Per i giudici di cassazione il gestore di apparecchi da gioco che non versa la quota di Stabilità al concessionario di rete è imputabile per il reato di peculato.

Si legge: “Il giudice del rinvio, nell’integrare -con valutazione in diritto- gli elementi dubitativi rimessi al suo apprezzamento di merito dalla sentenza di annullamento, ha stimato altruità del denaro non versato all’Erario dal gestore (tramite il concessionario) e qualità di incaricato di un pubblico servizio sulla scorta del pertinente richiamo al dictum delle Sezioni unite di questa Corte, che hanno chiarito come integri il delitto di peculato la condotta del gestore o dell’esercente degli apparecchi da gioco leciti di cui all’art. 110, sesto e settimo comma, TULPS, che si impossessi dei proventi (tutti i proventi, senza distinzioni tra quote tributarie e suo profitto) del gioco, non versandoli al concessionario competente, in quanto il denaro incassato appartiene alla pubblica amministrazione sin dal momento della sua riscossione (Sez. U., n. 6087 dei 24/09/2020, dep. 2021, Rubbo, Rv. 280573, pag. 16, sub 7, in cui la Corte ha precisato che il concessionario riveste la qualifica formale di “agente contabile” ed è incaricato di pubblico servizio, funzione cui partecipano il gestore e l’esercente, essendo loro delegate parte delle attività proprie del concessionario, pag. 22, sub 10). Tali principi rispondono del resto, continua ancora il tribunale, a quanto diffusamente argomentato dalle Sez. Unite civili nel corpo della sentenza n. 14697 del 29/5/2019.

1.3. Né può rilevare, in ordine alla punibilità della condotta, la circostanza che l’obbligo per il concessionario di versare la c.d. “quota di stabilità” dovuta per l’anno oggetto di imputazione sia stato abrogato per effetto della legge di stabilità dell’anno successivo (art. 1, comma 920 e 921, lella legge 28 dicembre 2015, n. 208, che ha anche chiarito che l’obbligo spettava a tutti i soggetti della filiera di riscossione), in quanto si tratta appunto di una nuova formulazione della legge extrapenale, che interviene solo a modulare un obbligo immanente. Non può quindi trovare applicazione, in tale fattispecie, il principio (art. 2, quarto comma, cod. pen.) che impone l’applicazione della legge penale successiva più favorevole. Deve infatti richiamarsi sul punto la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in tema di successione di leggi, la modificazione in melius della norma extrapenale richiamata dalla disposizione incriminatrice esclude la punibilità del fatto precedentemente commesso solo se attiene a norma integratrice di quella penale oppure ha essa stessa efficacia retroattiva (ex plurimis, Sez. 3, n. 5911, del 25/10/2019, dep. 2020, Rv. 278595; Sez. 3, n. 11520 del 29/01/2019, Rv. 275990; Sez. 3, n. 28681 del 27/01/2017, Rv. 270335; Sez. 3, n. 15481, del 11/1/2011, Rv. 250119; Sez. U. n. 2451, del 27/9/2007, Rv. 238197-01). Si tratta di presupposti che non sono sicuramente sussistenti in relazione all’art. 1, comma 920, della legge di stabilità 2016, giacché tale disposizione, che ha effetti ex tunc, ha semplicemente per oggetto i criteri attinenti al quantum debeatur, nella immanenza della identificazione dei soggetti onerati, e non è norma integratrice della fattispecie penale, in quanto lascia del tutto immutati gli elementi strutturali costitutivi della fattispecie di peculato”.

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