Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania ha respinto – tramite sentenza – il ricorso di alcune società contro il Comune di Napol, in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione, quanto al ricorso introduttivo: della Delibera di Consiglio Comunale n. 74 del 21 dicembre 2015, pubblicata il 4 gennaio 2016, recante “Regolamento sale da gioco e giochi leciti” (a11.1); di ogni altro atto presupposto, connesso o conseguenziale; quanto ai motivi aggiunti, notificati il 30.05.2016 e depositati il: 25.06.2016, della Ordinanza sindacale n. 1, prog. n. 387 del 04/04/2016, pubblicata il 04/04/2016 (a11.1 ai presenti motivi aggiunti) con cui il Sindaco del Comune di Napoli ha dato attuazione agli art. 17 e 19 del “Regolamento sale da gioco e giochi leciti” emanato con Delibera di Consiglio Comunale n.74 del 21/12/2015.

Si legge: Le ricorrenti, titolari di licenza ex art. 88 T.U.L.P.S. per l’esercizio di raccolta di gioco attraverso apparecchi videoterminali da divertimento e intrattenimento di cui all’art. 110 co. 6 lettere a) e b) T.U.L.P.S., collegati alla rete telematica, per conto del Concessionario Lottomatica Videolot Rete S.p.a., e meglio specificate in gravame, agiscono per l’annullamento, quanto al ricorso introduttivo, della delibera consiliare n. 74 del 21/12/2015 recante l’approvazione del Regolamento Sale da gioco e Giochi leciti e, quanto ai motivi aggiunti, dell’Ordinanza del Sindaco del Comune di Napoli n. 1 del 04/04/2016 avente ad oggetto la “Disciplina degli orari di apertura e chiusura delle sale giochi autorizzate di cui al Regolamento Sale da gioco e Giochi leciti”, approvato con delibera consiliare n. 74 del 21/12/2015.

In particolare, con delibera del consiglio comunale n. 74 del 21 dicembre 2015, avente ad oggetto il “Regolamento sale da gioco e giochi leciti” (di seguito: Regolamento), pubblicata sull’albo pretorio dal 4 gennaio 2016 al 19 gennaio 2016, il comune di Napoli ha disposto una serie di regole, che la ricorrente sostiene essere eccessivamente restrittive e gravose, all’esercizio delle attività di gioco lecito nell’ambito del territorio comunale.

Con ordinanza sindacale n. 1, prot. n. 387, del 4 aprile 2016, avente ad oggetto la “Disciplina degli orari di apertura e chiusura delle sale giochi autorizzate di cui al Regolamento sale da gioco e giochi leciti, approvato con delibera consiliare sopra indicata n. 74 del 2015”, il Sindaco ha, poi, disposto che l’orario di esercizio delle “sale giochi” di cui al Regolamento impugnato con ricorso introduttivo “è fissato dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e dalle ore 18,00 alle ore 23,00 di tutti i giorni, festivi compresi” (ordinanza oggetto di impugnativa con i motivi aggiunti) .

Contestano numerose disposizioni del Regolamento, atteso che con l’entrata in vigore di tale disciplina normativa, direttamente lesiva della loro sfera giuridica, in particolare, e senza pretesa di esaustività:

– è stata dettata una disciplina molto restrittiva degli orari di esercizio delle sale da gioco,

– è stata disciplinata la localizzazione degli esercizi in cui si esercitano giochi con vincita in denaro, riducendo all’osso la possibilità di allocare gli stessi sul territorio comunale,

– è stata ridotta l’efficacia temporale delle licenze già esistenti, le quali da permanenti sono divenute quinquennali

Il Comune si è costituito in giudizio per resistere.

Sono intervenuti ad opponendum i soggetti in epigrafe indicati.

All’udienza pubblica del 15 settembre 2020 la causa è stata assegnata in decisione.

DIRITTO

Occorre innanzitutto dar conto che, come peraltro rappresentato dalle ricorrenti nella memoria depositata il 7.7.2020, è stata promulgata la L.R. 2 marzo 2020, n. 2, pubblicata sul B.U.R.C. del 3/3/2020 n. 17 (“Disposizioni per la prevenzione e la cura del disturbo da gioco d’azzardo e per la tutela sanitaria, sociale ed economica delle persone affette e dei loro familiari”), la quale:

– all’art. 4 affida alla Regione la disciplina dell’attività degli esercizi, con la regolamentazione delle distanze da luoghi sensibili, del controllo e degli orari di esercizio (stabilendo all’ultimo comma che le modalità applicative sono definite con deliberazioni della Giunta regionale);

– dispone che i Comuni sono tenuti ad adeguare e integrare i regolamenti esistenti entro e non oltre 90 giorni dalla sua entrata in vigore, decorsi i quali le disposizioni della legge trovano immediata applicazione (art. 7, co. 5).

L’introduzione della normativa regionale determina la privazione di effetti della delibera comunale impugnata, superata dalla nuova determinazione di adeguamento alle norme regionali oppure dalla loro diretta applicabilità.

Le ricorrenti tuttavia manifestano la permanenza dell’interesse alla decisione sul ricorso e sui motivi aggiunti, in relazione evidentemente agli effetti medio tempore prodotti dai provvedimenti impugnati.

È bene anticipare invece che l’interesse alla decisione non può derivare dalla circostanza, secondo cui la promulgazione della legge regionale comporterebbe la fondatezza dell’impugnativa.

Le nuove previsioni (specificamente, quanto alla distanza degli esercizi dai luoghi sensibili) non valgono a dedurne per ciò l’illegittimità del Regolamento impugnato, che deve essere valutato sulla base dei presupposti di fatto e di diritto esistenti al momento della sua emanazione e considerando le ragioni che ne hanno dettato l’adozione.

