Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda) ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Questura di Trapani, Ministero dell’Interno, in cui si chiedeva l’annullamento a) del provvedimento Ctg 11/G-2017 P.A.S. emesso il 20 luglio 2017 e notificato il 21 agosto 2017 con il quale la Questura di Trapani nel rigettare l’istanza per il rilascio della licenza di raccolta delle scommesse ex art. 88 TULPS presentata dal predetto ha, altresì, revocato tout court le licenze di PS ex art. 86 ed ex art. 88 rilasciate rispettivamente dal Commissariato di P.S. di Alcamo in data 3 novembre 2006 e dalla Questura di Trapani in data 21 luglio 2011 per lo svolgimento dell’attività di sala giochi e VLT nell’esercizio sito in Alcamo, (…).

Si legge: “Con ricorso notificato in data 13 ottobre 2017, e depositato il successivo 2 novembre, il ricorrente ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, articolando le censure di: I) Illegittimità del decreto di revoca per omessa comunicazione ex art. 10 bis legge n° 241/90; II) Violazione e falsa applicazione dell’art. 11 del R.D. n. 773/1931 (TULPS) – Violazione e falsa applicazione dell’art. 88 TULPS – Eccesso di potere anche sotto il profilo del difetto di istruttoria.

Sostiene il ricorrente che l’amministrazione intimata avrebbe omesso di trasmettere la doverosa comunicazione dell’avvio del procedimento che ha dato luogo all’adozione del provvedimento impugnato; la revoca impugnata sarebbe inoltre illegittima in quanto adottata sulla base dell’esistenza di un procedimento penale pendente da un decennio che non ha determinato l’adozione di alcuna misura cautelare nei confronti del ricorrente, e la cui consistenza si è rivelata fragile anche con riguardo ad altri imputati la cui posizione appariva di maggiore rilievo rispetto a quella del ricorrente.

Si è costituita l’amministrazione intimata che, con memoria, ha chiesto il rigetto del ricorso.

Il ricorrente in data 30 dicembre 2020 ha depositato copia di un dispositivo penale di assoluzione adottato nei suoi confronti, e alla pubblica udienza fissata per la sua discussione, il ricorso è stato posto in decisione.

Il ricorso deve essere accolto in considerazione della fondatezza del primo motivo di ricorso.

Come rileva il ricorrente l’amministrazione intimata, con avviso del 25 maggio 2017, gli ha comunicato l’esistenza di motivi ostativi all’accoglimento della sua istanza con la quale aveva chiesto l’autorizzazione all’attività di raccolta di scommesse, ma tale atto non contiene alcun riferimento all’inizio di un procedimento volto alla revoca dell’autorizzazione alla gestione di una sala giochi, già in suo possesso.

Conseguentemente il provvedimento impugnato con il presente ricorso, concernente la revoca di quest’ultima autorizzazione, risulta adottato in assenza della comunicazione dell’avvio del relativo procedimento, prevista dall’art. 7 della legge n. 241/1990.

Poiché l’amministrazione non ha addotto alcuna motivazione di particolare urgenza, che l’avrebbe potuta esentare dall’obbligo di legge di inviare tale avviso – urgenza invero difficilmente ravvisabile a fronte del fatto che il procedimento penale la cui esistenza ha costituito la ragione della revoca, pende da diversi anni – non appare discutibile che l’amministrazione resistente ha omesso il doveroso avviso di avvio del procedimento di revoca, in violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990, e che il provvedimento impugnato è quindi illegittimo.

Non può invece essere accolto il secondo motivo di ricorso, con il quale viene contestata una determinazione connotata da ampi margini di discrezionalità dell’amministrazione, senza che ne vengano indicate ragioni di irragionevolezza o illogicità.

In merito appare utile puntualizzare che la legittimità di un provvedimento amministrativo deve essere valutata in relazione agli elementi esistenti al momento della sua adozione, e non sulla base delle successive evoluzioni dei fatti che riguardano la vicenda, che possono eventualmente giustificare la sua revoca, ma non determinarne, a posteriori, l’illegittimità; peraltro il dispositivo di assoluzione recentemente prodotto dal ricorrente – privo di indicazioni degli estremi del procedimento penale al quale si riferisce – in assenza delle motivazioni che supportano la decisione intervenuta, non è comunque inidoneo a consentire la ricostruzione dei fatti valutati nel processo penale al quale è relativo.

In conclusione il ricorso in epigrafe deve essere accolto, stante la fondatezza del primo motivo, e, per l’effetto, annullato il provvedimento impugnato.

In considerazione del carattere formale della censura ritenuta fondata con la presente sentenza, ritiene il Collegio che le spese di lite vadano compensate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato. Spese compensate”.