La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato contro la sentenza della Corte di appello di Brescia del 12 dicembre 2019 che confermava la condanna del ricorrente per il reato di peculato perché, nella veste di gestore di apparecchi di gioco per conto della società (…), concessionaria per l’attivazione e la conduzione operativa della rete per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da divertimento e intrattenimento, e quindi di incaricato di pubblico servizio, si impossessava del provento delle giocate, destinato al pagamento del PREU (prelievo unico erariale), nonché di materiale consegnatogli per l’esercizio dell’attività.

Il gestore ha proposto ricorso deducendo: “1. Violazione di legge. Il reato non è configurabile in presenza di un rapporto meramente civilistico fra le parti avente ad oggetto il denaro in questione. Ciò è dimostrato dall’accordo tra concessionaria e gestore per il pagamento rateale delle somme. 2. Illogicità della motivazione per essere stata applicata la disciplina del reato continuato frazionando l’unica condotta in una pluralità di reati. 3. Vizio di motivazione nell’indicazione del tempo e luogo del commesso reato in modo difforme dalla querela”.

Per la Cassazione “il ricorso è inammissibile. Il primo motivo è manifestamente infondato in quanto “Integra il delitto di peculato la condotta del gestore o dell’esercente degli apparecchi da gioco leciti di cui all’art. 110, sesto e settimo comma, TULPS, che si impossessi dei proventi del gioco, anche per la parte destinata al pagamento del Prelievo Erariale Unico (PREU), non versandoli al concessionario competente, in quanto il denaro incassato appartiene alla pubblica amministrazione sin dal momento della sua riscossione. (Sez. U – , Sentenza n. 6087 del 24/09/2020 dep. 2021, rv. 280573 – 01)”, non rilevando certamente gli accordi successivi tra concessionario e gestore per ripianare il debito sorto con la appropriazione.

Il secondo motivo è manifestamente infondato in quanto non considera che vi è stata una pluralità di appropriazioni in momenti diversi e non certo una singola condotta costituente reato. Il terzo motivo è di totale inconsistenza non comprendendosi neanche quale sia in definitiva la doglianza. Valutate le ragioni della inammissibilità, la sanzione pecuniaria va determinata nella misura di cui in dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende”.