Premessa con la prima censura la sussistenza dell’interesse alla autonoma ed immediata impugnativa del Regolamento comunale (c.d. Regolamento volizione-azione) le ricorrenti ne contestano il contenuto per le indicate limitazioni, reputando che sono poste restrizioni ingiustificate e sproporzionate, maggiori rispetto a quelle previste dal legislatore nazionale e talmente stringenti da bandire in sostanza le scommesse e il gioco legale nell’intero territorio comunale. Le contestazioni delle ricorrenti riguardano i seguenti aspetti del Regolamento:

a) il regime delle autorizzazioni, rendendo il Regolamento necessaria l’autorizzazione comunale, ai sensi dell’art. 86 del T.U.L.P.S., oltre che per l’apertura delle sale pubbliche da gioco e l’ampliamento della superficie, anche per il trasferimento di sede e il cambio di titolarità o subingresso (art. 7, nonché artt. 8, 9 e 10);

b) la localizzazione dell’attività, con i divieti di esercizio a distanza inferiore a 500 metri dai luoghi definiti sensibili, a 200 metri da sportelli bancari e postali, in determinate zone e in specificati tipi di immobili (art. 6);

c) gli orari di limitazione delle attività (art. 17) e dell’accensione degli apparecchi ex art. 110, co. 6, del T.U.L.P.S. (art. 19);

d) il divieto di pubblicità (art. 8, co. 15);

e) la limitazione dell’attività di somministrazione alle fasce orarie consentite per il gioco e su una superficie non superiore a un quarto del locale (art. 8, co. 10-12).

Prima di procedere all’esame delle censure, va osservato che i provvedimenti impugnati hanno formato oggetto della precedente pronuncia della Sezione del 22/3/2017 n. 1567, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza della Sez. V dell’11/7/2018 n. 4224.

Con la seconda censura, relativamente alle limitazioni degli orari di esercizio (artt. 17 e 19 del Regolamento impugnato), si deduce:

Violazione di legge (art. 50, comma 7, D.lgs. n. 267/2000 – art. 3, DL n. 138/2011, convertito in L. 148/2011; artt. 3 e 6, L. n. 241/1990), oltre all’eccesso di potere (incompetenza — sviamento — difetto di motivazione e di istruttoria), contestando la previsione di forti e stringenti limitazioni all’attività economica, per:

1) Incompetenza del Consiglio comunale, che non si è limitato alla fissazione dei criteri, ma ha fissato gli orari con disposizione precettiva e direttamente vincolante .

2) eccesso di potere per sviamento, atteso che il potere di regolazione degli orari configurato dal citato art. 50 comma 7 dovrebbe essere esercitato per far fronte alle esigenze previste dalla disposizione medesima (“armonizzare l’espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti”), alle quali sono del tutto estranee le finalità di lotta alla ludopatia perseguite nel caso di specie

I profili in esame, proposti sia in via principale che in subordine possono trattarsi congiuntamente e sono entrambi infondati.

Al riguardo il potere regolamentare generale è attribuito al Consiglio comunale, ai sensi dell’art. 42 del d. lgs. 267 del 2000, in quanto organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo.

Riguardo ai poteri del sindaco, l’articolo 50, comma 7, TUEL, prevede che “Il sindaco, altresì, coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché, d’intesa con i responsabili territorialmente competenti delle amministrazioni interessate, gli orari di apertura al pubblico degli uffici pubblici localizzati nel territorio, al fine di armonizzare l’espletamento dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti.”.

La norma attribuisce al consiglio comunale il compito di delineare gli indirizzi di carattere generale in tema di orari, sul cui tracciato il Sindaco esercita il proprio potere discrezionale teso a fissare un orario più o meno contenuto nell’ambito delle fasce orario predeterminate dal consiglio medesimo, in coerenza con l’interesse pubblico perseguito.

Al contrario, la mancata adozione da parte del consiglio comunale di prescrizioni sulle fasce orarie, avrebbe l’effetto sostanziale di ampliare la discrezionalità del Sindaco che, con propria ordinanza, non sarebbe più soggetto ad alcuna cornice di riferimento regolamentare.

In proposito, il Consiglio di Stato ha ritenuto non condivisibile “la tesi che l ‘art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000 possa essere interpretato nel senso che la competenza del Sindaco non riguardi anche la materia dei giochi, atteso che la disposizione gli attribuisce espressamente il compito di coordinare e riorganizzare, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito di eventuali criteri fissati dalla Regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici. Dalla particolare ampiezza della nozione di ‘pubblico esercizio’ contenuta nella disposizione, deve ritenersi che rientrino senz’altro nella nozione anche le attività di intrattenimento espletate all’interno delle sale giochi e degli esercizi in cui siano stati installati apparecchi di ‘gioco lecito’: il connotato tipizzante di un pubblico esercizio è la fruibilità delle attività ivi svolte da parte della collettività indifferenziata, i cui componenti siano ammessi a parteciparvi.

Le sale giochi e gli esercizi dotati di apparecchiature da gioco, in quanto locali ove si svolge l’attività attualmente consentita dalla legge, sono qualificabili, seguendo l’elencazione contenuta nell’art. 50, comma 7, d.lg. n. 267 del 2000, come ‘pubblici esercizi’, di talché per dette sale il Sindaco può esercitare il proprio potere regolatorio, anche quando si tratti dell’esercizio del gioco d’azzardo, quando le relative determinazioni siano funzionali ad esigenze di tutela della salute e della quiete pubblica” (Consiglio di Stato, sez. V, 20 ottobre 2015, n. 4794).

Nel caso di specie, il Consiglio comunale ha introdotto previsioni sull’orario di esercizio le quali si pongono quali parametri generali ai quali il Sindaco si è attenuto nell’adozione dell’ordinanza applicativa.

Né si può escludere che il Consiglio comunale detti, per converso, criteri rigidi e restrittivi, tanto da vincolare in misura stringente della discrezionalità devoluta al Sindaco, senza tuttavia obliterare l’esercizio del potere sindacale che può nondimeno esercitarsi nell’ambito delle fasce orarie determinate dal regolamento comunale. Infatti l’art. 18 del Regolamento in questione, pur fissando limiti di orario tassativi non manca di contemplare espressamente l’art. 50, co. 7, del d. lgs. n. 267 del 2000, rendendo con ciò evidente l’intendimento di rinviare comunque all’emanazione di un’apposita determinazione sindacale la concreta applicazione degli orari di apertura.

