Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Pomezia (RM) in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione della nota (…) nella parte in cui ha disposto la sospensione per giorni 30 della licenza rilasciata al ricorrente per il noleggio di macchine distributrici e giochi elettromeccanici, sulla base delle risultanze di due verbali della Guardia di Finanza, che in esito ai sopralluoghi effettuati presso due diversi esercizi commerciali, ha riscontrato la presenza di manomissioni negli apparecchi da gioco ivi presenti di proprietà del ricorrente.

Si lege: “Nel premettere parte ricorrente come, con riferimento alle risultanze dei sopralluoghi, l’intimata Amministrazione Comunale avesse precedentemente adottato, in data 11 novembre 2020, un provvedimento di revoca della licenza, poi annullato in autotutela con il gravato provvedimento – stante la riscontrata assenza del carattere della reiterazione dell’illecito – con il quale è stata inflitta, in luogo della revoca, la sanzione della sospensione della licenza per il periodo massimo di 30 giorni, ne deduce l’illegittimità in quanto fondata su di un’apodittica affermazione della gravità della condotta e sull’automatismo tra accertamento dell’infrazione ed applicazione della sanzione, equivocando, peraltro, il contenuto della prima istanza di autotutela del ricorrente, nella quale la sospensione era stata richiesta nelle more dell’accertamento da svolgersi nei procedimenti giudiziari penali pendenti, con conseguente affermato vizio di difetto di motivazione e di istruttoria.

Violazione dell’art. 3 della legge n. 689 del 1981; violazione dell’art. 38 della legge n. 388 del 2000.

Sostiene il ricorrente come le difformità – accertata dalla Guardia di Finanza – degli apparecchi di gioco rispetto alla normativa di riferimento stante il non allineamento dei gusti a protezione delle porte USB dove sono alloggiatele schede di gioco, non sarebbero a lui imputabili, avendo egli acquistato apparecchi muniti di certificazione e di nulla osta di distribuzione e di messa in esercizio rilasciati da parte dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con la conseguenza che le riscontrate difformità rientrerebbero nell’alveo della responsabilità dell’Agenzia o dei relativi enti certificatori, che hanno attestato la conformità del singolo apparecchio al modello approvato, con conseguente buona fede del ricorrente ed esclusione di qualsivoglia sua responsabilità, avendo egli fatto affidamento sugli esiti dei controlli sugli apparecchi effettuati prima del loro acquisto.

Si è costituita in resistenza l’intimata Amministrazione Comunale, eccependo, in via preliminare, l’inammissibilità del ricorso per avere la gravata determinazione perso ogni efficacia al momento del deposito del ricorso, e sostenendo nel merito, previa dettagliata ricostruzione degli elementi in fatto rilevanti, l’infondatezza del ricorso con richiesta di corrispondente pronuncia.

Con memoria successivamente depositata parte ricorrente ha sostenuto che, pur avendo la gravata determinazione di irrogazione della sanzione della sospensione della licenza esaurito i propri effetti alla data del deposito del ricorso, l’interesse al suo annullamento si radica nella circostanza che tale sanzione integra un precedente idoneo in futuro, ai fini del riscontro del carattere della reiterazione dell’illecito, prevedendo peraltro il decreto AAMS n. 5 del 2011, la cancellazione dall’elenco RIES in caso di violazioni commesse per tre volte in un quinquennio. Inoltre, sempre sotto il profilo dell’interesse alla decisione, precisa parte ricorrente la pendenza di ulteriori procedimenti amministrativi relativi alle medesime condotte. Sostiene, ancora, parte ricorrente, la propria estraneità rispetto alle manomissioni riscontrate e l’assenza di accertamenti al riguardo, lamentando l’avvenuta irrogazione della sanzione a titolo di responsabilità oggettiva, in violazione dei principi espressi dalla legge n. 689 del 1981, non essendo sufficiente a radicare la responsabilità il mero riscontro della manomissione dei gusci USB degli apparecchi sequestrati.

Alla camera di consiglio del 3 marzo 2021, parte ricorrente ha rinunciato all’istanza di sospensione degli effetti dei gravati provvedimenti.

E’ stata quindi fissata ulteriore camera di consiglio al fine di verificare la possibilità di definizione del giudizio con sentenza in forma semplificata.

