La Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal titolare di un bar. Questi ha separatamente
impugnato due avvisi di accertamento, relativi ai periodi di imposta 2006 e 2007 ex art. 41 bis d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, nonché una successiva cartella di pagamento per iscrizione a ruolo a titolo provvisorio. L’accertamento traeva origine da un PVC, in forza del quale si accertava una frode fiscale consumata da una terza società, la quale avrebbe commercializzato schede elettroniche clonate di apparecchi di intrattenimento per il gioco lecito, una delle quali rinvenuta all’interno dell’esercizio bar condotto del contribuente, con accertamento di maggiori ricavi non dichiarati e maggiori imposte e accessori.

Per il ricorrente “si deduce, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., nullità della sentenza per omessa e carente motivazione in relazione agli accertamenti effettuati ex art. 41-bis d.P.R. n. 600/1973, con particolare riferimento all’accertamento contenuto nella sentenza impugnata secondo cui il contribuente, come riportato nella sentenza impugnata, avrebbe lasciato intendere che la scheda sarebbe stata da lui utilizzata. Contesta il ricorrente l’accertamento compiuto dalla CTR e osserva anche come sarebbero state erroneamente valorizzate le dichiarazioni rese dal terzo (…)”. Inoltre “il ricorrente ripercorre gli accertamenti compiuti dai verbalizzanti della Guardia di Finanza in sede di redazione del PVC, i quali avevano segnalato l’esistenza di un apparecchio per gioco lecito (slot machine di videopoker), dotato di una scheda clonata, situato all’interno dell’esercizio commerciale del ricorrente; sulla base di tale accertamento i verbalizzanti avevano ricostruito gli incassi, procedendo dalla lettura del contatore e riscontrando ulteriore documentazione extracontabile proveniente dal terzo (…) – soggetto che aveva proceduto alla commercializzazione delle schede clonate – volta a provare la conoscenza della frode da parte dei gestori degli esercizi dove erano installate le macchine con scheda clonata, tra cui il ricorrente. Ritiene il ricorrente che nella documentazione extracontabile sequestrata alla (…) non vi sarebbero riferimenti al ricorrente e che, in ogni caso, tale accertamento sarebbe privo di riscontri. Censura, infine, il ricorrente la motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui è stata accertata, sulla base delle dichiarazioni del terzo, la corresponsabilità dell’odierno ricorrente”.

La CTR della Lombardia, con sentenza in data 12 febbraio 2014, ha accolto l’appello dell’Ufficio. Il giudice di appello ha preliminarmente rigettato sia l’eccezione di inammissibilità dell’appello per omessa sottoscrizione dello stesso da parte del Direttore dell’Ufficio, rilevando che l’atto di appello fosse stato firmato da un delegato, sia l’eccezione di inammissibilità ex art. 53 d. lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, osservando che l’appello contenesse rilievi specifici alla sentenza impugnata. Nel merito, il giudice di appello ha accertato che fosse stata correttamente individuata la scheda elettronica oggetto di clonazione e che detta scheda fosse stata utilizzata dal contribuente. Tale circostanza è stata ritenuta provata, secondo la CTR, ritenendo utilizzabili e decisive le dichiarazioni rese da un terzo e valorizzando il comportamento processuale del contribuente, che avrebbe lasciato intendere come la scheda sarebbe stata da lui utilizzata, benché avesse indicato un importo di ricavi dovuti inferiore.

Per i giudici della Cassazione “il ricorrente, anziché censurare l’utilizzabilità degli elementi di prova valorizzati dal giudice di appello (le dichiarazioni del terzo e il comportamento processuale del contribuente), intende ripercorrere il ragionamento decisorio in fatto compiuto dal giudice di appello, che lo ha portato a ritenere che il contribuente abbia utilizzato la scheda elettronica clonata, quale fondamento dell’accertamento dei maggiori ricavi e delle conseguenti maggiori imposte dovute. Il ricorrente, pur denunciando formalmente le norme in tema di accertamento, mira a una rivalutazione del ragionamento che ha portato il giudice del merito a ritenere raggiunta la prova dell’utilizzo dell’apparecchio da intrattenimento per gioco lecito con scheda elettronica clonata. Così facendo il ricorrente, pur deducendo apparentemente una violazione di norme di legge, mira alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di giudizio di merito (Cass., Sez. VI, 4 luglio 2017, n. 8758). Oggetto del giudizio non è più, in questo caso, l’analisi e l’applicazione delle norme, bensì la sua concreta applicazione operata dal giudice di merito e a questi riservata, il cui apprezzamento in fatto può essere esaminato in sede di legittimità soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione. Il ricorso va, pertanto, rigettato, con spese regolate dalla soccombenza e liquidate come da dispositivo, oltre al raddoppio del contributo unificato”.