Del resto le eventuali incertezze nell’interpretazione di un testo normativo vanno, secondo un principio che permea in senso trasversale l’ordinamento giuridico, risolte in senso compatibile con la legittimità e la conservazione degli atti giuridici.

Né potrebbe confortare le affermazioni delle ricorrenti la sentenza del Consiglio di Stato 1° agosto 2015, n. 3778.

Il Consiglio di Stato con la richiamata sentenza aveva semplicemente chiarito che l’ordinanza sindacale, avente ad oggetto gli orari di apertura delle sale da gioco, non deve essere necessariamente adottata “sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla Regione”, come previsto dal menzionato art. 50 comma 7, TUEL, con ciò riconoscendo a monte la competenza in materia del consiglio comunale nel definire i parametri generali di riferimento degli orari; è chiaro tuttavia che la mancata approvazione di indirizzi espressi dal Consiglio comunale non può paralizzare l’attività del Sindaco, titolare del relativo potere di ordinanza, ma comporta per quest’ultimo un legittimo e più ampio esercizio della propria discrezionalità nell’individuare le misure ritenute più efficaci per perseguire le finalità pubbliche, senza previa fissazione di vincoli da parte del Consiglio (in questo senso si era espresso in primo grado il Tar Campania, Salerno, Sez. II, n. 2075 del 2011).

Riguardo poi ai criteri regionali, la norma, con l’inciso “eventualmente indicati” ne ha testualmente escluso la tassatività e l’obbligatorietà, con la conseguenza che la loro assenza ha rilievo giuridico negli stretti termini di non vincolare l’operato del sindaco.

Relativamente, infine, ai rapporti con l’art. 88 TULPS, è evidente che il potere esercitato dal Sindaco nel definire gli orari di apertura delle sale da gioco non interferisce con quello di licenza del Questore, atteso che la competenza di quest’ultima ha ad oggetto rilevanti aspetti di pubblica sicurezza, mentre quella del Sindaco attiene in senso lato agli interessi della comunità locale, con la conseguenza che le rispettive competenze operano su piani parzialmente diversi, senza che sia configurabile alcuna violazione dell’art. 117, comma 2, lett. h), Cost.

Si rammenta, in proposito, che anche la Corte Costituzionale, con sentenza 18 luglio 2014, n. 220, ha valutato compatibile con i principi di cui agli artt. 32 e 118 Costituzione l’evoluzione della giurisprudenza amministrativa sia di legittimità sia di merito in merito l’interpretazione dell’art. 50, comma 7, TUEL nel senso che la disposizione fornisce un fondamento legislativo al potere sindacale di disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco, a fronte di esigenze di tutela della salute, della quiete pubblica, ovvero della circolazione stradale.

In quest’ottica, le limitazioni in termini orari all’attività degli esercizi commerciali si giustificano, in conformità ai principi costituzionali in tema di salute pubblica e della normativa comunitaria sulla libertà dell’iniziativa economica, con la necessità di prevenire il fenomeno della ludopatia, particolarmente tra le fasce più deboli della popolazione.

La normativa in materia di gioco d’azzardo, con riguardo alle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché dell’impatto sul territorio dell’afflusso ai giochi degli utenti, non è riferibile alla competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza di cui all’art. 117 comma 2 lett. h), Cost., bensì più propriamente alla tutela del benessere psico-fisico dei soggetti maggiormente vulnerabili e della quiete pubblica.

Questo ambito di tutela dell’interesse pubblico rientra nelle attribuzioni del comune, ai sensi degli artt. 3 e 5 TUEL.

In conclusione, la disciplina degli orari delle sale da gioco è quindi volta a tutelare in via primaria non l’ordine pubblico, ma la salute ed il benessere psichico e socio economico dei cittadini, compresi nelle attribuzioni del Comune; pertanto, il potere esercitato dal Sindaco nel definire gli orari di apertura delle sale da gioco non interferisce con quello degli organi statali preposti alla tutela dell’ordine e della sicurezza, atteso che la competenza di questi ha ad oggetto rilevanti aspetti di pubblica sicurezza, mentre quella del Sindaco concerne in senso lato gli interessi della comunità locale, con la conseguenza che le rispettive competenze operano su piani diversi e non concomitanti, in linea con il riparto delle competenze legislative di cui all’art. 117 comma 2 lett. h), Cost. (Cons. Stato, sez. V, 20 ottobre 2015, n. 4794).

In altri termini, anche a voler ammettere in astratto la possibilità di ricorrere al potere di disciplina degli orari in funzione della tutela dei predetti interessi, ciò dovrebbe essere il frutto di un’accurata e documentata istruttoria, che metta in evidenza quali siano le specifiche esigenze della collettività locale che rendano necessaria la limitazione degli orari in cui è possibile offrire determinati servizi.

Il profilo di censura non coglie nel segno.

Il principio della libertà di iniziativa economica privata di cui all’invocato articolo 41 della Costituzione trova il proprio indefettibile argine nel “contrasto con l’utilità sociale”.

Come si evince dalla Delibera di Giunta n. 993/13, non impugnata, è stato accertato che la capillare diffusione di giochi leciti ha determinato una degenerazione patologica del fenomeno del gioco, con ricadute negative sulla collettività e sulle famiglie e che tale problema riguarda non solo gli adulti ma anche le nuove generazioni, ancorché tali giochi siano rigorosamente vietati ai minori.

La particolare pericolosità, ai fini del rischio di determinare forme di dipendenza patologica, dei giochi cui si riferisce la delibera impugnata è stata già più volte affermata dalla giurisprudenza (TAR Trento, 20 giugno 2013, n. 206; TAR Lombardia, Milano, Sez. I, 13 marzo 2015, n. 706; Id., 8 luglio 2015, n. 1570).

