Il Tar Emilia Romagna ha respinto – tramite sentenza – il ricorso in cui si chiedeva l’annullamento della comunicazione interdittiva antimafia ai sensi dell’articolo 88, comma 3 del D. Lgs. 159/2011; del provvedimento della comunicazione antimafia emessa nei confronti della -OMISSIS- del 11 dicembre 2017; della comunicazione del 18/12/2017, emesso dall’AAMS – ufficio dei Monopoli per l’Emilia Romagna, di avvio del procedimento di decadenza all’iscrizione all’elenco di cui all’art. 1, comma 533, L. 266/2005, modificato dall’art. 1, comma 82, L. 220/2010; della comunicazione del 29/12/2017 emessa dall’ Unione dei Comuni della Romagna Faentina, di avvio del procedimento di decadenza di diritto dalle licenze, autorizzazioni, concessioni, iscrizioni, attestazioni, abilitazioni, nonché divieto di prosecuzione delle attività esistenti agli atti del Suap, ai sensi dell’art. 7 L. 241/1990; della Determina n. 4 del Segretario Generale del 8/01/2018, emessa dalla Camera di Commercio di Ravenna, per cessazione/divieto di prosecuzione dell’attività di commercio ingrosso.

Si legge: “1. La ricorrente -OMISSIS- s.r.l. – società avente sede in comune di Faenza che esercita l’attività di installazione di apparecchi da intrattenimento con vincite in denaro e gestione di sale giochi – impugna il provvedimento in data 11 dicembre 2017, con il quale U.T.G. – Prefettura di Ravenna ha adottato comunicazione interdittiva antimafia ex art. 88, comma 3, del D. Lgs. n. 159 del 2011.

La ricorrente ha inoltre impugnato gli atti e provvedimenti – tutti consequenziali all’adozione dell’interdittiva antimafia, emessi da altre amministrazioni, con i quali: a) AAMS Ufficio dei Monopoli per l’Emilia – Romagna, ha avviato in data 18 dicembre 2017 il procedimento di decadenza dall’iscrizione nell’elenco operatori apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro di cui alla L. n. 220 del 2010;

b) l’Unione dei Comuni della Romagna Faentina ha comunicato in data 29 dicembre 2017 l’avvio del procedimento relativo al divieto di prosecuzione dell’attività da essa esercitata;

c) la Camera di Commercio di Ravenna ha adottato la determina in data 8 gennaio 2018, con la quale si vieta alla società di proseguire l’attività di commercio all’ingrosso.

Con ordinanza collegiale n. 43 del 7 marzo 2018 questa Sezione ha respinto l’istanza cautelare presentata dalla società ricorrente, considerando che il provvedimento impugnato sia immune dai vizi di legittimità rassegnati in ricorso, specie in riferimento alla oggettiva consistenza degli elementi in base ai quali esso è motivato.

L’amministrazione dell’Interno e la Camera di Commercio di Ravenna si sono costituite in giudizio per resistere al ricorso.

2. Con memoria depositata in data la ricorrente ha, tra l’altro, formulato richiesta di sospensione del presente giudizio ex art. 295 c.p.c. o, in alternativa, di rinvio dell’udienza pubblica di decisione della causa nel merito, motivando tale istanza con l’avvenuto accoglimento della domanda, dalla stessa presentata, di essere ammessa a procedura di “controllo giudiziario” di cui all’art. 34 bis, comma 7 del D. Lgs. n. 159 del 2011 e s.m. e i. per un periodo avente termine in data 8 febbraio 2021. L’istanza presentata della ricorrente a questo T.A.R. è espressamente diretta ad evitare che “…un’eventuale pronuncia del Giudice amministrativo di conferma della legittimità dell’interdittiva, produca inevitabilmente “…la cessazione di tale procedura, vanificandola, e impedendo quindi alle imprese di proseguire la propria attività – rigorosamente a determinate condizioni e sotto il controllo del Tribunale della prevenzione – con danni irreparabili.”

