 per cento, non potevano essere portati in deduzione quali costi in quanto non legittimati da una pattuizione contrattuale suppletiva con gli esercenti. Ha aggiunto che spettava al gestore provare di aver contabilizzato il proprio ricavo al lordo della quota spettante agli esercenti al fine di poterlo portare in deduzione quale costo.
Anche in questo caso, pertanto, la C.t.r. ha fatto corretta applicazione dell’art. 39 cit. in quanto l’esclusione della deducibilità dei costi è motivata in ragione del fatto che la contribuente aveva portato in detrazione costi di cui non vi era alcuna prova.

Il ricorrente non ha riportato in ricorso, per le parti rilevanti, gli atti difensivi del secondo grado, né ha fatto alcuno specifico richiamo ai medesimi, onde permettere a questa Corte di valutare, sulla base quanto allegato, la fondatezza della censura proposta. Invero, nemmeno si dice in ricorso se e come il giudice d’appello sia stato investito delle questioni prospettate. Va evidenziato in proposito che il ricorrente ha espressamente riferito di aver sollevato detta contestazione con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado; tuttavia, non ha né allegato né documentato di aver riproposto la specifica questione in appello, sebbene risulti, da quanto riportato nella sentenza di secondo grado, che anche la sentenza di primo grado si era pronunciata, con riferimento alla detta doglianza, esclusivamente in merito alle dichiarazioni iva degli esercenti e non ai dati forniti dalla
concessionaria.

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