Soccorre e merita ampia condivisione, al riguardo, la sentenza Cons. St. n. 4224 del 2018, di conferma della pronuncia della Sezione (p. 6.2.: “Quanto alla presunta violazione del principio costituzionale della libertà d’iniziativa economica non può non rilevarsi che la pur suggestiva prospettazione dell’appellante è tuttavia frutto di mere considerazioni soggettive dal momento che proprio le modalità scelte con gli atti impugnati per la tutela dei contrapposti interessi in gioco costituiscono la miglior riprova del bilanciamento operato tra gli stessi, non essendo stata interdetta in modo assoluto l’attività economica (il che esclude la sussistenza di un’espropriazione di fatto dell’attività economica), ma piuttosto non irragionevolmente limitata per tutelare la salute pubblica; del resto secondo la stessa previsione dell’invocato art. 41 Cost. la libertà di impresa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o non può arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

Le stesse disposizioni del Trattato dell’Unione europea hanno previsto la possibilità di inserire misure derogatorie in senso restrittivo alla libertà di stabilimento per ragioni di ordine e interesse pubblico legati alla tutela della salute pubblica.

Questo perché, in assenza di una disciplina unitaria a livello europeo, spetta al singolo Stato membro valutare, in questi settori sensibili, il grado di tutela degli interessi coinvolti, valutando se questa finalità possa essere realizzata mediante un divieto totale o parziale delle attività riconducibili ai giochi e alle scommesse, oppure soltanto limitarle e prevedere a tale fine modalità di controllo più o meno rigorose (v. sentenza Digibet e Albers, c-156/13).

Come, in particolare, rammentato dalla sentenza Cons. Stato, sez. III, 10/7/2020 n. 4464: <<è stato evidenziato – proprio con riferimento alla libertà di iniziativa economica e alla sua comprimibilità – che anche la giurisprudenza della Corte di giustizia U.E. ammette le idonee restrizioni alla disciplina europea in tema di libertà d’impresa qualora giustificate da esigenze imperative connesse all’interesse generale, “come ad esempio la tutela dei destinatari del servizio e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco” (cfr. sentenza 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11, e sentenza 19 luglio 2012, nelle cause riunite C-213/11, C-214/11 e C-217/11), “con conseguente legittima introduzione, da parte degli Stati membri (e delle loro articolazioni ordinamentali), di restrizioni all’apertura di locali adibiti al gioco, a tutela della salute di determinate categorie di persone maggiormente vulnerabili in funzione della prevenzione della dipendenza dal gioco (interesse fondamentale, salvaguardato dallo stesso Trattato CE)” (nello stesso senso, Cons. St., sez. VI, 11 settembre 2013, n. 4498)>>.

Con ulteriore censura, in tema di localizzazione delle attività (artt. 6 e 25 del Regolamento) è dedotta la violazione di legge (art. 31, comma 2, DL. N. 201/2011 – violazione dei principi in materia di concorrenza; art. 3 Costituzione; artt. 49 e 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), oltre all’eccesso i potere (ingiustizia manifesta, illogicità, irrazionalità, sviamento), al riguardo rilevandosi che:

– con il Regolamento de quo l’Amministrazione Comunale ha disciplinato anche l’aspetto relativo alla localizzazione delle “agenzie per la raccolta di scommesse”, delle “sale VLT” e in generale delle attività ove si verifichi l’esercizio di giochi con vincita in denaro e l’ambito di applicazione dell’art. 6 (“localizzazione e requisiti dei locali”), così come predisposto dal Regolamento, vi fa rientrare ogni esercizio commerciale che metta a disposizione della clientela “giochi con vincita in denaro”, sicché, sia pure con decorrenza di cinque anni dall’entrata in vigore del Regolamento, per tutte le attività già esistenti nelle quali si verifichi l’esercizio di tale tipo di giochi, si pone la duplice alternativa: 1) delocalizzare l’attività; 2) dismettere i giochi in questione,

– tale duplice alternativa comporta conseguenze diverse a seconda che si tratti di esercizi nei quali l’attività di gioco sia prevalente (qualificati “sale pubbliche da gioco” ai sensi dell’art. 5 del Regolamento), oppure che si tratti di uno degli esercizi nei quali è ammesso l’utilizzo di tali macchine da gioco (alberghi, locande e pensioni, trattorie, osterie e ristoranti caffè, enoteche e bar, stabilimenti balneari, rivendite di tabacchi ed altri esercizi commerciali);

– in tale ultimo caso, infatti, all’effetto pratico si avrà il sostanziale divieto dell’esercizio di tali giochi, salvo che l’attività venga delocalizzata, per cui sarà possibile continuare l’attività purché si dismettano i giochi posti al bando, mentre, al contrario, nel caso delle sale pubbliche da gioco, l’unica soluzione sarà la chiusura dell’attività (che si identifica proprio con l’esercizio dei giochi in questione) nel luogo in cui essa è esercitata e l’eventuale spostamento della stessa in un luogo diverso, nel rispetto della localizzazione di cui all’art. 6 del Regolamento;

– ebbene tale localizzazione vieta l’esercizio dei giochi in questione in locali distanti non meno di 500 metri da:

1) Istituti scolastici di ogni ordine e grado, sedi e strutture universitarie;

2) Luoghi di culto, intendendosi come tali anche i cimiteri;

3) Impianti sportivi e centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente da giovani;

4) Strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale, strutture ricettive, ed inoltre strutture ricettive per categorie protette;

5) Attrezzature balneari e spiagge;

6) Giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici attrezzati;

7) Musei civici e nazionali;

– inoltre, è vietata la localizzazione di tali esercizi a meno di 200 metri da sportelli bancari, postali o bancomat, agenzie di prestiti di pegno o attività in cui si esercita l’acquisto di oro, argento od oggetti preziosi, ma la lista non finisce, avendo l’Amministrazione Comunale interdetto l’esercizio dei giochi con vincita in denaro anche in tutti gli immobili di proprietà dell’Amministrazione e di società da essa partecipate, nonché nei chioschi su suolo pubblico; infine tale esercizio è interdetto a tutto il perimetro del centro antico cittadino (con precisa individuazione di tale perimetro) ed a tutto il Centro Storico delle Municipalità così come perimetrata zona A del vigente Piano Regolatore;

– orbene, se una tale operazione non fosse estremamente difficile, si potrebbe offrire all’esame del Collegio una mappa delle residue aree del territorio comunale in cui rimane legittimo, ai sensi di tale disciplina, l’esercizio dei giochi che, solo per utilizzare un eufemismo, vengono ancora detti “leciti”, ma, non essendo possibile, come detto, tracciare una mappa precisa, si può solo facilmente presumere che tali residue aree (ammesso che ne residuino) si riducono a pochissime ridotte aree periferiche del Comune.

