Ci sono nomi, nel settore dell’intrattenimento, che non puoi dimenticare. Uno di questi è quello di Mario Teressi, storico operatore dell’Automatico. Mente raffinata e uomo di grande cultura, estremamente generoso con chi era meno esperto e meno saggio di lui, Teressi ha rappresentato in innumerevoli battaglie i gestori dell’apparecchio da intrattenimento.

Oggi sua nipote, Manuela Teressi, ci scrive.

Sono Manuela Teressi,

una delle due proprietarie della ditta G.e.t. srl di Pisa,
la nostra azienda è una fra le più antiche d’Italia, nel settore sin dai tempi che fu fondata da mio nonno Mario Teressi.

In questi mesi, nonostante il lockdown, con tutti i componenti dell’azienda siamo sempre stati uniti, uniti in questa battaglia contro il COVID-19. Ci consigliavamo, ci aiutavamo nella nuova routine quotidiana, sempre distanti certo per le norme, ma forse più vicini di prima, sì perche’ tutti insieme siamo sempre stati come una grande famiglia.

Poi quando abbiamo incominciato a vedere uno spiraglio, di ripartenze. Sapevamo benissimo che non saremmo stati fra i primi, giustamente perchè il contagio andava e va monitorato, e la precedenza era giusto darla a settori piu’ importanti.

Dopo di loro saremmo dovuti ripartire anche noi.. ed invece no.

Prima la notizia che tutti i giochi dei tabacchi ricominciavano, per due giorni c’eravamo convinti di esserci anche noi, poi niente, esclusi.

E va bene, aspettiamo ancora, forse la logistica non lo permetteva ancora, ma quando sono ripartite le attivita’ di ristorazione come bar ristoranti, parrucchieri, estetiste e similari eravamo convinti di esserci anche noi, ed invece no, noi no, senza motivazione e proprio dimenticati, perchè se l’oggettività per la ripresa delle aziende a lavorare, è il contagio, noi potevamo lavorare tranquillamente con tutte le precauzioni che le direttive INAIL e l‘ ISS stavano e stanno dando.

Adesso basta, siamo stanchi di essere il bersaglio di quasi tutte le classi politiche, noi operiamo nel gioco lecito e devono smettere di discriminare il nostro lavoro, che oltre tutto porta nelle casse dello stato gettiti erariali non indifferenti.

Negli anni passati siamo stati quasi incriminati per il nostro lavoro, sempre sui giornali come capro espiatorio per i problemi della società, i dati ci sono, e non li ho scritti io ma gli Istituti di sanità dello stato, basta andare a leggerli.

Ma in fondo non so cosa fa più male, se essere sempre additati come diavoli della società o essere dimenticati, come se non esistessimo. Credo quest’ultima.

Vogliamo tornare a lavorare, per mantenere le famiglie e perche’ ci mancano i nostri clienti, la nostra routine di lavoro.

Quando pensavamo di ripartire l’ 11 maggio un mio collega scrisse sul nostro gruppo: “Mi sento emozionato come il primo giorno di scuola”. Ha trentacinque anni.

Ecco, questo è quello che proviamo e che siamo. Oggi chiediamo solo di lavorare come tutti gli altri“!