Alla camera di consiglio del 5 maggio 2021, tenutasi collegamento da remoto, in videoconferenza, ex art. 25, comma 2, del decreto legge 28 ottobre 2020, n. 137, la causa è stata quindi chiamata, e sentiti i difensori delle parti presenti, dato avviso ai sensi dell’art. 60 c.p.a., è stata trattenuta per la decisione, come da verbale.

2 – Come sopra sintetizzato l’oggetto del contendere, deve preliminarmente rigettarsi l’eccezione, sollevata dalla resistente Amministrazione, di inammissibilità del ricorso per carenza di interesse, articolata sull’assunto che la gravata determinazione di irrogazione della sanzione della sospensione della licenza per 30 giorni avrebbe perso i propri effetti prima del deposito del ricorso.

Osserva al riguardo il Collegio – aderendo sul punto alle controdeduzioni offerte dal ricorrente – che l’interesse al ricorso va ricondotto alla circostanza che l’intervenuta irrogazione di una sanzione costituisce elemento idoneo ai fini della configurazione, in futuro, del carattere di recidiva, in tal modo incidendo nella determinazione delle conseguenze sanzionatorie future che della reiterazione dell’illecito tengano conto, sino ad addivenire alla cancellazione del ricorrente quale soggetto abilitato al noleggio di apparecchi di gioco. Ne consegue che deve essere positivamente riscontrata la sussistenza dell’interesse al ricorso e alla decisione, pur avendo la contestata sospensione della licenza esaurito i propri effetti diretti temporali, residuando tuttavia effetti indiretti che, per la gravità delle relative conseguenze, sono idonei a radicare l’interesse processuale alla loro eliminazione tramite l’annullamento giurisdizionale dell’atto da cui gli stessi scaturiscono, senza che ciò costituisca deroga ai principi generali in tema di presupposti per l’impugnazione, ben potendo eventi futuri ma predeterminati nei contenuti integrare il requisito dell’interesse attuale e concreto che legittima l’azione, altrimenti verificandosi, a diversamente ritenere, un vuoto di tutela.

Quanto al merito del ricorso, ne ritiene il Collegio l’infondatezza.

Avuto riguardo alle censure inerenti vizi di tipo procedimentale, e segnatamente l’omesso avviso di avvio del procedimento con conseguente pregiudizio per le prerogative partecipative e difensive del ricorrente, deve rilevarsi che la gravata determinazione della sospensione della licenza è stata preceduta dalla determinazione dell’11 novembre 2020, di revoca della licenza per il noleggio di macchine distributrici e giochi elettronici. A seguito dell’esame delle memorie difensive di parte ricorrente, l’Amministrazione ha, in autotutela, provveduto all’annullamento della disposta revoca della licenza e contestualmente disposto, con la gravata determinazione, la sanzione della sospensione della licenza.

Ne discende che parte ricorrente – oltre ad aver avuto piena contezza dei verbali della Guardia di Finanza di accertamento delle infrazioni, allo stesso consegnati in quanto presente ai sopralluoghi e dallo stesso firmati in calce, con conseguente piena conoscenza degli elementi costitutivi dell’illecito – ha pienamente esplicato i propri diritti partecipativi durante il procedimento di autotutela attivato, su impulso del ricorrente stesso, per l’annullamento della sanzione della revoca della licenza, con la conseguenza che nessun avviso di avvio del procedimento fosse ulteriormente necessario, dal momento che il ricorrente aveva già presentato le proprie deduzioni e argomentazioni difensive, pienamente esplicando i propri diritti difensivi con riferimento al procedimento sanzionatorio inerente le risultanze dei verbali della Guardia di Finanza.

Né parte ricorrente ha illustrato, in corso di giudizio, nuove e diverse argomentazioni rispetto a quelle già prospettate all’Amministrazione o nuovi elementi in fatto che avrebbe potuto introdurre nel procedimento e che avrebbero potuto condurre ad una determinazione di contenuto diverso.

Avuto riguardo agli aspetti sostanziali della vicenda, occorre ricordare che la gravata determinazione, con cui è stata irrogata la sanzione, ai sensi dell’art. 100, comma 10, del TULPS, della sospensione della licenza per 30 giorni, è stata adottata sulla scorta di due verbali della Guardia di Finanza, effettuati in esito a distinti sopralluoghi presso due diversi esercizi commerciali presso i quali erano collocati apparecchi di proprietà del ricorrente.