Il Tribunale ritiene preliminarmente di doversi pronunciare sulla suddetta istanza della società ricorrente. Innanzitutto il Collegio ritiene che, riguardo alla fattispecie in esame, non sussistano i presupposti per procedere alla sospensione del giudizio ai sensi dell’art. 295 cod. proc. civ., su tale punto condividendo le sentenze di questo Tribunale n° 213, 216 e 218 del 17 marzo 2020 il cui contenuto è ribadito dal collegio con riferimento alla presente fattispecie.

Infatti tra giudizio impugnatorio dinanzi al giudice amministrativo avente ad oggetto provvedimento interdittivo antimafia e procedimento con il quale un’impresa assoggettata a tale misura interdittiva è ammessa – a sua richiesta – a controllo giudiziario ex art. 34 bis, comma 7 del D. Lgs. n. 159 del 2011, non paiono sussistere i “…rigidi presupposti di pregiudizialità logica e giuridica richiesti per l’applicazione dell’art. 295 c.p.c. (v. per tutte Cass. N. 20469/2018 e Cons. St. n. 1478/13)…”.

Inoltre il Collegio osserva che i due procedimenti giudiziari in questione operano su piani tra loro del tutto diversi sia sotto il profilo dell’oggetto e delle finalità dei procedimenti stessi, sia sotto il profilo temporale. Il provvedimento interdittivo, in quanto adottato, nasce legittimo ed esso può essere riconosciuto illegittimo solo a seguito di provvedimento amministrativo di annullamento dello stesso in autotutela da parte della stessa amministrazione che lo ha adottato o, anche, mediante sentenza caducatoria del provvedimento adottata dal giudice amministrativo, a seguito di tempestiva presentazione di ricorso giurisdizionale da parte del soggetto interessato. Pertanto, in tale contesto, l’eventuale sentenza del giudice amministrativo che respinge il ricorso proposto dalla impresa assoggettata a interdittiva antimafia avverso l’adozione di tale misura non ha alcun effetto giuridico nuovo sul provvedimento, che era legittimo prima della decisione e che tale rimane anche dopo la pronuncia di reiezione del giudice amministrativo, con la conseguenza che da tale tipologia di pronunce del G.A. oggettivamente non può scaturire alcun ulteriore nuovo effetto giuridicamente rilevante anche riguardo al procedimento di “controllo giudiziale” a cui è sottoposta l’impresa già destinataria di interdittiva antimafia. D’altra parte, essendo tale ultimo procedimento finalizzato proprio a consentire all’impresa colpita da interdittiva, oltre che a proseguire – pur con limitazioni e previa autorizzazione – la propria attività, a tal fine avvalendosi della sospensione degli effetti della suddetta misura prevista dalla citata norma, anche e soprattutto a permettere alla stessa, al termine del predetto periodo di controllo e in caso di esito positivo dello stesso da attestarsi a cura dell’organo giudiziale, di inoltrare motivata e documentata istanza di aggiornamento dell’interdittiva alla competente prefettura, al fine del rientro in bonis dell’impresa e dell’attività da questa svolta. Pertanto, i commissari giudiziali effettuano il controllo su tutta l’attività dell’impresa relativamente ad un periodo necessariamente successivo all’adozione della misura antimafia e la loro valutazione riguarda l’operato e l’attività dell’impresa, proprio in quanto e se diretti al ritorno in bonis dell’attività rispetto alla situazione antecedente, quale è stata a suo tempo accertata dall’Autorità prefettizia con l’adozione dell’interdittiva. Da tali considerazioni discende conseguentemente che, anche sotto tale esaminato profilo, non sussistono i presupposti ex lege necessari per sospendere il presente giudizio ai sensi dell’art. 295 c.p.c.. Sulla base delle stesse ragioni dianzi esposte, nemmeno si ritiene praticabile il percorso alternativo indicato dalla difesa della ricorrente con la decisione di rinviare la trattazione della causa nel merito ad una data successiva rispetto a quella fissata per la conclusione del procedimento di controllo giudiziale.

