La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della titolare di una società di gestione slot, condannata dalla Corte di Appello di Torino a due anni e quattro mesi di reclusione per il reato di peculato. La buona fede nel mancato versamento del Preu viene considerata insussistente.

Si legge: “Con sentenza del 22 gennaio 2019, la Corte di Appello di Torino ha confermato la condanna di (…) alla pena di anni due e mesi quattro di reclusione per il reato di cui all’art. 314 cod. pen., fatto commesso in Vercelli tra il mese di ottobre 2006 e il settembre 2008. Le sentenze di merito hanno ritenuto accertato che l’imputata, in qualità di amministratore della società (…), gestore del collegamento alla rete telematica di apparecchi da intrattenimento ex art. 110, comma 6, T.U.L.P.S., e quindi di incaricato di pubblico servizio, si era appropriata del denaro prelevato dagli apparecchi omettendone il versamento al concessionario per il successivo pagamento ai Monopoli di Stato dell’importo dovuto a titolo di prelievo erariale unico.

L’imputata, con il patrocinio del difensore e motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen. nei limiti strettamente indispensabili ai fini della motivazione, denuncia vizio di motivazione in punto di responsabilità per la ritenuta sussistenza, in capo all’imputata, della qualifica di incaricato di pubblico servizio e dell’elemento psicologico del delitto di peculato, perché la ricorrente, in buona fede, ignorava di rivestire tale status anche in ragione delle oscillazioni giurisprudenziali sulla configurabilità del reato in fattispecie analoghe.

Il ricorso, inizialmente fissato per l’udienza del 17 ottobre 2019 dinanzi alla Settima Sezione Penale di questa Corte è stato trasmesso alla Sesta Sezione Penale e trattato dopo la definizione, dinanzi alle Sezioni Unite, della questione relativa alla qualifica di incaricato di pubblico servizio del gestore degli apparecchi da gioco in relazione all’appropriazione delle somme dovute a titolo di prelievo erariale unico.

Il ricorso deve essere rigettato. Le Sezioni Unite, con sentenza del 24 settembre 2020 secondo l’informazione provvisoria diramata, hanno risolto il controverso indirizzo esegetico sulla qualifica soggettiva del gestore degli apparecchi da gioco con vincite in denaro e ne hanno confermato la natura di incaricato di pubblico servizio affermando che l’appropriazione delle somme dovute sull’importo delle giocate a titolo di prelievo unico erariale integra il delitto di peculato. L’allegata buona fede dell’imputata è insussistente. Come noto l’ignoranza o l’errore sulle norme, alla stregua delle quali va desunta la qualifica soggettiva, costituisce errore sul precetto quando riguarda la valutazione normativa degli elementi che ne sono alla base ovvero la situazione propria di incaricato di pubblico servizio: in tal caso l’errore scusa solo se inevitabile poiché l’autore non pensa che il suo agire abbia rilevanza penale perché  disconosce o male interpreta le norme definitorie di diritto penale che determinano il carattere pubblico della funzione svolta. Correttamente la sentenza impugnata ha escluso che l’errore allegato dalla (…), sulla propria qualifica soggettiva, fosse inevitabile dal momento che l’imputata era iscritta in un albo speciale ed esercitava professionalmente l’attività e non era, quindi, credibile, che fosse ignara della qualifica rivestita.

Il dolo del delitto di peculato non è, dunque, eliso dalla esistenza di due divergenti opzioni interpretative circa la qualificazione giuridica della condotta una delle quali rendeva, comunque, prevedibile la illiceità del fatto che la richiamata decisione delle Sezioni Unite ha ormai stabilizzato, prevedibilità che va saggiata attraverso la nozione di errore incolpevole sulla legge penale, coniata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 364 del 1988 e che impone, secondo la corretta impostazione seguita dai giudici del merito di tenere conto delle particolari abilità interpretative possedute da determinati soggetti, i quali, per la professione svolta o per altre circostanze, siano in grado di comprendere maggiormente il testo legislativo.

Il reato ascritto all’imputata non è prescritto dovendo sommarsi al termine di prescrizione massimo la ulteriore sospensione per effetto del d.l. art. 83, nella misura di giorni sessantaquattro. Segue al rigetto del ricorso la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali”.