Si è svolta oggi presso il TAR del Lazio l’udienza relativa al ricorso presentato dagli operatori e gestori dell’apparecchio da intrattenimento contro la determina dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che imponeva la rottamazione degli apparecchi a seguito della riduzione del parco macchine.

Stiamo parlando della determina emanata il 30 aprile del 2018 a seguito della norma introdotta con la ‘Manovrina’ 2017. La legge di stabilità 2016 aveva disposto, a decorrere dal 2017, la riduzione del 30% delle newslot (Awp) rispetto agli apparecchi attivi. La disposizione è diventata effettiva grazie al decreto legge 50 del 2017 che ha introdotto un effettivo piano di riduzione delle slot in due fasi: alla data del 31 dicembre 2017 il numero di nulla osta per le slot machine presenti sul territorio italiano è diminuito, portando gli apparecchi presenti sulla penisola a 345.000.

“L’intervento normativo, attraverso successivi provvedimenti, ha imposto una considerevole riduzione del numero di apparecchi in esercizio , così stravolgendo di fatto l’equilibrio degli investimenti operati anche dai gestori (e non solo dai Concessionari), dato che incide in via automatica e diretta sulla sfera giuridica e soprattutto economica anche di questa categoria della filiera e non solo sui Concessionari”, ha sottolineato l’avvocato Chiara Carosi.

Alla disinstallazione degli apparecchi doveva seguire, obbligatoriamente, la rottamazione degli stessi.

Il tutto senza “alcuna forma di indennizzo o ristoro compensativo da parte dello Stato”. In aggiunta a questo non è stato consentito di recuperare nemmeno in parte questi apparecchi. Pratiche che “non avrebbero in alcun modo favorito il mercato illegale né tantomeno pregiudicato l’interesse pubblico alla prevenzione degli illeciti, alla cui tutela la normativa risulta finalizzata; infatti, tali opzioni ovviamente sarebbero potute essere subordinate espressamente alla rimozione e restituzione della scheda e dei circuiti, così da rendere gli apparecchi strutturalmente inidonei per qualsiasi utilizzo ai fini del gioco”.

L’avvocato che rappresenta Sapar ha evidenziato che “di fatto le alternative concretamente percorribili delineate da ADM per i gestori erano due “vale a dire lo smaltimento degli apparecchi e la relativa rigenerazione; ciò perché i prodotti italiani non sono appetibili all’estero, poiché pur apparentemente simili, non rispettano i requisiti prescritti dalle normative straniere, peraltro diverse anche tra loro. Per poter commercializzare al di fuori dei confini nazionali un apparecchio dismesso, l’operatore avrebbe dovuto quindi affrontare notevoli difficoltà operative, sostenendo prima ingenti costi per l’adeguamento dei cassoni a un’altra normativa e poi cercando di venderlo nell’ambito di quello specifico mercato nazionale, assumendosi i connessi rischi, i relativi oneri e comunque nella consapevolezza di non riuscire a recuperare l’investimento”.

“Anche lo smaltimento e la rigenerazione comportavano ingenti costi da sostenere”, è stato sottolineato.

“Non è ovviamente in discussione il fatto che il Legislatore possa sacrificare gli interessi privati, anche consolidati e in materia di gioco, in funzione del raggiungimento degli obiettivi di interesse pubblico (purchè, secondo l’interpretazione della Corte di Giustizia UE); né tantomeno sono in discussione gli obiettivi di interesse pubblico sottesi alla manovra di riduzione, in particolare quello alla prevenzione di illeciti. Il punto è che a fare le spese (nel vero senso dell’espressione) di questa riduzione sono stati solo ed esclusivamente gli operatori, nella specie i gestori, obbligati a dismettere le proprie macchine secondo le (sole) alternative delineate da ADM, di cui soltanto due oggettivamente percorribili ed entrambe senza alcuna forma di risarcimento/indennizzo/ristoro da parte dello Stato”, ha concluso l’avvocato Carosi.