Il TAR ha dichiarata illegittima la cancellazione dall’elenco degli operatori di una impresa che opera nella gestione delle slot per il mancato versamento della quota di 150 euro nella data indicata nella autocertificazione.

“Passando, quindi, ad esaminare il merito del ricorso, la questione centrale- scrivono i giudici-  della controversia riguarda la legittimità, o meno, della cancellazione dall’elenco degli operatori economici, di cui all’art. 1, comma 533, lett. c), legge 23 dicembre 2005, n. 266, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge n. 220 del 2010, disposta per aver riscontrato l’amministrazione che il versamento del tributo stabilito per il rinnovo annuale dell’iscrizione non risultava essere stato eseguito alla data in cui l’istante ne aveva dichiarato l’esecuzione nel modello c.d. RIES, inoltrato il 9 gennaio 2019, bensì, come documentato in atti dal ricorrente, il 12 dello stesso mese, solo tre giorni dopo e, vieppiù, in una data comunque antecedente all’avvio del procedimento di cancellazione (il 29 luglio 2019).

Ebbene, il Collegio è dell’avviso che il ricorso sia fondato sotto il dedotto profilo della violazione dei principi di proporzionalità e di adeguatezza, costituenti i c.d. “limiti interni” al corretto esercizio dell’azione amministrativa, ai quali deve sempre conformarsi l’esercizio del potere che abbia, come nel caso di specie, un effetto restrittivo della sfera giuridica del destinatario.

In particolare, secondo la giurisprudenza amministrativa anche di questa Sezione, “mentre il principio di proporzionalità è volto a sindacare l’individuazione del mezzo giuridico per raggiungere il fine pubblico per il quale è attribuito il potere ed implica l’indagine nella fase di idoneità e di necessarietà, il principio di adeguatezza è volto sindacare la fase di proporzionalità in senso stretto incentrandosi sul bilanciamento degli interessi che vengono in emersione a seguito della scelta del mezzo idoneo e necessario” (in tal senso, questa Sezione, sentenza n. 7849/2020).

Ciò premesso, la fattispecie di causa invera, in modo emblematico, la violazione di tali principi cardine dell’agire pubblico.

Osserva, infatti, il Collegio come il principio di proporzionalità – se appare rispettato sotto il profilo dell’idoneità, risultando il mezzo individuato dall’amministrazione (la cancellazione dell’elenco) idoneo allo scopo perseguito dall’amministrazione (evitare che si ottenga e che, quindi, si mantenga un’iscrizione priva dei presupposti) – risulta, invece, violato sotto il profilo della necessarietà, non comportando il disposto depennamento il minore sacrificio possibile che, a seguito della condotta riscontrata, possa essere inferto al destinatario bensì un sacrificio ben superiore a quanto necessario per raggiungere l’obiettivo perseguito, considerato che:

– l’art. 5, comma 1, lett. d), del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857 (successivamente modificato con deliberazione dell’AAMS del 22 dicembre 2014, n. 104077) fa discendere dalla cancellazione il divieto per il destinatario di iscriversi nell’elenco per il periodo temporale di ben cinque anni;

– l’amministrazione avrebbe potuto avvalersi di un altro strumento che, ugualmente idoneo a raggiungere il medesimo risultato (un’iscrizione priva dei requisiti), arrecasse un minore sacrificio al privato, quale ad esempio la sua sospensione dall’elenco in attesa dell’accertamento dell’incasso del tributo da parte dell’erario.

Né, del resto, può affermarsi che la misura della cancellazione fosse volta (anche) a sanzionare la condotta infedele dell’operatore nella veste di contribuente, atteso che il versamento risulta essere stato eseguito anteriormente al termine stabilito per il rinnovo annuale dell’iscrizione (il 20 gennaio 2019), sicchè, laddove l’entrata pubblica non risulti incassata proprio nel preciso momento temporale della dichiarazione di versamento, non può desumersi che l’operatore abbia voluto eludere le ragioni del fisco, dimostrando al contrario, la circostanza che questi abbia versato la somma dopo soli tre giorni che egli sicuramente volesse adempiere (come poi fatto) all’obbligazione tributaria.

Il mezzo prescelto dall’amministrazione, oltre che non necessario, si rileva anche non adeguato in concreto rispetto al sacrificio imposto al destinatario dell’atto, non tollerabile se raffrontato a quello che subirebbe, specularmente, l’amministrazione procedente, atteso che, a fronte della cancellazione immediata dell’iscrizione dall’elenco e, quindi, dell’impossibilità per l’operatore di svolgere l’attività economica in precedenza autorizzata per ulteriori cinque anni, l’amministrazione non riceverebbe alcuna apprezzabile utilità, sia perché la cancellazione disposta per il mancato incasso del tributo al momento della dichiarazione di versamento non tutela un suo apprezzabile interesse istituzionale, sia perché, anche ove sussistesse un interesse di tal genere, la ragione che fonda la cancellazione in realtà, nel caso di specie, già non sussisteva più al momento dell’adozione del provvedimento restrittivo, avendo il ricorrente proceduto al versamento già al momento dell’avvio del procedimento di cancellazione.

A ciò si aggiunga, sotto tale profilo, il contenuto della nuova disciplina del ravvedimento operoso realizzato prima dell’accertamento della violazione, introdotta dall’art. 27, comma 6, decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124, convertito in legge n. 157 del 2019, che, seppur ancora in fase di attuazione, rileva quale indice ermeneutico utile ad indagare la ratio della vigente disciplina.

Il legislatore, infatti, nel qualificare, in tale disposizione, l’“omesso versamento” del tributo in termini di mera irregolarità (“può essere regolarizzato”) del procedimento di iscrizione, ha previsto il mantenimento nell’elenco di colui che abbia provveduto a sanare l’irregolarità – con una maggiorazione pecuniaria – “prima” dell’accertamento della violazione.

Come già osservato dalla Sezione, “si tratta di una disposizione da cui traspare la chiara volontà del legislatore di ritenere il mancato incasso del tributo, non presente al momento dell’inoltro della domanda di iscrizione, presupposto non preclusivo al mantenimento dell’iscrizione medio tempere intervenuta poiché sanabile ex post e quindi privo di una reale portata lesiva per l’interesse pubblico primario di cui è portatrice l’amministrazione” (in tal senso, la sentenza n. 7849/2020, già citata).

Il ricorrente si trova in effetti in una situazione molto simile a quella prefigurata dal legislatore, avendo egli effettuato il versamento del tributo in una data, seppur successiva a quella indicata nel modello c.d. RIES, comunque antecedente rispetto a quella in cui era stato avviato il procedimento di cancellazione dall’elenco.

In conclusione, alla luce delle considerazioni fin qui esposte, il ricorso deve accolto e, per l’effetto, il provvedimento di cancellazione deve essere annullato così come gli atti che in quest’ultimo trovano il proprio presupposto, con conseguente accertamento del diritto del ricorrente ad essere iscritto nell’elenco per l’anno 2019.

La peculiarità della controversia e la novità delle questioni affrontate giustificano, comunque, la compensazione tra le parti delle spese di giudizio”.