La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di l’Aquila che condanna il titolare di una impresa di gestione a pagare 28.000 euro di sanzione contestando alla società di aver utilizzato apparecchi per il gioco privi del secondo guscio di protezione della scheda interna.

I fatti risalgono al 2018 quando, in sede di controllo, gli apparecchi erano risultati privi del guscio che protegge la scheda di gioco. La sanzione, con la confisca degli apparecchi, era stata irrogata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

La Seconda Sezione Civile della Cassazione ha respinto una serie di mtivi di ricorso della società ricorrente riferibili al fatto che i decreti dei giudici estesi in calce ai ricorsi di entrambi i gradi di causa, con ordine di deposito degli atti del procedimento sanzionatorio, non risultavano validamente notificati; l’opposizione al sequestro era stata rigettata dopo il deposito degli atti difensivi rimessi per cui tutte le misure, incluse la confisca, erano divenute inefficaci poiché non emesse entro due mesi dal giorno in cui era pervenuto il rapporto e entro sei mesi dal sequestro; al momento
dell’infrazione non era prevista l’installazione di un doppio guscio della scheda di gioco; le nuove specifiche tecniche della scheda interna sarebbero state adottate con un decreto amministrativo mai
portato a conoscenza dell’interessata; il Collegio giudicante era composto da giudici diversi da quelli che avevano partecipato all’udienza di discussione.

“In merito all’asserita violazione del principio di legalità e all’eccezione di difetto di colpevolezza a causa della mancata notifica del provvedimento direttoriale con cui erano state modificate le
specifiche tecniche delle schede di gioco, rendendo obbligatoria l’installazione di un doppio guscio, entrambe le questioni appaiono inammissibili.
La circostanza che i macchinari fossero stati prodotti ed installati anni prima dell’adozione delle norme tecniche sopravvenute e delle prescrizioni di adeguamento è circostanza solo genericamente enunciata in ricorso, senza alcun aggancio alle contestazioni esaminate nel giudizio di merito e senza specificare se tali profili fossero stati oggetto dell’opposizione e del successivo giudizio di appello, essendo la relativa deduzione ormai preclusa in cassazione. Deve ribadirsi che, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. 2694/2018; Cass. 15430/2018;Cass. 23675/2013).
Né rileva che — secondo un insegnamento di questa Corte (cfr. Cass. 4962/2020; Cass. 17403/2008) — la violazione del principio di legalità in materia di sanzioni amministrative sia rilevabile d’ufficio,
posto che tale potere di rilevazione può esercitarsi in cassazione sempre che le circostanze di fatto che ne sostengono la deduzione siano state ritualmente acquisite al processo e risultino ex actis.
Resta, quindi, irrilevante stabilire se la società, avendo ignorato le disposizioni sopravvenute, fosse incorsa in un errore scusabile:
l’accertamento dell’elemento soggettivo della violazione involge profili in fatto, il cui apprezzamento è di stretta competenza del giudice di merito, cui andava tempestivamente sottoposta la questione (Cass. 23019/2009).
Per le medesime ragioni è preclusa anche la deduzione circa il fatto che il provvedimento del direttore dell’amministrazione contenente le nuove prescrizioni non fosse stato comunicato o che la società non
avesse avuto modo di prendere conoscenza, tema di cui la sentenza non fa alcuna menzione.”

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