Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia Autonoma dei Monopoli di Stato – Ufficio regionale del Piemonte e della Valle D’Aosta, in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento dell’A.A.M.S. prot. -OMISSIS-, in data 23.09.2013, notificato a mani in data 24.09.2013, con il quale è stato disposto che “la scrivente amministrazione si è già espressa nel merito con il provvedimento di cancellazione n. -OMISSIS- del 15.02.2013. Pertanto, a seguito di ciò, questo Ufficio non può dare seguito alla Sua richiesta”.

Si legge: “1. Con il ricorso indicato in epigrafe, il ricorrente ha impugnato il provvedimento del 23 settembre 2013 con il quale l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha comunicato di non poter dare seguito alla richiesta di iscrizione nell’elenco degli operatori di apparecchi e terminali per il gioco lecito con vincita in denaro di cui all’art. 1, comma 533, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, poiché “la scrivente amministrazione si è già espressa nel merito con il provvedimento di cancellazione n. -OMISSIS- del 15/05/2013”. Il ricorso è affidato a due motivi. Con la prima censura, rivolta nei confronti del provvedimento del 23 settembre 2013, si evidenzia come alla data della presentazione della domanda (19 settembre 2013) il ricorrente fosse in possesso di un certificato per carichi pendenti e di un certificato del casellario giudiziale senza alcuna iscrizione a proprio carico; con la seconda censura, formulata invece nei confronti del provvedimento del 15 febbraio 2013, si afferma che alla data dell’adozione del provvedimento il ricorrente non era stato “condannato” per il reato oggetto della richiesta di rinvio a giudizio emessa dal Tribunale di Torino in data 16 maggio 2012.

Nel costituirsi in giudizio l’amministrazione resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso ritenendo che il gravame abbia ad oggetto un atto meramente confermativo del precedente provvedimento di diniego della richiesta di iscrizione, lesivo per la posizione del ricorrente, chiedendo nel merito il rigetto del ricorso.

Con ordinanza n. -OMISSIS-, la Sezione respingeva l’istanza cautelare sulla base della sommaria delibazione propria di quella fase del giudizio.

2. All’udienza del 25 settembre 2020, dopo la discussione delle parti presente, la causa veniva trattenuta in decisione.

3. Attesa la stretta connessione tra l’eccezione di inammissibilità e il primo motivo di ricorso, l’esame dell’eccezione di rito può essere condotto unitamente all’esame della censura sollevata.

Ai sensi dell’art. 4, comma 1, del decreto direttoriale 9 settembre 2011, n. 31857, rubricato “Ulteriori requisiti”, vigente ratione temporis (ossia prima delle modifiche apportate dal decreto direttoriale 22 dicembre 2014, n. 104077), “In aggiunta ai requisiti richiesti per l’iscrizione al suddetto elenco, di cui all’art. 4 del presente decreto, è altresì necessaria l’insussistenza negli ultimi cinque anni: a) di misure cautelari, provvedimenti di rinvio a giudizio, condanne con sentenza passata in giudicato od applicazioni della pena su richiesta ai sensi dell’art. 444 del codice di procedura penale, per: reati collegati ad attività di stampo mafioso; delitti contro la fede pubblica; delitti contro il patrimonio; reati di natura finanziaria o tributaria; reati riconducibili ad attività di gioco non lecito”.

Con il provvedimento impugnato l’amministrazione ha respinto la domanda di iscrizione nell’elenco affermando di essersi “già espressa nel merito con il provvedimento di cancellazione n. -OMISSIS- del 15/02/2013”.

