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(Jamma) – La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Como (e rinviato per nuova deliberazione) con cui in sede di riesame era stato confermato il decreto di sequestro probatorio emesso dal Pubblico ministero per il reato di peculato ed eseguito presso gli edifici della società “Casinò di Campione s.p.a.”, in Campione d’Italia, e presso le abitazioni dell’allora segretario comunale dell’ente territoriale e consigliere di amministrazione della precisata società, e dell’allora amministratore delegato di quest’ultima.

L’ipotesi di reato atteneva all’appropriazione di una somma non inferiore a 1.400.000,00 di franchi svizzeri, costituita da introiti della casa da gioco, e relativa agli importi che la società “Casinò di Campione s.p.a.”, incaricata di gestire la casa da gioco per conto del Comune, avrebbe dovuto versare all’ente territoriale nel mese di dicembre 2015, e di cui aveva avuto la disponibilità e custodia a norma dell’art. 7, comma 4, della apposita Convenzione stipulata nel dicembre 2014.

Per la Cassazione “i ricorsi sono fondati per le ragioni di seguito precisate. Fondate, precisamente, sono le censure formulate con il primo motivo, e che attengono alla assenza di motivazione in ordine al requisito dell’altruità della cosa che si assume oggetto di appropriazione. Secondo un principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità, il giudice del riesame, se deve limitarsi a stabilire l’astratta configurabilità del reato ipotizzato, ha comunque il potere-dovere di espletare il controllo di legalità, sia pure nell’ambito delle indicazioni di fatto offerte dal pubblico ministero, e, quindi, di verificare la congruità degli elementi rappresentati, che vanno valutati così come esposti, al fine di verificare se essi consentono di sussumere l’ipotesi formulata in quella tipica, tenendo nel debito conto le contestazioni difensive sull’esistenza della fattispecie dedotta ed esaminando l’integralità dei presupposti che legittimano il sequestro.

Di conseguenza, il giudice del riesame ha il dovere di esaminare e di rappresentare se, alla luce degli elementi indicati dal pubblico ministero e tenendo conto delle contestazioni difensive, possano dirsi sussistenti tutti gli elementi costitutivi del fatto di reato per il quale è stato adottato il provvedimento di vincolo finalizzato alla soddisfazione di esigenze probatorie. Tanto premesso, deve aggiungersi che, come esattamente osservato dai ricorrenti, l’altruità della cosa oggetto di appropriazione è elemento costitutivo del reato di peculato, posto che l’art. 314 cod. pen., nel descrivere la fattispecie, richiede «il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui» quale presupposto indispensabile della condotta rilevante. Dell’esistenza di tale elemento, quindi, il Tribunale dei riesame deve dare conto.

L’ordinanza impugnata ha affermato che i limiti connaturati al sindacato del giudice del riesame in materia di provvedimenti cautelari reali rendono «privi di pregio i motivi di doglianza fondati sull’altruità del bene e sulla qualificazione pubblicistica degli indagati, afferendo le predette questioni a profili giuridici che non incidono sull’astratta configurabilità del reato, lasciando solo ipotizzare una fattispecie criminosa diversa da quella indicata nel decreto di sequestro.». E’ evidente, quindi, l’errore giuridico in cui è incorso il Tribunale laddove ha ritenuto di poter “accantonare” tale questione. Né la verifica in ordine al requisito dell’altruità della cosa mobile che si assume oggetto di appropriazione può dirsi irrilevante perché, come invece afferma l’ordinanza impugnata, potrebbe comunque «configurarsi, sempre in astratto, una fattispecie criminosa diversa da quella indicata nel decreto di sequestro». Ed infatti, da un lato, il Tribunale aveva l’onere di indicare specificamente quale sarebbe la «fattispecie criminosa diversa»; dall’altro, poi, se pure si volesse individuare quest’ultima nel delitto di appropriazione indebita, il problema non sarebbe risolto, perché anche il reato di cui all’art. 646 cod. pen.ha ad oggetto «il denaro o la cosa mobile altrui», e, quindi, per la sua configurabilità, è comunque necessaria una verifica relativa al profilo dell’altruità del bene al quale si riferisce la condotta in contestazione.

L’accoglimento delle censure esposte nel primo motivo, preclude, allo stato, l’esame delle doglianze formulate con il secondo e con il terzo motivo. Il secondo motivo deduce l’illegittimità dell’estensione della contestazione, da parte del Tribunale, alla quota mensile ulteriore rispetto a quella fissa, pari a 700.000,00 franchi svizzeri per ciascuna decade. La questione formulata è seria, posto che la società “Casinò di Campione s.p.a.” risulta aver omesso di corrispondere la somma di 1.400.000,00 franchi svizzeri, da versare a titolo di quota fissa per il dicembre 2015, e precisamente per la seconda e terza decade del mese di dicembre 2015, e che il decreto di perquisizione e sequestro così descrive le condotte: «si appropriavano della somma complessiva non inferiore a CHF 1.400.000 di cui avevano la disponibilità in ragione dell’ufficio ricoperto e servizio espletato dal Casinò di Campione s.p.a. in cui rientravano la custodia delle predette somme di denaro di proprietà del Comune di Campione d’Italia e Casinò di Campione S.p.A.. In Campione d’Italia nel periodo compreso tra il 01.12.2015 ed il 31.12.2015.». Tuttavia, l’esame in ordine al profilo dell’altruità, per la persona giuridica “Casinò di Campione s.p.a.”, delle somme che la stessa avrebbe omesso di versare al Comune di Campione d’Italia è in ogni caso preliminare e potenzialmente dirimente: se la somme non versate non possono qualificarsi come “altrui” per la società incaricata della gestione della casa da gioco, deve escludersi la configurabilità del peculato con riferimento a tutto il denaro non corrisposto.

Il terzo motivo denuncia la mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza della condotta appropriativa. Anche per questo profilo, l’esame della questione relativa al profilo dell’altruità è preliminare e potenzialmente dirimente: se la somme non versate non possono qualificarsi come “altrui” per la società incaricata della gestione della casa da gioco, deve escludersi che, rispetto ad esse, vi sia stata una condotta appropriativa.

L’ordinanza impugnata, pertanto, deve essere annullata per un nuovo esame. In sede di rinvio, il Tribunale accerterà, innanzitutto, se le somme non versate dalla ditta “Casinò di Campione s.p.a.” possano dirsi “altrui” rispetto a quest’ultima sulla base di quanto indicato, in particolare, nella Convenzione stipulata tra la stessa ed il Comune di Campione d’Italia, verificando se il denaro incassato dalla società che gestisce la casa da gioco debba ritenersi immediatamente acquisito nella proprietà dell’ente territoriale, ed eventualmente valutando, a tal fine, se le relative somme costituiscano o meno entrate tributarie.

Ovviamente, qualora ravvisi la sussistenza del profilo dell’altruità del denaro incassato dalla ditta “Casinò di Campione s.p.a.” e non versato al Comune di Campione d’Italia, il giudice del rinvio approfondirà, alla luce dei risultati raggiunti sull’acquisizione della proprietà delle somme, le questioni attinenti ai limiti della contestazione ed alla configurabilità della condotta appropriativa”.

Per questi motivi si “annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Como”.

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