Nel 2005 con l’introduzione della Newslot in Italia si apriva la stagione del gioco pubblico automatico, indicata anche come Nuovo Mercato, mentre nel resto d’Europa il settore del coin-op conosceva l’inizio di una crisi per la quale ancora non si vede via d’uscita.

Dal quell’anno abbiamo conosciuto un decennio di lavoro e ricchezza per le aziende italiane che oggi sembra un lontano ricordo.

Pressione fiscale insostenibile, disposizioni espulsive dai territori e l’obbligo ad investire in nuovi apparecchi. Siamo nuovamente piombati nel pieno di una crisi e l’impatto sociale del gioco automatico non è mai stato così negativo, neanche ai tempi del videopoker.

C’è una strada per il rilancio del settore? Questa la domanda, articolata in più quesiti, rivolta al presidente di AS.TRO, Massimiliano Pucci.

Allora tra tassazione alle stelle e territori che limitano quale la preoccupazione maggiore per gli operatori aderenti ad As.tro?

La percezione indotta nella stragrande maggioranza dei cittadini Italiani che stanno sempre più considerando il gioco legale, non più come fonte di intrattenimento, ma come qualcosa di losco ed inevitabilmente dannoso. I commenti che leggo sui social ogni volta che appare una notizia sul gioco legale sono un motivo di preoccupazione, come lo è il risultato di alcuni referendum locali, con cui il 99% dei cittadini ha inteso trasmettere un segnale di demonizzazione del gioco legale. Se non spieghiamo agli italiani l’importanza strategica del nostro settore, i problemi che lei ha elencato difficilmente troveranno una soluzione.

E come si fa a convincerli che il gioco legale non è un disvalore?

Prima dobbiamo convincere il comparto che l’attuale modello di sviluppo, se non puntellato con argomenti seri credibili ed attuali, non è più sufficiente a garantire la nostra sopravvivenza. Sto seguendo con molto interesse il dibattito che sta avvenendo in Inghilterra dopo le dichiarazioni di Philip Bowcock ad di William Hill. Con lo slogan “nobody harmed by gambling” si è aperta una discussione all’interno del mondo del gambling sull’impossibilità di operare contro “territori e clienti”oramai non più rinviabile.

Perché da noi non sta avvenendo la stessa cosa?

Me lo chiedo anch’io. Non è possibile che dopo tutto quello che è successo al settore non siamo stati capaci di aprire una fase di riflessione per comprendere il perché il gioco pubblico, nel giro di qualche anno, sia diventato il colpevole vicario di tutti i mali del Paese. Aprire un mini casino nelle vicinanze della più antica Università del mondo o combattere per tenerla aperta h24 non è far business, significa solo indebolire la tenuta e la credibilità del nostro settore. Se non capiamo questo il futuro per le nostre aziende sarà sempre meno roseo.

E chi la dovrebbe aprire questa fase?

Posso dirle chi non può aprirla. Chi opera nell’illegale e quei soggetti che ambiscono all’accorciamento della filiera. Sono convinto che al centro possa restare quella che chiamo la maggioranza silenziosa del nostro settore, la parte più virtuosa, quella delle serrande e delle certificazioni, quella della “fedeltà fiscale”, quella delle aziende che formano e si informano, quella delle contaminazioni tra segmenti.

A questi problemi vanno sommate anche le novità legislative degli ultimi tempi

Esatto a problemi si aggiungono problemi che dobbiamo affrontare con la massima celerità. In agenda abbiamo un aggiornamento dell’intero parco macchine che sarà solo l’antipasto di quello che ci aspetterà nei prossimi mesi con l’avvento dell’AWP-R.

Aggiornamenti più AWP-R: il settore è in grado di sostenere queste trasformazioni?

Non lo so. È certo che l’ AWP-R può segnare o la pietra tombale capace di seppellire definitivamente il nostro settore o la pietra angolare sui cui erigere un nuovo settore, una sorta di spartiacque tra il vecchio e il nuovo. L’ AWP-R segnerà la nostra fine se la accettiamo supinamente, al contrario se sappiamo utilizzarne la tecnologia insita nel nuovo prodotto allora potrebbe rappresentare un nuovo inizio.