Con provvedimento del 15 febbraio 2013 l’amministrazione aveva disposto la cancellazione dell’iscrizione dall’elenco del ricorrente in quanto aveva accertato che questi non possedeva più gli “ulteriori requisiti” per l’iscrizione e per il mantenimento della stessa, previsti dall’art. 5 del decreto direttoriale 9 settembre 2011, n. 31857, ai sensi del quale è “necessaria” l’insussistenza negli ultimi cinque anni di “provvedimenti di rinvio a giudizio” concernenti “delitti contro il patrimonio” e per i “reati riconducibili ad attività di gioco non lecito”. Dai controlli effettuati era risultato infatti che il certificato dei carichi pendenti rilasciato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino in data 16 luglio 2012 riportava a carico dell’istante l’iscrizione per il reato previsto dall’art. 640-ter, commi 1 e 2, c.p.. In seguito era emerso che l’istante era stato rinviato a giudizio innanzi dal GIP del Tribunale di Torino, con decreto ex art. 429 c.p.p. del 16 maggio 2012, nell’ambito del procedimento penale n. -OMISSIS- per il reato in precedenza indicato per aver sostanzialmente manomesso il sistema telematico di giuoco coordinato con i monopoli di Sato, ottenendo così un ingiusto profitto. Pertanto, ritenuto che tra i “delitti contro il patrimonio” e i “reati riconducibili ad attività di gioco non lecito” fosse chiaramente compreso anche il reato dell’art. 640-ter, commi 1 e 2, c.p., contestato all’istante mediante rinvio a giudizio, veniva disposta la cancellazione dell’iscrizione dall’elenco con provvedimento del 15 febbraio 2013 comunicato all’istante in data 25 febbraio 2013 e da questi non impugnato.

4. Nel caso di specie, il rigetto della domanda trova fondamento nel precedente provvedimento di cancellazione di febbraio 2013 disposto a causa della sussistenza di una ragione ostativa al mantenimento dell’iscrizione (ossia la presenza di un procedimento penale pendente per il reato di cui all’art. 640-ter, commi 1 e 2, c.p.).

Tuttavia, nel presentare la nuova domanda di iscrizione del 19 settembre 2013, l’istante aveva allegato alla domanda un certificato per carichi pendenti rilasciato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino, datato 27 agosto 2013, in cui risultava che a far data dal 1 gennaio 2008 non vi erano iscrizioni a proprio carico, nonché un certificato del casellario giudiziale rilasciato dal Ministero della Giustizia, datato 28 agosto 2013, dall’esito negativo.

Sebbene l’istante avesse presentato una documentazione da cui poteva evincersi che, quanto meno alla data del 19 settembre 2013, non vi erano carichi pendenti, l’amministrazione ha ritenuto comunque di respingere la domanda, continuando a ritenere valida la documentazione istruttoria sui carichi pendenti a suo tempo reperita in occasione della cancellazione dell’iscrizione disposta con il provvedimento del 15 febbraio 2013.

5. Alla luce delle dedotte circostanze istruttorie il provvedimento impugnato non ha natura di atto meramente confermativo di un precedente provvedimento poiché l’amministrazione ha di fatto omesso di compire la necessaria attività istruttoria alla luce delle circostanze sopravvenute documentate dall’istante idonee a dimostrare come, nella specie, fossero verosimilmente mutati i presupposti fattuali posti a base della procedente cancellazione dell’iscrizione dall’elenco.

Il provvedimento impugnato, sotto il profilo istruttorio e motivazionale, risulta quindi viziato da eccesso di potere non avendo l’amministrazione considerato che la posizione giuridica dell’istante, posta a fondamento della domanda del 23 settembre 2013, era mutata rispetto a quella tenuta presente al momento del precedente provvedimento del 15 febbraio 2013 avente ad oggetto la cancellazione dell’iscrizione dall’elenco.

6. È invece inammissibile per carenza di interesse il secondo motivo di ricorso rivolto nei confronti proprio di quest’ultimo provvedimento (del 15 febbraio 2013) non tempestivamente gravato dal ricorrente entro il termine ordinario di decadenza.

7. In conclusione il ricorso è accolto e, per l’effetto, va annullato il provvedimento di rigetto impugnato nei termini e nei limiti di cui sopra. L’amministrazione è, dunque, tenuta a conformarsi alla presente decisione, riesercitando il potere amministrativo emendato dai vizi di illegittimità ivi accertati e adottando gli atti amministrativi conseguenti alla presente pronuncia giurisdizionale.

L’accoglimento del ricorso comporta l’assorbimento delle censure accennate formulate in via subordinata nei confronti del decreto direttoriale del 2011.

La condanna alle spese segue la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sezione Seconda Stralcio, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei termini e nei limiti di cui in motivazione.

Condanna l’amministrazione resistente al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente che liquida in complessiva Euro 1.000,00, oltre IVA e CAP ed oneri di legge e refusione del contributo unificato”.