Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno, Ufficio Territoriale del Governo di Reggio Calabria, Agenzia Dogane e Monopoli, Comune di Reggio Calabria, in cui si chiedeva l’annullamento dell’interdittiva antimafia adottata dal Prefetto di Reggio Calabria (…); del provvedimento assunto dal Comune di Reggio Calabria (…) con cui viene disposta nei confronti delle società ricorrenti: la revoca degli effetti autorizzativi della pratica (…) avente ad oggetto SCIA somministrazione alimenti e bevande; la revoca degli effetti autorizzativi della pratica (…) avente ad oggetto SCIA per l’esercizio al dettaglio di articoli di cartoleria ed altro; la revoca dell’autorizzazione n. 44 del 17.05.2017; la revoca della presa d’atto di installazione di apparecchi da gioco di cui all’art. 110 del TULPS datata 28.10.2010 con numero 130/2010; la cessazione con effetto immediato della prosecuzione delle predette attività e di ogni altra attività annessa e connessa esercitata presso i locali di -OMISSIS-; del provvedimento assunto dall’Ufficio Monopoli per la Calabria SOT di Reggio Calabria prot. 12934 del 10 aprile 2019 con cui viene disposta la decadenza e la conseguente soppressione del patentino n. 303033 con effetto immediato ed il divieto di vendita di generi di monopolio.

Si legge: “Questo Collegio ha già, ripetutamente, chiarito come l’interdittiva antimafia costituisca una misura preventiva che prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che ne sono colpiti, che si fonda sugli accertamenti compiuti dai diversi organi di polizia valutati, per la loro rilevanza, dal Prefetto territorialmente competente e che è volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti con la Pubblica amministrazione.

Per la sua natura cautelare e la sua funzione di massima anticipazione della soglia di prevenzione, l’interdittiva non richiede la prova di un fatto, ma solo la presenza di una serie di indizi, in base ai quali non sia illogico o inattendibile ritenere la sussistenza di un collegamento con organizzazioni mafiose o di un condizionamento da parte di queste.

Ai fini dell’adozione del provvedimento interdittivo occorre, pertanto, non già provare l’intervenuta infiltrazione mafiosa, ma soltanto la sussistenza di elementi sintomatico-presuntivi dai quali – secondo un giudizio prognostico latamente discrezionale – sia deducibile il pericolo di ingerenza da parte della criminalità organizzata.

5.2. Tanto doverosamente premesso, osserva il Collegio come il gravato provvedimento interdittivo dia ampia contezza dell’articolato intreccio di cointeressenze che legano la ricorrente al marito e questo ultimo ad ambienti vicini alla cosca -OMISSIS-.

La difesa della ricorrente non si preoccupa di negare che -OMISSIS- sia a pieno titolo inserito nella gestione delle società a lei facenti capo (e del resto ogni tentativo di negare tale circostanza sarebbe stato smentito dalla circostanza che egli, dopo avere ceduto alla ricorrente le sue quote nella -OMISSIS- è rimasto in carica quale delegato alla somministrazione della citata società fino al 30/07/2018), ma anzi viene pacificamente evidenziato che la signora -OMISSIS- amministra le due società svolgendo attività autorizzate dai Monopoli, anche con delega al coniuge.

Tanto premesso in ordine alla gestione delle società interdette, il Collegio sottolineata la evidente relazione funzionale tra le attività imprenditoriali facenti capo alla ricorrente e quelle, invece, riconducibili al marito, sul conto del signor -OMISSIS- non può che richiamare le motivazioni della sentenza n. 281 del 16 aprile 2020, con la quale il Tribunale ha respinto il ricorso da egli proposto per chiedere l’annullamento del provvedimento interdittivo adottato nei suoi confronti dal Prefetto di Reggio Calabria il 13.07.2018.