Il motivo è anzitutto inammissibile.

In primo luogo, parti ricorrenti non hanno dimostrato di trovarsi in una condizione di vicinanza con i “luoghi sensibili” tale da pregiudicarne la sopravvivenza, con la conseguenza che la censura relativa alla localizzazione delle sale da gioco, nel difettare del presupposto dell’esistenza di una lesione, anche solo potenziale, finisce per mostrarsi inammissibile per carenza di concretezza ed attualità dell’interesse.

Peraltro, eventuali limitazioni dovute al rispetto delle prescrizioni in tema di distanze da determinati “luoghi sensibili”, hanno l’indiscutibile effetto di contenere l’ingresso nel settore di eventuali altri operatori, circostanza che non contrasta ma anzi viene incontro all’interesse imprenditoriale della società ricorrente, orientato ad evitare che nuovi soggetti possano operare in concorrenza in luoghi prossimi ai propri locali.

In ogni caso, il motivo è infondato.

In tema di localizzazione delle attività, il decreto legge n. 158 del 2012 (cd Balduzzi) contiene disposizioni restrittive sulla collocazione di apparecchi da gioco rispetto a determinati luoghi “sensibili”.

Nello specifico, l’art. 7, comma 10, del menzionato decreto legge n. 158 del 2012 dispone che “L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, sulla base di criteri, anche relativi alle distanze da istituti di istruzione primaria e secondaria, da strutture sanitarie e ospedaliere, da luoghi di culto, da centri socio-ricreativi e sportivi, definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata (…) provvede a pianificare forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, e successive modificazioni, che risultano territorialmente prossimi ai predetti luoghi. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. (…)”.

La citata previsione predispone misure concertate volte a contrastare il fenomeno della ludopatia o gioco d’azzardo patologico (cd. GAP), le quali, dall’entrata in vigore del cd decreto Balduzzi, rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) a tutela del diritto alla salute, di cui all’art. 32 della Costituzione.

Inoltre, l’art. 1, comma 201, della legge regionale Campania 7 agosto 2014, n. 16 ha stabilito che – al fine di perseguire le finalità volte alla prevenzione, alla riduzione del rischio nonché al contrasto ed alla dipendenza dal GAP, di cui al precedente comma 197 – i comuni possano dettare disposizioni di carattere urbanistico territoriale in ordine alla localizzazione delle sale da gioco; tutto ciò risulta coerente con gli orientamenti espressi dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza 18 luglio 2014 n. 220, ha attribuito alla potestà degli enti locali la collocazione delle sale giochi sul territorio cittadino, nell’ambito dell’attività di pianificazione e governo del territorio, “rispetto alla quale la Costituzione e la legge ordinaria conferiscono al Comune le relative funzioni”.

Più precisamente, la Corte ha ritenuto che le disposizioni sui limiti di distanza imposti alle sale da gioco siano dirette al perseguimento di finalità prevalentemente di carattere socio-sanitario.

Pertanto, lo Stato ha il compito di fissare i principi generali che ispirano la materia, dettati dalla riduzione e dal contrasto all’attività del gioco d’azzardo; mentre le Regioni e gli enti locali hanno il potere di disciplinarne le concrete modalità, avuto riguardo, da un lato, agli obiettivi programmati a livello nazionale, e, dall’altro, alle caratteristiche peculiari del territorio entro cui le attività del gioco sono destinate ad incidere.

Peraltro, con la recente sentenza 10 febbraio 2016, n. 579, il Consiglio di Stato ha evidenziato che il potere di pianificazione territoriale non investe tematiche solo di carattere edificatorio, ma “…deve essere ricostruito come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo ed armonico del medesimo, che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, sia di valori ambientali e paesistici, sia di esigenza di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti”.

La sentenza ha anche sottolineato che, ancorché non siano stati ancora fissati i parametri di distanza da luoghi sensibili per l’intero territorio nazionale, ciò tuttavia non impedisce alle Regioni e agli Enti Locali di esercitare il proprio potere concorrente indirizzato alle medesime finalità.

L’obiettivo può ben essere realizzato mediante l’adozione di un testo regolamentare, in quanto il riferimento, nell’art. 1, co. 201, della legge regionale n. 16 del 2014, a “previsioni urbanistico-territoriali” allude essenzialmente al carattere, al contenuto ed alle finalità delle prescrizioni e non comporti anche il rinvio al complesso iter procedimentale per la formazione o la variazione di uno strumento urbanistico.

Relativamente al profilo inerente all’impossibilità di qualificazione del Regolamento comunale strumento di pianificazione territoriale si osserva in primo luogo, che il potere di disporre in tale materia deriverebbe al Comune dall’art. 1, comma 201, L.R. Campania n. 16/2014, in base al quale «Al fine di perseguire le finalità di cui al comma 197 i Comuni possono dettare, nel rispetto delle pianificazioni di cui all’articolo 7, comma 10, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del paese mediante un più alto livello di tutela della salute) convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, previsioni urbanistico-territoriali in ordine alla localizzazione delle sale da gioco.». Ai sensi dell’art. 7, comma 10, DL. N. 158/2012, poi, «L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, in funzione della sua competenza decisoria esclusiva al riguardo, provvede a pianificare, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, ivi inclusi quelli connessi al consolidamento del relativo gettito erariale, forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, che risultano territorialmente prossimi a istituti scolastici primari e secondari, strutture sanitarie ed ospedaliere, luoghi di culto.».

