La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso contro la decisione della Corte di appello di Perugia che aveva confermato la sentenza di condanna alla pena di giustizia ed al risarcimento del danno in favore della parte civile per la ritenuta responsabilità dell’imputato per più condotte di peculato, avvinte da vincolo della continuazione, accertate sino al 16 ottobre 2008. In particolare l’imputato si sarebbe appropriato delle somme possedute a titolo di prelievo erariale unico e di canoni concessori dovuti alla Amministrazione Monopoli di Stato nella sua qualità di gestore del gioco e di incaricato della raccolta delle giocate assunta in forza del rapporto di collaborazione e mandato stipulato con la (…), concessionaria per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi di divertimento e intrattenimento di cui all’ad 110, comma 6, T.U.L.P.S.

Per i giudici: “Secondo la ricostruzione in fatto offerta dalla conforme lettura del materiale probatorio resa dalle due decisioni di merito, il ricorrente, nella sua qualità di gestore del gioco e di incaricato della raccolta delle giocate assunta in forza del rapporto di collaborazione e mandato stipulato con la (…), concessionaria per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi di divertimento e intrattenimento di cui all’art 110, comma 6, T.U.L.P.S., si è appropriato degli importi da riversare all’erario a titolo di Prelievo Erariale Unico (PREU) e canoni concessori. Tanto avrebbe trovato riscontro immediato nelle dichiarazioni del teste (…), attraverso le quali sono stati ricostruiti i rapporti di dare e avere tra gestore e concessionario, sin dalla costituzione (2007) e sino alla risoluzione (2009); ancor più decisamente, nella scrittura ricognitiva del 16 ottobre del 2008, dalla quale emerge una posizione debitoria per euro 205.000, somma principalmente dovuta a titolo di PREU e per la residua parte per compensi spettanti al concessionario.

Questa immediata immagine probatoria va letta e valutata alla luce della giurisprudenza di questa Corte, che per il vero il ricorso non contrasta, in forza della quale riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio il sub-concessionario per la gestione dei giochi telematici, trattandosi di un soggetto che, in virtù di una facoltà riconosciuta al concessionario dall’ Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), è investito contrattualmente dell’esercizio dell’attività di agente contabile addetto alla riscossione ed al successivo versamento del prelievo erariale unico sulle giocate previsto dall’art. 2, lett. g), del d.m. 12 marzo 2004, senza che assuma rilievo la natura privatistica del contratto che connota il rapporto tra gestore e concessionario, che non incide sulla qualifica soggettiva conferita al primo, privo di autonomia nella gestione e nell’esercizio del gioco che è tenuto a svolgere nel puntuale rispetto dei termini della concessione fra l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato ed il concessionario (Sez. 6, Sentenza n. 49070 del 05/10/2017, Rv. 271498 da ultimo confermata, come da informazione provvisoria, dalla decisione assunta dalle Sezioni unite di questa Corte in data 24/9/2020, Rubbo).

Ciò premesso, passando all’esame delle doglianze, giova prendere le mosse dall’ultimo motivo di ricorso, con il quale la difesa ha cercato di ovviare alla sopradescritta ricostruzione della vicenda in fatto operata dai giudici del merito alla luce del quadro probatorio acquisito. Il motivo è inammissibile. E ciò sia per la aspecificità che connota in sè la relativa doglianza, che manca di qualsivoglia specifico confronto con gli elementi di prova sopra indicati, puntualmente evocati dai due giudici del merito a sostegno della decisione di condanna, apoditticamente messi in discussione; sia per la genericità del rilievo diretto a contestare la mancata assunzione di una non meglio precisata prova decisiva, senza aver mai specificato nè il tenore della stessa né in che termini se ne è fatta istanza in primo o in secondo grado, anche soltanto sollecitando i giudicanti all’esercizio dei relativi poteri integrativi d’ufficio.

E’ infondato il secondo motivo di ricorso. Per quanto già detto, è incontroverso che il ricorrente, tenuto all’incasso e alla gestione immediata dei detti importi, dei quali aveva la disponibilità proprio in ragione della sopra indicata qualifica soggettiva, ebbe a trattenerli indebitamente, senza riversarli al concessionario. Per altro verso, è indifferente al fine che il concessionario, nella sua qualità di coobbligato tributario, abbia di fatto anticipato gli importi legati ai PREU alle amministrazioni competenti, trattandosi di aspetto, questo, che lascia inalterata la configurabilità del reato contestato, atteso che l’appropriazione sine titulo dei fondi in questione assume rilievo, nell’ottica del peculato, proprio per la ragione che ne legittimava la disponibilità in capo al soggetto attivo della condotta contestata, i.e. la non contestata qualifica soggettiva rivestita dal sub concessionario. Nè rileva il riferimento alla fideiussione rilasciata al concessionario e ai piani di smobilizzo concordati con quest’ultimo, trattandosi di profili che non incidono sul dolo che connota la condotta appropriativa contestata. Come chiarito in sentenza dalla Corte territoriale, senza che il ricorso nulla obietti sul punto, la fideiussione cui si fa cenno, venne escussa prima del consolidarsi del debito riportato nella scrittura ricognitiva del 16 ottobre 2008. Quanto ai piani di smobilizzo, poi, è di tutta evidenza che gli stessi costituiscono anche logicamente un postfatto rispetto alla condotta in contestazione: alla stessa stregua della restituzione poi operata, anche l’intenzione di restituire (per forza di cose propria dei patti che si risolvono in un adempimento dilazionato nel tempo di un obbligo già consolidato) finisce, e a maggior ragione, per non assumere rilievo, anche sul versante dell’elemento soggettivo, rispetto alla condotta appropriativa già resa. Sono infine inammissibili il primo e il terzo motivo di ricorso. Il primo motivo è inammissibile, a tacer d’altro, perché legato ad una censura addotta per la prima volta in sede di legittimità, sulla base di considerazioni che presuppongono uno scrutino in fatto che, a prescindere dalla manifesta infondatezza del merito che le connota, non possono essere prospettate per la prima volta davanti alla Corte. Il secondo motivo è inammissibile perché oltre che inadeguatamente supportato sul piano della necessaria indicazione argomentativa, risulta comunque superato dalle considerazioni in diritto sopra svolte. Alla reiezione del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese in favore della parte civile costituita, liquidate nei termini precisati nel dispositivo che segue.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna inoltre l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute”.