Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Monsummano Terme (PT) e il Ministero dell’Interno in cui si chiedeva l’annullamento dell’Ordinanza con la quale si è ordinato al ricorrente il divieto d’uso degli apparecchi per il gioco lecito di cui all’art. 110, comma 6 TULPS installati nei locali della ditta e disposto la chiusura di detti apparecchi per il gioco lecito mediante sigilli; dell’Ordinanza con la quale si è ordinata la chiusura dell’attività di raccolta scommesse esercitati presso i locali della ditta.

Si legge: “Nel ricorso introduttivo del giudizio il ricorrente espone di essere titolare di autorizzazione della Questura di Pistoia, ai sensi degli artt. 88 e 110, comma 6, T.U.L.P.S., per la raccolta di scommesse e di aver anche presentato SCIA al Comune di Monsummano Terme in data 13 ottobre 2016 con riferimento all’attività di raccolta scommessa presso i locali della ditta. Riferisce quindi che con ordinanza n. 22 del 17gennaio 2017 e successiva ordinanza n. 25 del 18 gennaio 2017 il Dirigente del SUAP del Comune di Monsummano Terme, in esito alla rilevazione della asserita violazione della previsione di cui all’art. 4 della legge regionale Toscana n. 57 del 2013, constatata con sopralluogo del 11 gennaio 2017 eseguito dalla Polizia Municipale, disponeva la chiusura degli apparecchi per il gioco lecito mediante sigilli installati presso i locali dalla ditta, nonché la cessazione immediata dell’attività di raccolta scommesse ivi svolta. Avverso gli atti gravati parte ricorrente formula le seguenti censure: nullità per difetto assoluto di attribuzioni e illegittimità per difetto di competenza: trattasi di provvedimenti contingibili e urgenti che dovevano essere adottati dal Sindaco e non dal dirigente; mancanza dei presupposto di contingibilità ed urgenza: i provvedimenti gravati sono stati adottati in via d’urgenza e per questo avrebbero dovuto rispettare quei canoni dettati da dottrina e giurisprudenza per l’adozione di atti di questa natura e cioè l’accertamento di condizioni di eccezionale urgenza di provvedere onde evitare pericoli gravi; difetto di motivazione quindi e di partecipazione procedimentale; e comunque mancata comunicazione di avvio del procedimento; mancanza di presupposti: a seguito della SCIA non vi è stato l’esercizio del potere inibitorio nel termine di 60 giorni, ai sensi dell’art. 19 della legge n. 241 del 1990, né è adeguatamente comprovata la sussistenza di luogo sensibile.

Il ricorso è infondato. È infondata la prima censura, poiché nella specie non si è in presenza di un’ordinanza contingibile ed urgente, di competenza sindacale, bensì di un atto tipico, previsto dalla disciplina di settore (art. 14, comma 1, della legge regionale n. 57 del 2013) e quindi di competenza dirigenziale. Ne consegue anche la infondatezza della seconda censura, giacché, come detto, non siamo in presenza di intervento straordinario ma di utilizzo di potere tipizzato dalla norma, come risulta dal combinato disposto dell’art. 4 (distanze minime dai luoghi sensibili) e 14 (che detta le conseguenze discendenti dall’accertato mancato rispetto delle distanze). Quanto alla mancanza di comunicazione di avvio del procedimento, essendo il potere sanzionatorio in esame ad esercizio doveroso, la sua mancanza non può comportare l’annullamento dell’atto, ai sensi dell’art. 21 octies comma 2 della legge n. 241 del 1990.

Anche la terza censura non può trovare accoglimento, sulla base dei seguenti rilievi: non può dirsi che vi fossero i presupposti per un intervento inibitorio comunale a seguito della presentazione della SCIA, poiché nella stessa l’istante dichiarava che l’esercizio presso cui si sarebbe svolta l’attività non è posto ad una distanza inferiore a 500 m da luoghi di culto, quindi non sussistendo (per lo specifico profilo qui in esame) un obbligo di attivazione del potere inibitorio comunale; l’Amministrazione ha poi accertato la sussistenza a distanza inferiore al limite legale di un edificio di culto, facendo emergere i presupposti per l’intervento comunale ex art. 4 della legge regionale n. 57 cit.; al di là dei rilievi critici la stessa parte ricorrente ammette che si tratta di “un edificio saltuariamente utilizzato per lo svolgimento di funzioni religiose”, quindi la sua destinazione a luogo di culto non può essere messa in dubbio.

Il ricorso deve quindi essere respinto, con spese a carico di parte ricorrente e da liquidare in favore dell’Amministrazione comunale, mentre possono essere compensate quelle nei confronti dell’Amministrazione statale.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese di giudizio nei confronti del Comune di Monsummano Terme, che liquida in € 2.500,00 (duemilacinquecento/00) oltre accessori di legge; compensa le spese con le altre parti”.