E’ stata in quella sede evidenziata la rilevanza del coinvolgimento del marito della ricorrente nella operazione denominata -OMISSIS-, avente ad oggetto le ipotizzate infiltrazioni della criminalità organizzata reggina nel lucroso settore del poker online, nell’ambito della quale è stata contestata ad -OMISSIS- la partecipazione, con l’aggravante del ruolo di organizzatore, ad un’associazione a delinquere ex art. 416 c.p., aggravata dal fine dell’agevolazione di un’associazione mafiosa (ex art. 7 l. 203/92), il concorso nell’esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse e infine il concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato.

Nella citata sentenza 281/2020, il Tribunale ha inoltre sottolineato come i restanti pregiudizi penali a carico del coniuge della ricorrente “ancorché non rientranti tra i c.d. ‘reati spia’ di cui all’art. 84 d.lgs. n. 159/2011 contribuiscono a delineare la figura di un soggetto refrattario al rispetto delle regole” e stabilmente collegato agli ambienti della criminalità organizzata.

Quanto poi all’intervenuta assoluzione del padre del signor -OMISSIS- dai più recenti addebiti penali a lui ascritti, essa a parere del Collegio non elide l’originario quadro sintomatico della permeabilità delle ditte facenti capo alla signora -OMISSIS- alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Va osservato come costituisca solido approdo della giurisprudenza formatasi in materia di informazioni antimafia di contenuto interdittivo, quello per cui i poteri inibitori attribuiti all’Autorità di Pubblica Sicurezza sono esercitabili già in uno stadio preliminare del procedimento penale, anche in presenza di condotte non penalmente rilevanti e persino nell’ipotesi in cui, come nel caso di specie è avvenuto, i procedimenti penali si siano conclusi con un’archiviazione o un’assoluzione (in termini, Consiglio di Stato Sezione III 08/07/2020, n.4372).

Con la ripetuta sentenza n. 281 del 16 aprile 2020, questo Collegio ha già evidenziato sul punto come “….L’assoluzione definitiva riportata a conclusione del procedimento penale scaturito dall’operazione c.d. -OMISSIS-, documentata dalla difesa, nel quale l’-OMISSIS- era imputato del delitto di cui all’art. 416-bis c.p., non appare in alcun modo idonea a scalfire la pregnanza del valore, nell’ottica dimostrativa del rischio di condizionamento mafioso, ascritto dalla Prefettura alla condanna per reati, accomunati dal fine dell’agevolazione della mafia, a sostrato prettamente economico, quali quelli di illecita concorrenza e di intestazione fittizia di beni.”

6. La Sezione reputa in sostanza che le circostanze evidenziate dall’autorità prefettizia, afferenti alle cointeressenze economiche della ricorrente con il marito ed ai legami di questo ultimo e dei suoi familiari con ambienti legati ad una delle più note cosche di ‘ndrangheta operanti nel reggino, lungi dal poter essere dequotate ad eventi e vicende, per dir così, esterne a -OMISSIS- ed alle sue ditte, costituiscono elementi che, complessivamente considerati, forniscono significativi indizi del pericolo di infiltrazione mafiosa, e che presentano requisiti di concretezza e di attualità dai quali può, legittimamente, desumersi il pericolo che le ripetute aziende di cui essa è titolare possano essere infiltrate dalla mafia.

Deve quindi ritenersi che, stante l’ampia discrezionalità di apprezzamento di cui gode l’Autorità prefettizia in materia, il provvedimento gravato non disvela né elementi di irragionevolezza né di travisamento dei fatti, tali da giustificare un sindacato giurisdizionale di segno negativo stante, per altro, che è motivato in modo organico e coerente, e dà conto di fatti aventi le caratteristiche di gravità, precisione e concordanza, dai quali, può senz’altro pervenirsi, in via presuntiva, alla conclusione ragionevole che il rischio di infiltrazione mafiosa delle ditte di proprietà della ricorrente sia effettivo.

7. In conclusione, per le ragioni esposte, il ricorso è infondato e va respinto.

8. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo a favore del Ministero dell’Interno, mentre sussistono giuste ragioni per disporne l’integrale compensazione nei confronti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comune di Reggio Calabria.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge”.