Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro la Questura di Reggio Calabria e il
Ministero dell’Interno, in cui si chiedeva l’annullamento del decreto del Questore di Reggio Calabria Cat. -OMISSIS- del -OMISSIS-, con il quale è stata respinta l’istanza della ricorrente di rilascio della licenza ex art. 88 del T.U.L.P.S..

S legge: “Con il ricorso in epigrafe il signor -OMISSIS-, in proprio e quale legale rappresentante della -OMISSIS- impugna il decreto emanato in data -OMISSIS- (-OMISSIS-), con cui il Questore della Provincia di Reggio Calabria ha respinto l’istanza da lui presentata volta al rilascio della licenza di Pubblica Sicurezza di cui all’art. 88 del T.U.L.P.S., per l’esercizio dell’attività di raccolta del gioco lecito mediante apparecchi videoterminali da effettuarsi in una sala pubblica da gioco.

2. Il gravato provvedimento è stato emesso in ragione del fatto che l’interessato era socio, con il 50% delle quote, della ditta -OMISSIS- già titolare di licenza per lo svolgimento di analoga attività di raccolta di gioco, poi revocata a seguito di interdittiva antimafia emessa dal Prefetto di Reggio Calabria in data -OMISSIS-. Dopo l’adozione del citato provvedimento interdittivo, il Prefetto di Reggio Calabria, con decreto prot. -OMISSIS- dell’-OMISSIS-, ha anche provveduto alla nomina di un amministratore straordinario per la temporanea gestione della citata ditta -OMISSIS-.

Tali circostanze, unite alla considerazione che -OMISSIS- aveva collaborato attivamente a tutte le attività svolte dalla società interdetta, per altro occupandosi direttamente della raccolta del gioco lecito mediante apparecchi videoterminali, hanno indotto l’Autorità di Pubblica Sicurezza a ritenere insussistenti in capo al ricorrente i requisiti soggettivi necessari ai fini del rilascio del titolo di polizia di cui all’art. 88 del T.U.L.P.S., con particolare riferimento a quello della buona condotta, prescritto dall’art. 11 dello stesso T.U.L.P.S.

Pertanto, comunicato al richiedente il preavviso di rigetto, con nota -OMISSIS- del -OMISSIS-, l’amministrazione nonostante le osservazioni presentate ha concluso il procedimento con il decreto di diniego impugnato.

3. Con il ricorso in epigrafe, notificato il 20 aprile 2016 e depositato il successivo 27 aprile 2016, parte ricorrente chiede l’annullamento di tale decreto, denunziando con articolate censure la violazione delle norme del T.U.L.P.S. e dell’art. 3 della legge 241/1990, eccesso di potere per irragionevolezza ed illogicità, difetto di presupposti, carenza di istruttoria, travisamento, difetto ed apparenza della motivazione, violazione del diritto di difesa per difetto di valutazione delle osservazioni depositate in data 01.03.2016.

3.1. Sostiene in sintesi la difesa del ricorrente che il giudizio di carenza del requisito della buona condotta espresso dall’intimata amministrazione, sarebbe illogico atteso che il provvedimento di diniego non si fonderebbe su condotte direttamente imputabili al signor -OMISSIS-. Infatti l’interdittiva antimafia adottata dal Prefetto di Reggio Calabria nei confronti della -OMISSIS-, conseguirebbe a vicende inerenti esclusivamente il -OMISSIS- -OMISSIS-. Per altro verso, il ricorrente rappresenta di non aver mai svolto attività di gestione della società interdetta, di cui per altro non fa più parte sin dal mese di luglio del 2015.

In sostanza, la difesa del ricorrente sostiene che l’interdittiva antimafia che l’autorità di PS ha reputato ostativa al rilascio della licenza per cui è causa, non dipenderebbe da condotte o frequentazioni riconducibili all’odierno ricorrente, il gravato provvedimento sarebbe stato dunque emesso in difetto di adeguata motivazione in ordine alla ritenuta assenza del requisito della buona condotta in capo a questo ultimo. In ogni caso l’amministrazione avrebbe apoditticamente desunto l’elevato rischio dell’abuso del titolo dalle ridette circostanze, estendendo gli effetti negativi dell’informativa antimafia ad una società che da essa non è stata colpita, senza dar conto della situazione personale dell’odierno ricorrente. Per altro i controlli del signor -OMISSIS- con soggetti controindicati, non sarebbero significativi e non potrebbero comunque assurgere al rango di frequentazioni.

Parte ricorrente formula da ultimo domanda di risarcimento dei danni che il provvedimento gravato le starebbe cagionando, stante l’impossibilità si svolgere l’attività di raccolta del gioco lecito, mediante apparecchi video terminali.

4. In data 06.05.2016, con memoria di stile si è costituita la Questura di Reggio Calabria.

Con ordinanza n. -OMISSIS- (confermata in Appello dalla terza sezione del Consiglio di Stato, con ordinanza n. -OMISSIS-), il Collegio ha respinto l’istanza di sospensione dell’efficacia del provvedimento impugnato, “Ritenuto che la domanda cautelare non appare assistita dal prescritto periculum in mora, essendo stato dedotto dalla parte ricorrente un pregiudizio di natura meramente economica quale l’eventuale perdita patrimoniale derivante dall’asserita perdita di clientela”.

5. In vista della discussione la difesa erariale in data 5 maggio 2021 ha depositato documentazione, ed il ricorso è stato trattenuto in decisione all’esito dell’udienza di smaltimento del 23 giugno 2021, senza discussione orale ai sensi dell’art. 25 del D.L. 28 ottobre 2020 n. 137, convertito con legge 18 dicembre 2020 n. 176.