Pertanto, in base alla disciplina regionale (art. 1, comma 201, L.R. n. 16/2014), il Comune poteva “dettare previsioni urbanistico-territoriali in ordine alla localizzazione delle sale da gioco”, nel rispetto della pianificazione di cui all’art. 7, comma 10 del DL n. 158/2012, ossia in relazione a “istituti scolastici primari e secondari, strutture sanitarie ed ospedaliere, luoghi di culto”.

Nel caso di specie, invece, sono state adottate regole in materia di localizzazione mediante lo strumento dell’atto regolamentare e non già mediante atti pianificatori, quali quelli che il Comune è competente ad adottare in materia urbanistico-edilizia; inoltre è stato ampliato oltre i limiti consentiti il novero dei “luoghi sensibili”, con contemporanea violazione sia della norma regionale che di quella nazionale (art. 7, comma 10, DL. N. 158/2012).

Il profilo non merita condivisione.

Invero, l’art. 1, comma 201, della legge regionale Campania 7 agosto 2014, n. 16 ha stabilito che – al fine di perseguire le finalità volte alla prevenzione, alla riduzione del rischio nonché al contrasto ed alla dipendenza dal GAP, di cui al precedente comma 197 – i comuni possano dettare disposizioni di carattere urbanistico territoriale in ordine alla localizzazione delle sale da gioco; tutto ciò risulta coerente con gli orientamenti espressi dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza 18 luglio 2014 n. 220, ha attribuito alla potestà degli enti locali la collocazione delle sale giochi sul territorio cittadino, nell’ambito dell’attività di pianificazione e governo del territorio, “rispetto alla quale la Costituzione e la legge ordinaria conferiscono al Comune le relative funzioni”.

Più precisamente, la Corte ha ritenuto che le disposizioni sui limiti di distanza imposti alle sale da gioco siano dirette al perseguimento di finalità prevalentemente di carattere socio-sanitario.

Pertanto, lo Stato ha il compito di fissare i principi generali che ispirano la materia, dettati dalla riduzione e dal contrasto all’attività del gioco d’azzardo; mentre le Regioni e gli enti locali hanno il potere di disciplinarne le concrete modalità, avuto riguardo, da un lato, agli obiettivi programmati a livello nazionale, e, dall’altro, alle caratteristiche peculiari del territorio entro cui le attività del gioco sono destinate ad incidere.

Invero, con la sentenza 10 febbraio 2016, n. 579, il Consiglio di Stato ha evidenziato che il potere di pianificazione territoriale non investe tematiche solo di carattere edificatorio, ma “…deve essere ricostruito come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo ed armonico del medesimo, che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, sia di valori ambientali e paesistici, sia di esigenza di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti”.

La sentenza ha anche sottolineato che, ancorché non siano stati ancora fissati i parametri di distanza da luoghi sensibili per l’intero territorio nazionale, ciò tuttavia non impedisce alle Regioni e agli Enti Locali di esercitare il proprio potere concorrente indirizzato alle medesime finalità.

L’obiettivo può ben essere realizzato mediante l’adozione di un testo regolamentare, in quanto il riferimento, nell’art. 1, co. 201, della legge regionale n. 16 del 2014, a “previsioni urbanistico-territoriali” allude essenzialmente al carattere, al contenuto ed alle finalità delle prescrizioni e non comporta anche il rinvio al complesso iter procedimentale per la formazione o la variazione di uno strumento urbanistico.

In via gradata parte ricorrente lamenta che dette prescrizioni non dovrebbero essere applicabili agli esercizi già autorizzati. Tanto con richiamo all’art. 25 del Regolamento, ove dispone che, per le sole prescrizioni relative a localizzazioni e distanze, esso entra in vigore, decorsi cinque anni dalla sua pubblicazione, anche per gli esercizi già autorizzati, ma tale disposizione transitoria e finale (art. 25) riveste autonomo carattere di illegittimità avuto riguardo al suo contenuto sostanziale, il suo effetto pratico essendo quello di estendere le restrizioni relative alla localizzazione anche agli esercizi già autorizzati, i quali, dunque, decorsi cinque anni dalla pubblicazione del Regolamento, saranno tenuti a chiudere e delocalizzare l’attività.

La non applicabilità del Regolamento in questione agli esercizi già autorizzati discenderebbe , dal tenore letterale dell’ art. 7, comma 10, DL n. 158/2012 secondo il quale: «…Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. “.La censura non coglie nel segno.

Ferma restando l’inammissibilità delle censure per quanto riguarda i nuovi soggetti (dei cui interessi le ricorrenti non possono assumere la titolarità), va per il resto affermata l’infondatezza delle contestazioni, per quanto già considerato con la sentenza n. 1567 del 2017 con cui, relativamente all’incisione sulle autorizzazioni in corso, si è statuito che:

“Le previsioni regolamentari che estendono la loro efficacia anche ai soggetti già autorizzati risponde alla giustificabile esigenza di bilanciare l’interesse alla salvaguardia delle attività economiche con quella legata alla prevenzione delle ludopatie la quale, come sopra illustrato, rientra nell’ambito delle esigenze di tutela della salute, in linea con i principi fissati dall’art. 32 della Costituzione.

E’ in primo luogo da osservare che l’estensione dell’applicazione a tutti gli operatori del settore, ivi compresi quelli già operanti, non implica una retroattività delle disposizioni ma è piuttosto finalizzata ad escludere situazioni franche da una verifica periodica con la sottrazione totale dei soggetti già autorizzati da ogni possibilità di controllo e verifica successiva, con inammissibile incisione anche sui principi di imparzialità e di par condicio tra operatori del settore.