Si spieghi meglio

Ad oggi i territori ci contestano molte criticità che ora la tecnologia può risolvere: necessità di prevenire le dipendenze, tutela dei minori e salvaguardia della legalità. Ebbene, le AWP-R contengono una serie di soluzioni tecnologiche idonee a soddisfare tali legittime esigenze.
Si pensi ai tutor che consentono di bloccare l’apparecchio se viene superato, da un determinato giocatore, un certo limite di spesa o di tempo di utilizzo e di trasmettere immagini e testi contenenti avvertenze sul rischio G.A.P. (c.d. alert).
La possibilità di installare l’applicazione che permette l’introduzione della tessera sanitaria, senza la quale l’apparecchio non può funzionare, per scongiurarne l’utilizzo da parte dei minori.
Tale esigenza può essere salvaguardata anche attraverso un’ulteriore possibilità che offre questo apparecchio ossia la c.d. scheda di S-Blocco che l’esercente deve consegnare al cliente previo accertamento della maggiore età, unitamente agli altri accertamenti (ad es: possibilità che l’utente sia segnalato dalla AUSL come soggetto a rischio GAP).

Quindi sta dicendo che la AWP-R sarà la soluzione di tutti i problemi?

Non esattamente. Sto soltanto dicendo che se le istituzioni politiche, sia a livello nazionale che locale, si renderanno consapevoli delle potenzialità di questo strumento, potrà aprirsi una nuova era nell’approccio con le problematiche legate al gioco che potrebbe condurci al superamento delle politiche proibizionistiche e di tutte le restrizioni finora introdotte, soprattutto a livello territoriale, rivelatesi peraltro inefficaci.

Confida seriamente in questa possibilità?

Il mio è soltanto un auspicio fondato su elementi logici e razionali. Certo, se l’introduzione delle AWP-R non portasse ad una revisione delle attuali politiche restrittive, ribadisco soprattutto quelle locali, rappresenterebbe allora l’ennesimo sacrificio (in termini di costi) imposto agli imprenditori del settore. In buona sostanza un’ulteriore vessazione. Cito ad esempio il caso della riduzione degli apparecchi imposta con la legge di Stabilità 2016. Era stata presentata nell’ambito di un ampio disegno di revisione del settore che avrebbe dovuto condurre al superamento delle restrizioni territoriali. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Quindi ora ci troviamo imprenditori che hanno subito un duro colpo alla redditività delle loro imprese che devono anche districarsi nella giungla delle svariate e multiformi normative locali che impongono restrizioni spesso irragionevoli.

Se anche questo auspicio venisse tradito?

Questa potrebbe essere l’ultima spiaggia. A quel punto la prospettiva di trovarci difronte ad uno storico paradosso sarebbe seriamente fondata.

Un storico paradosso?

Come definirebbe lei l’eliminazione di un intero settore imprenditoriale, attraverso atti normativi mirati al suo depauperamento economico e alla frustrazione degli investimenti, senza metterne in discussione la liceità?

Parliamo ora del ruolo del gestore nell’attuale contesto. Dalle sue dichiarazioni sembra che confidi ancora nella sopravvivenza di questa figura all’interno della filiera. Non le sembra di essere troppo ottimista?

Guardi sono undici anni che assisto al requiem per il gestore. In questi anni mentre gli analisti organizzavano il nostro funerale, il gestore AS.TRO è cresciuto in professionalità e consapevolezza, rappresenta un punto di riferimento sul territorio, si confronta quotidianamente con la politica di prossimità. In buona sostanza assume sempre più i connotati di un vero e proprio imprenditore.

Non teme però il rischio che questo imprenditore inizi a rassegnarsi e perda le motivazioni necessarie per andare aventi?

Parafrasando Luigi Einaudi, le potrei rispondere che i veri imprenditori, come, ribadisco, ritengo siano quelli con cui ho quotidianamente a che fare in quanto associati AS.TRO, lavorano, producono, risparmiano, nonostante tutto quello che possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. Questo perché sono spinti da una vocazione naturale e non soltanto da una sete di guadagno.

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