Nel verbale di sopralluogo del 27 gennaio 2020, viene riferito che con riferimento a sei degli otto apparecchi elettronici da gioco di cui all’art. 100 del TULPS, di proprietà del ricorrente, noleggiati dall’esercizio commerciale oggetto di ispezione, non sono rispettate le caratteristiche tecniche previste dal decreto direttoriale del 4 dicembre 2003 e successive modifiche in quanto “sulle schede di gioco i gusci a protezione delle porte USB, così come previsto dalle schede esplicative, risultano non perfettamente allineate e presentano dei gradini, pertanto, si ritengono essere state manomesse; le schede di sistema non risultano correttamente ancorate al mobile, consentendo quindi, a chiunque di accedere al Jamma (cablaggi di collegamento)”.

Sulla base di tali risultanze, al ricorrente è stata irrogata la sanzione amministrativa pecuniaria di € 60.000, procedendosi inoltre al sequestro degli apparecchi ed all’apposizione dei sigilli.

Il verbale del 29 gennaio 2020 dà atto del riscontro, con riferimento a quattro dei sei apparecchi di proprietà del ricorrente, della “manomissione, per ognuno di essi, della particella in plastica del guscio interno ove è alloggiata la scheda da gioco, posta a protezione della porta USB al fine di impedire l’accesso e l’alterazione della stessa scheda. In luogo della particella di plastica era presente un tappo USB amovibile, visivamente diverso per tonalità di colore dal guscio interno” e che, inoltre “l’analisi del menù – Area Eventi visibile sul video di ogni apparecchio ha permesso di appurare che gli eventi registrati a video non risultano trascritti sulle relative schede esplicative”, disponendo l’irrogazione della sanzione amministrativa pecuniaria di € 40.000, il sequestro degli apparecchi e l’apposizione dei sigilli.

Posto che parte ricorrente non contesta in alcun modo la presenza di dette manomissioni, le quali devono quindi intendersi per accertate, peraltro con atti provenienti da pubblici ufficiali, facenti fede fino a querela di falso, limitandosi il ricorrente a negare la propria responsabilità sull’assunto di aver acquistato gli apparecchi muniti di certificazione e di nulla osta di distribuzione e di messa in esercizio rilasciati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dai propri enti certificatori, cui dunque dovrebbero essere imputate le riscontrate difformità, osserva in via preliminare il Collegio come parte ricorrente non abbia proceduto alla notifica del ricorso a tale Amministrazione che, in quanto responsabile, secondo gli assunti ricorsuali, delle violazione accertate, avrebbe dovuto essere evocata in giudizio al fine di esplicare le proprie difese e controdedurre in ordine alle affermazioni del ricorrente.

Prescindendo, tuttavia, da tale profilo in rito, e procedendo comunque alla disamina nel merito del ricorso a fini di giustizia sostanziale e di definizione della questione, rileva il Collegio come poco plausibile appaia la ricostruzione di parte ricorrente circa l’esistenza delle difformità degli apparecchi, rispetto alle specifiche tecniche, sin dal momento del loro acquisto.

Trattandosi di evidenti manomissioni – per come emergente dalla descrizione contenuta nei verbali di sopralluogo delle anomalie riscontrate – e non in difetti o imperfezioni di tipologia tale da poter essere ragionevolmente riconducibili alla fase di fabbricazione e produzione degli apparecchi, deve escludersi che tali manomissioni siano collocabili, temporalmente, alla fase antecedente la vendita degli stessi.

In particolare, la presenza di “un tappo USB amovibile, visivamente diverso per tonalità di colore dal guscio interno”, l’alterazione della scheda da gioco, il mancato allineamento dei gusci a protezione delle porte USB e le ulteriori difformità, che consentono una manipolazione di dati di gioco, univocamente conducono a ritenere la sussistenza di una intenzionale manomissione al fine di alterare i dati inerenti il gioco, così potendosi produrre un indebito ed illecito lucro per effetto delle inesatte risultanze.

Il giudizio di plausibilità in ordine alla genesi delle anomalie non può, peraltro, non tenere conto della posizione dei soggetti coinvolti in relazione all’interesse degli stessi quanto ai vantaggi conseguibili per effetto delle manomissioni e della possibilità materiale di porle in essere.

Occorre, inoltre, al riguardo, tenere presente che la distribuzione del gioco lecito mediante apparecchi è assistita da una stringente disciplina normativa, sia di livello primario che secondaria, volta a stabilire, tra l’altro, le specifiche caratteristiche tecniche delle apparecchiature e le relative procedure di produzione, di immissione sul mercato, di gestione e di controllo.