6. Il ricorso è infondato.

6.1. Ai sensi dell’art. 11 del T.U.L.P.S. “Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione”.

L’articolo 11 del testo unico n. 773 del 1931, individua, pertanto, accanto alle ipotesi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (si vedano il comma 1 e la prima parte del comma 3, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro in presenza dei presupposti ivi previsti) le diverse ipotesi in cui essa è, invece, titolare di poteri discrezionali (si vedano a tal proposito invece il comma 2 e la seconda parte del comma 3).

Tuttavia la lettura della norma evidenzia come l’insussistenza di presupposti per l’esercizio del potere vincolato non impedisce affatto all’amministrazione di negare il titolo o di revocarlo atteso che essa, nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali, è comunque tenuta a valutare se manchi la buona condotta, per la commissione di fatti che, sebbene non costituiscano reato, comunque non rendano i richiedenti meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato).

L’Amministrazione, però, è tenuta ad indicare gli aspetti concreti, che fungono da presupposti per la formulazione del giudizio di non affidabilità, evidenziando, con motivazione adeguata, le ragioni che consentono di pervenire, proprio sulla base degli aspetti indicati, ad un giudizio (attuale e prognostico) di segno negativo.

6.2. Orbene, nel caso in esame, dalle risultanze del procedimento attivato su istanza di parte sono emersi elementi che, del tutto ragionevolmente, hanno indotto il Questore di Reggio Calabria a negare il rilascio della richiesta autorizzazione.

Parte ricorrente non è stata infatti in grado, né nel corso del procedimento, né nel corso del giudizio, di diradare le perplessità legate alle vicende che hanno portato il Prefetto di Reggio Calabria ad adottare l’interdittiva antimafia nei confronti della -OMISSIS-.

Osserva il Collegio che, contrariamente a quanto dedotto dalla difesa del ricorrente, il provvedimento interdittivo in parola è fondato non solo sui pregiudizi penali di -OMISSIS-, considerato vicino ad ambienti criminali, ma anche sulle plurime e reiterate frequentazioni con soggetti controindicati di -OMISSIS-.

L’interdittiva in questione, per altro, ha superato il vaglio giurisdizionale, essendo stato respinto con sentenza di questo Tribunale Amministrativo n. -OMISSIS- del -OMISSIS- (confermata dalla terza sezione del Consiglio di Stato, con sentenza n. -OMISSIS- del -OMISSIS-), il ricorso (n. -OMISSIS-) proposto da -OMISSIS- volto all’annullamento del ridetto provvedimento prefettizio.

Sono stati dunque definitivamente confermati i plurimi elementi di contiguità con le consorterie criminali di entrambi i -OMISSIS- e quindi anche dell’odierno ricorrente (“….-OMISSIS-, è stato più volte controllato dalle forze di polizia con soggetti segnalati al CED Interforze del Ministero dell’Interno e gravati da vicende penali e, in particolare, con i già citati -OMISSIS-, -OMISSIS- e -OMISSIS-, e con -OMISSIS- e -OMISSIS-, ritenuti entrambi contigui alla cosca -OMISSIS-.” cfr. Consiglio di Stato Sez. III -OMISSIS- n. -OMISSIS-, paragrafo 6.12.). Tali rapporti hanno dapprima determinato l’emanazione della ridetta interdittiva antimafia del -OMISSIS-, e poi la revoca della licenza di P.S., ex art. 88 del TULPS, di cui era titolare la -OMISSIS-

Il Collegio non può inoltre esimersi dall’evidenziare che la richiesta del titolo autorizzatorio per cui è causa venne depositata dalla odierna ricorrente il 4 novembre 2015, quindi in un periodo immediatamente successivo alla comunicazione, datata 22 ottobre 2015, di avvio del procedimento di revoca della licenza già rilasciata al -OMISSIS-, circostanza questa che, unita al fatto che l’attività della -OMISSIS- si sarebbe svolta nei medesimi locali utilizzati dalla -OMISSIS- ed al ruolo (tutt’altro che secondario) di gestore della sala, pacificamente svolto da -OMISSIS- nel periodo in cui era socio della società interdetta, lascia trasparire una evidente volontà degli odierni ricorrenti di dare continuità ai rapporti commerciali già instaurati dalla precedente compagine societaria.

6.3. Questa Sezione ha già evidenziato (da ultimo con la sentenza n. 366 del 29 aprile 2021) che per il rilascio di una autorizzazione di PS a raccogliere scommesse, attività verso cui la criminalità organizzata sovente ha mostrato interesse, la discrezionale valutazione dell’Autorità può ed anzi deve non limitarsi alla attestazione che il richiedente probabilmente non commetterà reati, ma pretendere assai di più e cioè la piena affidabilità della persona desunta anzitutto dalla assenza di legami familiari, amicali, locali che possano far ipotizzare un uso non trasparente della delicatissima attività di raccolta scommesse, intorno alla quale si muovono rilevanti interessi economici.

Tanto premesso nella vicenda all’esame appare evidente che le circostanze ostative evidenziate dalla Questura di Reggio Calabria sono tali da supportare la rilevata carenza del requisito della buona condotta che, ai sensi del citato articolo 11 espressamente richiamato dal provvedimento impugnato, osta al rilascio della richiesta autorizzazione.

7. Alla luce delle superiori considerazioni, il Collegio ritiene dunque che il ricorso debba essere respinto in quanto infondato. La reiezione della richiesta di annullamento del provvedimento impugnato travolge la pretesa risarcitoria dedotta dalla parte ricorrente che, per altro, non ha assolto all’onere probatorio di cui all’art. 2697 del codice civile, non essendo stato offerto alla Sezione alcun elemento che testimoni del danno asseritamente subito.

8. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo in favore della resistente amministrazione.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore della resistente amministrazione che liquida in euro 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre oneri di legge”.