Due anni di condanna, all’esito del rito abbreviato, per uno degli imputati coinvolti nell’operazione ‘Ndrangames’. È la sentenza emessa ieri nel processo a Potenza, incentrato sugli incassi economici che il clan avrebbe realizzato con un gruppo della Basilicata grazie al gioco d’azzardo: tremila macchinette piazzate nei locali di tutt’Italia, ognuna delle quali raccoglieva 200mila euro all’anno, avrebbero fruttato la cifra astronomica di 600 milioni.

All’uomo condannato ieri in abbreviato e ad altri imputati – alcuni hanno scelto il rito ordinario – si contesta l’associazione a delinquere finalizzata alla raccolta illecita dei proventi del gioco online, con l’aggravante delle condotte avvenute anche in Grecia, Olanda e Stati Uniti. Inoltre c’è anche l’accusa, con l’aggravante mafiosa, di aver violato le norme tributarie sottraendo all’erario 593 milioni. Nella sentenza emessa ieri dal gup Lucio Setola – si legge su ilrestodelcarlino.it – è caduta la transnazionalità e per l’imputato anche l’accusa di associazione a delinquere: secondo il giudice di primo grado lui non faceva parte del sodalizio. L’avvocato difensore ha preannunciato ricorso in appello.

Almeno tremila apparecchi da gioco, piazzati in tutta Italia, fruttavano annualmente un ricavo stimato in 200mila euro l’anno per ogni apparecchio: il sistema era protetto però da una sofisticatissima rete di server e cloud stranieri, e con un meccanismo di accesso realizzato da hacker, italiani ed europei, di altissimo livello, scoperto dalla Procura di Potenza nell’ambito dell’operazione. Il gip dispose una misura di custodia cautelare in carcere, undici arresti domiciliari, sette obblighi di dimora e il sequestro preventivo di sette società. Gli indagati inizialmente furono complessivamente 200.

Associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata e raccolta dei proventi illeciti del gioco illegale on line attraverso strumenti informatici e telematici: questi i reati ipotizzati a vario titolo.

Le indagini si sono svolte tra il 2012 e il 2015, con un coordinamento investigativo con le Dda di Catanzaro e Bologna. Gli apparecchi erano privi delle autorizzazioni dell’Aams (l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato) e sullo schermo riportavano semplici giochi dimostrativi: accedendo però al sistema criptato attraverso una card in possesso del gestore del locale pubblico, i giocatori entravano nel sistema vero e proprio, criptato e sostenuto da server stranieri, in Olanda, Grecia e negli Stati Uniti, architettato da hacker che potevano anche disattivarlo da un controllo remoto, per eludere i controlli delle forze dell’ordine e cancellare la cronologia delle operazioni.

Gli apparecchi sono stati scoperti in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Marche, Sardegna, Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Secondo le stime degli investigatori, il guadagno annuo ammontava a circa 593 milioni di euro, pari a circa 237.250 euro per apparecchio.