Sinteticamente, per ciascun prototipo di apparecchio di gioco viene verificata la conformità alle caratteristiche e alle prescrizioni tecniche stabilite per la loro idoneità al gioco lecito, le quali prevedono la necessaria dotazione di dispositivi che ne garantiscono la immodificabilità delle modalità di funzionamento e di distribuzione dei premi, con l’impiego di programmi o schede che ne bloccano il funzionamento in caso di manomissione, o con l’impiego di dispositivi che impediscono l’accesso alla memoria, inserendo ogni apparecchio in un apposito archivio elettronico, costituente la banca dati della distribuzione e cessione degli apparecchi.

Tale verifica tecnica vale altresì a constatare la rispondenza delle caratteristiche tecniche, anche relative alla memoria, delle modalità di funzionamento e di distribuzione dei premi, dei dispositivi di sicurezza, propri di ciascun apparecchio e congegno, ad un’apposita scheda esplicativa fornita dal produttore o dall’importatore in relazione all’apparecchio o al congegno sottoposto ad esame. Dell’esito positivo della verifica è rilasciata apposita certificazione dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Ogni apparecchio, identificato con un apposito e proprio numero progressivo e dotato di scheda esplicativa contenente la descrizione di ogni sua caratteristica, è inoltre dotato di specifico nulla osta, rilasciato ai produttori e agli importatori degli apparecchi sulla base di una autocertificazione di conformità al modello per il quale è stata conseguita la certificazione.

Tali certificazione, nulla osta e scheda esplicativa sono altresì consegnate, insieme agli apparecchi, in occasione di ogni loro ulteriore cessione.

Gli atti di certificazione e i nulla osta hanno valore legale di pubblica fede nei confronti della generalità, senza necessità di altri riscontri da parte dell’Agenzia in ordine alla rispondenza di quanto dagli stessi certificato agli standard giuridici e tecnologici, nonché alle regole tecniche vigenti in ordine agli apparecchi da gioco.

Alla luce di tale quadro normativo e prescrittivo, che puntualmente delinea la procedura di immissione sul mercato degli apparecchi e la loro conformità alle caratteristiche tecniche previste – di carattere particolarmente stringente al fine contrastare l’uso illegale di apparecchi e congegni da divertimento e intrattenimento e di evitare illeciti – risulta che l’immissione sul mercato di ciascun apparecchio è preceduta da un puntuale procedimento di verifica e di certificazione che ne garantisca la conformità alle caratteristiche tecniche previste.

Deve dunque ritenersi che, coerentemente con la ricostruzione del ricorrente, egli abbia acquistato apparecchi già caratterizzati dalle riscontrate anomalie, le quali necessariamente avrebbero dovuto essere rappresentate nelle relative certificazioni e schede esplicative.

Deve tuttavia rilevarsi come, da un lato, parte ricorrente, nell’affermare la propria estraneità rispetto alle riscontrate manomissioni affermandone l’originaria esistenza sin dal momento dell’acquisto degli apparecchi, non abbia in alcun modo comprovato la rispondenza delle anomalie riscontrate a quanto contenuto nelle certificazioni, nulla osta e schede tecniche che accompagnano ogni singolo apparecchio, al fine di fornire, quantomeno, un principio di prova in ordine alla loro riconducibilità alla originaria consistenza degli apparecchi ed alle stesse certificazioni di conformità rilasciate dall’Agenzia della Dogane e dei Monopoli, non potendo ritenersi plausibile che così vistose anomalie – quale un tappo USB amovibile, peraltro di colore diverso, laddove le specifiche tecniche impongono dispositivi idonei a garantire l’immodificabilità degli apparecchi e l’inaccessibilità alle schede gioco, il non perfetto allineamento dei gusci di protezione delle porte USB in difformità da quanto previsto nelle schede esplicative – non fossero immediatamente percepibili e non fossero descritte nella relativa documentazione, essendo quindi l’affermazione di parte ricorrente, circa la riconducibilità delle anomalie al momento della certificazione degli apparecchi e di rilascio dei nulla osta di immissione sul mercato e di messa in esercizio, con conseguente sua affermata buona fede ed affidamento sugli esiti dei controlli sugli apparecchi effettuati prima del loro acquisto, priva di qualsiasi elemento concreto – la cui produzione rientra nella sfera di disponibilità del ricorrente – atto a dare consistenza, anche solo a livello indiziario, a tale ricostruzione.