Il collegio osserva altresì che l’asserita incidenza fattuale negativa sul procedimento in corso di controllo giudiziale potrebbe derivare unicamente, a tutto concedere, dalle sentenze emesse dal Consiglio di Stato, stante la definitività delle stesse, ma certamente non dalle sentenze dei T.A.R., che sono ordinariamente impugnabili dinanzi ai giudici di Palazzo Spada. Sulla base delle considerazioni sopra esposte, pertanto, la richiesta della ricorrente è respinta riguardo ad entrambi gli esaminati profili.

3. Nel merito il collegio osserva che il gravato provvedimento con il quale U.T.G – Prefettura di Ravenna ha adottato misura interdittiva antimafia nei confronti della società ricorrente è immune dai vizi di legittimità rassegnati nel ricorso.

La misura impugnata è infatti supportata da sufficiente e congrua motivazione, che oggettivamente evidenzia, anche in esito all’ampia e approfondita istruttoria procedimentale svolta da Gruppo Interforze e dalle altre Forze di Polizia, la permeabilità della struttura sociale dell’impresa ricorrente a pericoli di infiltrazione da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso.

Il Collegio conclusivamente ritiene che tutti i suddetti elementi – valutati nel loro complesso e contestualizzati all’attività imprenditoriale svolta dalla società ricorrente, per numero, oggettiva consistenza e rilevanza, univocamente convergano in un giudizio di piena condivisibilità dell’operato della Prefettura di Ravvena che porta detta Autorità a concludere che i “…rapporti di parentela e di frequentazione con figure di spicco della criminalità organizzata sono da ritenersi idonei a sostenere in via autonoma la verosimiglianza dell’ipotesi di contiguità “compiacente” e dunque di connivenza, desumibile dai rapporti e dagli incarichi societari, che denotano un chiaro ed evidente intreccio di interessi economici…”, con conseguente accertata permeabilità della società ricorrente da più che possibili tentativi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso.

Né il Collegio ritiene di potersi determinare con diverso e opposto esito della controversia in ragione dei motivi evidenziati nel ricorso. Innanzitutto preme rilevare che tutte le considerazioni svolte dalla ricorrente riguardo al recente mutamento delle cariche sociali e delle partecipazioni detenute dalla società ricorrente e alle vicende connesse ad altri organismi citati nella gravata interdittiva antimafia, all’evidente fine di rilevare il venir meno dell’attualità della misura adottata da U.T.G. – Prefettura di Ravenna, non inficiano in alcun modo il provvedimento impugnato, ben potendo, semmai, costituire, tali elementi, oggetto di eventuale istanza della ricorrente volta ad ottenere l’aggiornamento dell’interdittiva. Inoltre, a fronte del complessivo, consistente e rilevante quadro indiziario raccolto dall’Autorità procedente, risultano poco significativi e frammentari i motivi di ricorso diretti a contrastare non già tale complessivo ed unitario quadro indiziario, bensì i diversi, singoli elementi che lo compongono.

Per quanto concerne la rilevata carenza di motivazione, il Collegio ritiene palese l’infondatezza della censura, a tal fine non potendo che richiamare i plurimi, circostanziati e diversificati elementi indiziari che, come sopra si è accertato, forniscono sufficiente e congruo apparato motivazionale al provvedimento interdittivo.

In ultimo, il Tribunale ritiene di dovere ulteriormente osservare che, secondo quanto affermato dal consolidato indirizzo della giurisprudenza amministrativa in materia, non vi è necessità che l’interdittiva debba essere motivata sulla base di condanne penali subite per reati di mafia da parte di amministratori o familiari di amministratori della società, con conseguente inconsistenza e comunque infondatezza della relativa censura rassegnata in ricorso.

L’azione impugnatoria è pertanto infondata.

Dall’infondatezza dell’azione impugnatoria consegue altresì l’infondatezza della domanda risarcitoria.

La condanna alle spese segue la soccombenza ed è liquidata come da dispositivo, tenendo conto della diversa attività defensionale svolta dalle amministrazioni resistenti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese di giudizio nella misura di Euro 3.000/00 (Tremila/00) oltre accessori di legge a favore della Camera di Commercio di Ravenna e nella misura di Euro 1500/00 (Millecinquecento/00) oltre accessori di legge a favore del Ministero dell’Interno”.