D’altronde, la Corte costituzionale in più occasioni (sentenze n. 264 e n. 15 del 2012, n. 303, n. 238 e n. 93 del 2011, n. 317 e n. 311 del 2009, n. 362 e n. 172 del 2008) ha rammentato che il legislatore, nei limiti del criterio di ragionevolezza e senza mai “incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, può valutare la scelta tra retroattività e irretroattività”.

La stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali non esclude radicalmente la possibilità di leggi che, operando retroattivamente, incidano sull’andamento di giudizi in corso, quando sussistano esigenze di ordine pubblico o addirittura “motivi imperativi di interesse generale”

Nel caso specifico, si ribadisce, la previsione regolamentare in discussione risponde alla ben chiara finalità di realizzare un contemperamento dell’interesse privato dei titolari al mantenimento degli apparecchi da gioco leciti e quello pubblico ad un controllo continuo e periodico in un settore sensibile, per i suoi rilevanti effetti sociali e sulla salute.

Giova inoltre richiamare l’orientamento della giurisprudenza secondo cui “L’esistenza di un’autorizzazione pregressa non può giustificare una deroga permanente, che sottragga l’operatore all’applicazione della disciplina regolamentare a tutela della salute, quale che siano le vicende e le ubicazioni future del suo esercizio commerciale. Altrimenti, oltre a vanificare la portata della disciplina di tutela, si determinerebbe nel settore, attraverso la sorta di contingentamento e la forte valorizzazione delle autorizzazioni preesistenti che ne conseguirebbero, una distorsione della concorrenza maggiore di quella che potrebbe essere imputata alle distanze minime.” (Consiglio di stato, sentenza n.579 del 2016)”. (p. 2 sentenza cit.).

Circa la lamentata violazione del principio della libertà di impresa e difetto di istruttoria

Il profilo di censura appare ripetitivo di altro profilo del primo motivo (come riconosciuto dal medesimo ricorrenti) e in quella sede ritenuto infondato.

Si lamenta inoltre che le cc.dd. “sale da gioco” non entrano in concorrenza esclusivamente tra di loro, ma anche con tutte le altre attività in cui si offrano servizi di intrattenimento (quali possono essere un bar un centro sportivo, ecc.), in quanto le prime competono sul mercato dei “servizi di intrattenimento” anche con queste attività. Pertanto, l’intero Regolamento impugnato è lesivo dei principi della concorrenza in quanto mina la posizione di alcuni degli attori economici, attraverso l’imposizione di regole fortemente incisive solo nei loro confronti, così avvantaggiando indirettamente gli altri attori economici operanti nel medesimo settore (servizi di intrattenimento). Inoltre, anche qualora non si voglia aderire alla tesi testé enunciata, preme far notare come la disciplina comunale si pone in contrasto con i principi della concorrenza e, prima ancora, con il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Carta Costituzionale, anche laddove si limiti il campo al più ristretto settore di specifica competenza dei ricorrenti, ossia quello relativo all’offerta di giochi con vincita in denaro, o ancora quello relativo alle sole agenzie di scommesse.

Difatti, l’ambito geografico di applicazione del Regolamento, essendo circoscritto al territorio comunale, colpisce solamente gli esercizi ubicati all’interno del suo perimetro, con la conseguenza che, nelle aree prossime al confine con altri comuni, la clientela abitualmente dedita al gioco tenderà certamente a preferire gli esercizi non soggetti alla disciplina in questione, ossia quelli ubicati all’esterno del territorio comunale, i quali non saranno tenuti al rispetto degli orari disciplinati dall’art. 17 del Regolamento.

La prospettazione di parte ricorrente non merita condivisione.

Invero, anche alla luce dei principi or ora richiamati, dunque, si invoca un preciso intervento volto, quantomeno, a verificare l’esistenza dei possibili danni o dei possibili contrasti in grado di giustificare la prescrizione contestata, secondo i richiamati canoni di “adeguatezza” e “proporzionalità”; difatti, secondo quanto affermato proprio dalla Corte di Giustizia Europea, «occorre esaminare se la restrizione in questione sia idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo perseguito e non ecceda quanto necessario per raggiungere detto obiettivo, dato che una siffatta normativa nazionale restrittiva soddisfa tale condizione solo qualora essa risponda effettivamente all’intento di raggiungerlo in modo coerente e sistematico» (cfr, in tal senso, sentenza HIT e HIT LARIX, C-176/11, EU:C:2012:454, punto 22 e giurisprudenza ivi citata).

Il profilo di censura è inammissibile per genericità essendo, peraltro, lo specifico richiamo alla giurisprudenza europea menzionata inconferente, riferendosi al diverso divieto assoluto di installazione in alcuni luoghi pubblici.

In ogni caso – come sopra si è già rilevato – nel caso di specie, non si ravvisa alcuna violazione delle invocate norme in materia di concorrenza e violazione del principio della libertà di impresa.

Non si ravvisa sussistente neppure il dedotto vizio di eccesso di potere per sviamento.

In particolare, relativamente all’efficacia della licenza ex art. 88 T.U.L.P.S. (art. 9 del Regolamento impugnato), si deduce violazione di legge (artt. 21 quinquies, 21 septies e 21 nonies, L. n. 241/1990; violazione principio di irretroattività della legge, art. 11 delle preleggi) ed eccesso di potere (nullità per difetto assoluto di attribuzione – incompetenza – sviamento).

Al comma 1 dell’art 9 del Regolamento, rubricato “durata ed efficacia dell’autorizzazione”, il Consiglio Comunale ha disposto che la durata delle licenze ex art. 86 ed 88 del TULPS è di cinque anni, precisando, al comma successivo, che «Per le autorizzazioni esistenti il termine di cinque anni decorre dalla data di entrata in vigore del presente regolamento.» (cfr. art. 9, comma 2).

Orbene, se ai sensi dell’art. 19, comma 1, punto 8 del Dpr. n. 616/1977, la previsione relativa alle nuove licenze può apparire legittima, risulta invece certamente illegittima quella relativa alle licenze già in essere, soprattutto laddove le stesse siano state rilasciate dal questore e non, invece, dal Comune.