Dall’altro lato, deve rilevarsi che i proprietari degli apparecchi rispondono, sotto la loro esclusiva responsabilità, della gestione degli stessi, cui corrisponde l’onere di procedere ai necessari controlli in ordine alla conformità di tali apparecchi alle specifiche tecniche, di cui non possono addurre la mancata conoscenza stante la posizione qualificata di titolari di apposita licenza e di conseguente soggezione ai relativi obblighi.

Di tale riscontro, secondo gli ordinari criteri di diligenza e professionalità propri della qualifica rivestita, parte ricorrente non ha offerto alcuna prova, dovendo presumersi che così vistose irregolarità – riferite a ben dieci apparecchi di proprietà del ricorrente – fossero facilmente percepibili e avrebbero dovuto, quindi, formare oggetto di apposita segnalazione agli organi competenti.

Riscontro che risponderebbe anche agli interessi del ricorrente, in qualità di gestore, al fine di evitare che dei proventi del gioco possano avvantaggiarsi i titolari degli esercizi commerciali che tali apparecchi hanno noleggiato.

Né parte ricorrente ha depositato in giudizio le schede esplicative di ciascuno degli apparecchi oggetto di sequestro, al fine di consentire al giudice adito di verificare la veridicità di quanto affermato in ordine alla rispondenza degli apparecchi agli esiti delle verifiche tecniche dell’Agenzia.

Deve aggiungersi, ai fini della valutazione della plausibilità della ricostruzione di parte ricorrente, che la normativa secondaria in materia prevede che la scheda di gioco debba essere alloggiata in un contenitore in grado di impedirne l’accessibilità al di fuori dei casi consentiti, e deve essere munita di dispositivi che garantiscano l’inalterabilità dei contatori e l’immodificabilità delle caratteristiche tecniche, delle modalità di funzionamento del computo e della erogazione delle vincite, prescrivendo altrettanto stringenti specifiche tecniche quanto a collegamenti con le schede di gioco, al protocollo di comunicazione con il sistema di controllo di AAMS, a sistema software, individuando puntualmente i soggetti autorizzati all’accesso ai dispositivi.

Aggiungasi che nessun interesse in capo ai produttori e importatori può ragionevolmente rinvenirsi quanto alla produzione di apparecchi in alcun modo rispondenti alle specifiche tecniche vigenti e che, come tali, peraltro, mai avrebbero potuto ottenere alcuna certificazione di conformità.

Ciò posto, una volta acquistati gli apparecchi, muniti delle apposite certificazioni e nulla osta, la relativa gestione ricade interamente nella sfera di responsabilità del proprietario e gestore che offre in noleggio gli apparecchi, sul quale grave l’onere di garantire il mantenimento delle originarie caratteristiche degli apparecchi.

Nel complessivo modello di organizzazione, gestione e controllo del sistema di gioco con apparecchi, è il gestore che ha accesso agli stessi, occupandosi del c.d. “scassettamento”, prelevando dagli apparecchi i proventi delle giocate, dei quali ha dunque l’immediata disponibilità materiale, essendo il gestore l’unico soggetto detentore delle chiavi di accesso alle macchine, dovendosi quindi ritenere la riconducibiltà di eventuali anomalie al soggetto nella cui sfera di controllo ricadono gli apparecchi, tenuto conto che le relative manomissioni possono comportare anche evasione del prelievo erariale unico.

Il soggetto gestore, lungi dallo svolgere attività meramente materiali, riveste un ruolo essenziale nell’ambito della gestione del gioco con apparecchi, partecipando al controllo circa la funzionalità e regolarità del gioco e alla gestione degli incassi, e risultando quindi destinatario di precisi obblighi ed adempimenti di verifica del loro funzionamento e del loro utilizzo lecito, dovendo vigilare sulla corrispondenza degli apparecchi e del loro uso alle prescrizioni di legge ed amministrative.

Così delineato il quadro degli obblighi ricadenti sul gestore, quanto ai profili di responsabilità amministrativa occorre ricordare che ai sensi dell’art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, allo scopo di integrare l’elemento soggettivo dell’illecito è sufficiente l’accertamento della violazione e, sotto il profilo soggettivo, l’imputazione di responsabilità può avvenire sulla base della semplice colpa, che costituisce oggetto di presunzione semplice, fino a prova contraria, potendo tale responsabilità essere esclusa solo quando l’evento sia inevitabile – ovvero non suscettibile di essere impedito dall’interessato con l’ordinaria diligenza – e che l’autore della condotta abbia fatto tutto il possibile per osservare la legge e che nessun rimprovero possa essergli mosso, dimostrando di aver diligentemente posto in essere attività di verifica e controllo e puntualmente osservato gli obblighi sullo stesso ricadenti.

