A distanza di circa tre anni dalla approvazione della Legge Regionale del Piemonte per il contrasto al gioco d’azzardo i Comuni che hanno adempiuto agli obblighi previsto sono 250 su un totale di 1.200.

E’ quanto enerso nel corso di un incontro dedicato appunto agli interventi previsti dalla Legge regionale. La norma in questione, la Legge 9 del 2 maggio 2016 “Norme per la prevenzione e il contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico” prescriveva, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge, all’articolo 6 ai 1202 Comuni piemontesi di disporre “….limitazioni temporali all’esercizio del gioco tramite gli apparecchi di cui all’articolo 110, commi 6 e 7 del r.d. 773/1931, per una durata non inferiore a tre ore nell’arco dell’orario di apertura prevista…” ai fini di tutelare “…la salute…la quiete pubblica, nonché la (nd.r.) circolazione stradale”.

La Regione, va detto, ha più volte precisato che “riguardo alle limitazioni temporali all’esercizio del gioco tramite gli apparecchi di cui all’articolo 110, commi 6 e 7 del TULPS ( quindi anche quelli non a vincita) , si ritiene che l’individuazione di tali misure rientri nell’autonomia regolamentare dei Comuni, nel rispetto dei parametri indicati dall’articolo 6”.

A tal proposito la Regione fa sapere che “dottrina e giurisprudenza concordano, in maniera sufficientemente costante, che in assenza di una specifica disposizione che preveda come perentorio un termine assegnato ad un amministrazione per la conclusione di un determinato adempimenti, tale termine sia da intendersi come meramente sollecitatorio o ordinatorio, il cui superamento non produce illegittimità dell’atto tardivo (si veda, ex multis, Consiglio di Stato, sezione V, 14 aprile 2015, n. 1872). Il carattere ordinatorio del termine si evince inoltre dal fatto che all’inadempimento dell’azione amministrativa non è ricondotta alcuna fattispecie sanzionatoria. Giova a tal proposito ricordare che, nel corso del dibattito che ha condotto alla formulazione della norma, è stata volutamente stralciata una disposizione che riconduceva, in capo ai comuni inadempienti, la previsione di un meccanismo di mancata premialità. L’eliminazione di tale conseguenza di carattere afflittivo è stata giustificata proprio dal fatto che l’intenzione del legislatore non voleva ricondurre un carattere di perentorietà ai vari adempimenti comunali, bensì semplicemente codificare a livello legislativo facoltà che già la giurisprudenza costituzionale in materia ha voluto riconoscere in capo alle amministrazioni territoriali. In ultimo, in una logica di interpretazione basata sul criterio di ragionevolezza, solo il carattere ordinatorio del termine permette ai comuni, qualora sussistano variazioni delle situazioni di fatto sul proprio territorio, di modificare precedenti provvedimenti assunti o di adottarne di nuovi nei casi in cui sopravvengano necessità precedentemente insussistenti”.