Aggiungono in proposito gli odierni ricorrenti che sono in possesso di licenze rilasciate ai sensi dell’art. 88 TULPS e non ex art. 86; mentre, l’art. 19, comma 1, punto 8 del Dpr. n. 616/1977 conferisce ai Comuni le funzioni relative a determinate attività, con espresso richiamo al solo art. 86 del Testo Unico citato. Al contrario, nel Regolamento, si fa espresso riferimento anche alle licenze rilasciate ex art. 88 del TULPS (cfr. art. 9 del Regolamento).

Pertanto, si fa rilevare il difetto assoluto di attribuzione in capo Comune, in relazione alle licenze dei ricorrenti, con conseguente nullità ex art. 21 septies, L. n. 241/1990.

In via gradata, per quanto riguarda le licenze già rilasciate dal questore, come quelle di cui sono in possesso gli odierni ricorrenti, si eccepisce che l’Organo Comunale non può legittimamente influire su di una licenza rilasciata da un Organo Statale, quale è il questore, senza contemporaneamente usurparne il potere.

In secondo luogo, e sempre in via gradata rispetto alla rilevata nullità, in relazione ad entrambe le ipotesi (licenze già in essere rilasciate dal Comune o dal questore), siccome la trasformazione di una licenza da permanente a quinquennale si traduce, di fatto, in una “revoca/annullamento a termine”, emerge in modo chiaro lo sviamento quale elemento sintomatico del vizio di eccesso di potere, in quanto, per l’appunto, sarebbe stato necessario per ciascuna licenza un puntuale provvedimento motivato di annullamento o di revoca. Di fatto, dunque, si è utilizzato un Regolamento per il conseguimento di una finalità diversa da quella sua tipica, ossia al fine di revocare/annullare (sia pure con differimento quinquennale) un numero indefinito di licenze.

Inoltre, ferma l’incompetenza in relazione a quelle rilasciate dal questore, sotto il profilo della violazione di legge, qualunque provvedimento modificativo/estintivo delle licenze nel senso anzidetto avrebbe dovuto rispettare le norme previste dagli artt. 21 quinquies e/o 21 nonies, L. n. 241/1990, e, dunque, i presupposti per l’esercizio del potere di secondo grado da parte della pubblica amministrazione. Infine, la disposizione in parola si espone a censura anche in relazione alla violazione del principio di irretroattività della legge, tenuto conto che i provvedimenti autorizzatori di cui i ricorrenti sono in possesso sono costitutivi di diritti in capo ad essi, per cui non possono essere incisi da una normativa intervenuta successivamente al rilascio degli stessi.

La censura è destituita di fondatezza.

In proposito basterà osservare che con la nuova concessione quinquennale (in sostituzione di quella precedente permanente) alcun atto di autotutela è stato posto in essere, trovando il rapporto concessorio con effetto novativo il proprio titolo legittimante nella nuova concessione a termine .

Invece, riguardo all’intero Regolamento ii vizi dedotti ( violazione del principio di proporzionalità, o del c.d. “minimo mezzo”, in relazione al fine dichiarato ), ed alla disparità di trattamento rispetto a giochi altrettanto azzardosi quali i “gratta e vinci” (fino a 20 € l’uno) e le varie coniugazioni del “lotto” la censura, quanto alla lamentata sproporzione tra l’obiettivo perseguito (lotta alla ludopatia) e le restrizioni applicate all’attività in questione, alla luce del valore assolutamente preminente che si è rilevato doversi riservare alla lotta alla ludopatia è senz’altro infondata.

Invece i profili di censura inerente agli apparecchi a gioco è inammissibile, in quanto vertente su materia estranea all’oggetto del contendere.

L’esame del ricorso dei motivi aggiunti si concentra sulla impugnata ordinanza prot. n. 387 del 2016, con la quale il sindaco ha stabilito che “l’orario di esercizio delle sale giochi è fissato dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e dalle ore 18,00 alle ore 23,00 di tutti i giorni, festivi compresi, salvo diversa determinazione nell’esercizio dei poteri previsti dalla legge”.

Aggiunge l’ordinanza al punto 2) della parte dispositiva che: “nell’ambito di tali limiti massimi di orario il titolare della licenza ha facoltà di scegliere il proprio orario di apertura e di chiusura dandone comunicazione scritta al Servizio SUAP del comune e al punto 3) che: “la chiusura infrasettimanale e festiva sono facoltative”.

Con un unico, articolato motivo di ricorso, la società ricorrente propone la medesima censura formulata col ricorso introduttivo, per violazione dell’art. 50, comma 7, del TUEL, principalmente sotto il profilo di una presunta carenza istruttoria e di motivazione con particolare riflesso sul carattere irragionevole della regolamentazione comunale sul gioco lecito, percepita eccessivamente restrittiva.

La censura è infondata.

L’ordinanza sindacale in questione trova infatti il suo presupposto nella deliberazione del consiglio comunale n. 74 del 2015 sulla cui legittimità, soprattutto in tema di determinazione degli orari, si è ampiamente argomentato nel corso dell’esame del ricorso introduttivo, in particolare dell’ottavo motivo di ricorso al cui contenuto, per ragioni di sintesi, si rinvia.

In motivazione sono stati anche sufficientemente illustrati i rapporti che, in tema di determinazione degli orari di apertura delle sale da gioco, intercorrono tra il potere deliberativo del Consiglio comunale e quello del sindaco, in linea con le prescrizioni di cui all’art. 50, comma 7, del TUEL; alle relative conclusioni, sempre per ragioni di sintesi, non può che rinviarsi.

In conclusione, il ricorso principale unitamente a quello per motivi aggiunti è infondato e va quindi respinto.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, integrato da motivi aggiunti, lo respinge, unitamente ai motivi aggiunti.

Condanna parti ricorrenti al pagamento in favore del Comune di Napoli di euro 2.000,00 (duemila/00) e in favore degli interventori al pagamento della complessiva somma di euro 2,000,00 (duemila/00) per ciascuno di essi, oltre oneri accessori come per legge”.