La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Agenzia delle Entrate di Roma avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, Sezione staccata di Salerno, con la quale era stato annullato nel 2014  un avviso di accertamento, con riferimento al periodo d’imposta 2007, circa un maggior reddito d’impresa non dichiarato di  405.669,00 euro (con le conseguenti maggiori IRPEF e Addizionali regionale e comunale all’IRPEF e IRAP); il maggior reddito accertato corrispondeva alla differenza tra i compensi dichiarati dal contribuente (pari a C 125.657,00) e l’importo risultante dalla comunicazione effettuata tramite la rete telematica di un concessionario di rete di slot (nella quale gli importi corrisposti da tale concessionario al contribuente per l’attività di “gestore” da lui svolta erano indicati in  530.725,74 euro).

“L’avviso di accertamento fu impugnato davanti alla Commissione tributaria provincale di Salerno che rigettò il ricorso del contribuente con la motivazione che, «[a]lla luce di quanto sopra, va interpretata la nota del concessionario di rete, precisa che quanto corrisposto equivale alla remunerazione dei soggetti incaricati” che si intende riconosciuta congiuntamente al Gestore e all’Esercente, precisando che il compenso riconosciuto al Gestore è determinato dalla differenza tra la remunerazione dei soggetti incaricati e il compenso riconosciuto all’Esercente che, a sua volta, viene determinato sulla base di quanto previsto dal relativo contratto con il Gestore. E in questo senso, mentre potrebbe risultare, sul piano pratico, verosimile la ricostruzione del ricorrente, va comunque considerato che la stessa non trova, però, alcun elemento probante a sostegno. Infatti, nessun elemento viene fornito circa l’eventuale corresponsione di quote agli esercenti, né vengono esibiti i contratti che disciplini[no] i rapporti del gestore con i propri esercenti, né fatture o ricevute che diano prova effettiva della trasmissione del denaro dal gestore all’esercente, per cui tutti i ricavi derivanti dai Concessionari di rete e comunicati anche all’Amministrazione dei Monopoli, finiscono per essere, in questo caso giustamente, accreditati alla ditta che li ha ricevuti. L’onere della prova ricade, infatti, interamente sul contribuente, il quale è chiamato a “chiarire” la posizione assunta dall’Ufficio, derivante da dati oggettivi, fornendo, nella circostanza, elementi concreti che diano l’esatta prova e corrispondenza di divisione di proventi. A nulla giovano le dichiarazioni, se non sono suffragate da debita documentazione comprovante le proprie argomentazioni difensive».

La Commissione Tributaria Regionale nel 2014 stabilisce che “Si può ragionevolmente accogliere la conclusione dell’appellante nella quale si legge che “la comprovata gestione privatistica degli accordi tra le parti in causa (Concessionario – Gestore – Esercente) che prevedono, ai sensi di legge, una ripartizione dei compensi tra Concessionario e Gestore, ma anche, come ampiamente dimostrato, tra Gestore ed Esercente, costituisce la piena giustificazione del disallíneamento tra i dati dichiarati quali compensi percepiti per l’anno di imposta 2007 rispetto a quelli forniti dalla società concessionaria del servizio tramite la rete telematica di proprietà della AAMS quali importi corrisposti nel corso del 2007». 

A questo punto ricorre l’Agenzia delle Entrate chiedendo l’annullamento della provincia.

Per la Corte di Cassazione “va ricordato che Cass., S.U., 07/04/2014, n. 8053 e n. 8054 hanno chiarito che la riformulazione del n. 5) del primo comma dell’art. 360 cod. proc. civ. (nel testo sostituito dall’art. 54, comma 1, lett. b, del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134) deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 disp. prel. cod. civ., come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicché è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali, con l’ulteriore precisazione che tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione; la sentenza impugnata ( della Commissione Tributaria Regionale ndr) ha ritenuto che la somma di 530.725,74 euro, risultante dalla comunicazione effettuata tramite la rete telematica del concessionario, non potesse essere attribuita interamente al gestore, quale compenso dell’attività di “gestore” da lui svolta per detto concessionario, in quanto dai depositati contratti, contenenti una disciplina negoziale standardizzata, conclusi tra il concessionario, il gestore e i vari “esercenti”, risultava che il compenso riconosciuto dal concessionario agli “esercenti” era corrisposto agli stessi tramite il gestore, nella qualità di loro mandatario all’incasso delle relative somme, il che, nel confermare quanto già ritenuto «verosimile» dalla CTP – sulla base, in particolare, della nota del concessionario che aveva precisato che la «”remunerazione dei soggetti incaricati” [..] s’intende riconosciuta congiuntamente al Gestore e all’Esercente» – giustificava la non corrispondenza («disallineamento») tra i compensi dell’attività di “gestore” dichiarati dal contribuente e gli importi comunicati dal concessionario”. 

Tale motivazione della CTR non può ritenersi né mancante (essendo materialmente esistente), né apparente (recando argomentazioni che sono obiettivamente idonee a fare conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento) «non plausibile» (essendo ragionevole da un punto di vista logico) e costituisce piuttosto manifestazione della discrezionalità legittimamemente spettante al giudice di merito nella valutazione delle prove e nell’apprezzamento dei fatti (art. 116 cod. proc. civ.)”.