Le disposizioni dettate dal TULPS sanzionano la condotta omissiva o commissiva di chiunque consenta l’uso degli apparecchi di gioco non conformi a legge, mentre la legge n. 689 del 1981 richiede per la responsabilità nell’illecito amministrativo che la condotta attiva od omissiva abbia i caratteri della coscienza e volontarietà, sia la condotta medesima dolosa o colposa, ponendo una presunzione “iuris tantum” di colpa in chi ponga in essere o manchi di impedire un fatto vietato e rivesta una delle qualità che la legge espressamente contempli come costitutive dell’obbligo di tenere un comportamento diverso; ne consegue che è legittima l’irrogazione della sanzione in assenza di deduzioni – come avviene nel caso di specie – atte a superare detta presunzione mediante la dimostrazione della propria estraneità al fatto o dell’impossibilità di evitarlo tramite un diligente espletamento dei compiti connessi alla qualifica rivestita, essendo il giudizio di colpevolezza basato su parametri normativi estranei al dato puramente psicologico, ed essendo l’elemento oggettivo dell’illecito incentrato sull’accertamento della “suità” della condotta inosservante, con la conseguenza che, una volta integrata e provata dall’autorità amministrativa la fattispecie tipica dell’illecito, grava sul trasgressore, in virtù della presunzione di colpa posta dall’art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, l’onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza.

Per le violazioni amministrativamente sanzionate, è richiesta, quindi, unicamente, la coscienza e volontà della condotta attiva od omissiva, sia essa dolosa o colposa, postulando una presunzione di colpa in ordine al fatto vietato a carico di colui che lo abbia commesso, non essendo necessaria la concreta dimostrazione del dolo o della colpa in capo all’agente, sul quale grava, pertanto, l’onere della dimostrazione di aver agito senza colpa.

Nella fattispecie in esame il ricorrente, in qualità di proprietario e gestore, non ha allegato alcun elemento volto a dimostrare di aver posto in essere le dovute attività di verifica e di controllo della conformità degli apparecchi alle specifiche tecniche in modo da poter dare consistenza alla riconduzione delle anomalie riscontrate ai produttori degli stessi, e di dimostrare che nel corso della gestione abbia tenuto una condotta diligente, essendo stato quindi correttamente chiamato a rispondere degli illeciti accertati dalla Guardia di Finanza, in conformità al sistema ed ai principi che sottendono alla responsabilità per violazioni amministrative.

Non vi era, inoltre, nella fattispecie in esame, alcuna necessità per l’Amministrazione di attendere gli esiti degli altri procedimenti inerenti le medesime violazioni, stante l’autonomia dei distinti procedimenti e giudizi ed essendo l’istruttoria completa quanto al riscontro dei presupposti dell’illecito, il cui esito è confluito nella gravata determinazione, sorretta da congrua motivazione, che risulta essere coerente con le risultanze dell’istruttoria, previo puntuale esame delle deduzioni difensive di parte ricorrente.

Nessun rilievo può, inoltre, attribuirsi alla affermazione di parte ricorrente, laddove sostiene che l’Amministrazione avrebbe equivocato il contenuto della prima istanza di autotutela, nella quale la sospensione era stata richiesta nelle more dell’accertamento da svolgersi nei diversi procedimenti pendenti, non essendo l’autotutela vincolata alle richieste dell’istante ed essendo il relativo esito immune dalle proposte censure.

Avuto, infine, riguardo alla determinazione di rigetto dell’istanza presentata dal ricorrente volta ad ottenere l’annullamento in autotutela della sanzione della sospensione della licenza, formalmente gravata con il ricorso mediante sua espressa indicazione in epigrafe, non risultano tuttavia articolate specifiche censure avverso la stessa, mentre le censure che indirettamente possono alla stessa estendersi trovano le ragioni della loro infondatezza nelle considerazioni sin qui illustrate.

In conclusione, il ricorso in esame deve essere rigettato in quanto infondato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

Roma – Sezione Seconda Bis

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta”.