Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Quarta) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Cantù (CO) in cui si chiedeva l’annullamento dell’ordinanza del vice Sindaco n. 53 del 13.5.2019, pubblicata in pari data sull’Albo pretorio comunale, avente ad oggetto la “disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6, installati negli esercizi autorizzati ex artt. 86 e 88 del t.u.l.p.s. – r.d. nr. 773/1931 e ss.mm.ii.”; nonché, per l’occorrenza, del “Regolamento per la gestione delle attività relative all’esercizio di giochi leciti”, approvato con Deliberazione di Consiglio comunale n. 11 dell’8.4.2019; di ogni altro atto e/o provvedimento ed essi presupposto, antecedente, conseguente e comunque connesso, ancorché conosciuto ma, comunque, lesivo degli interessi e diritti della ricorrente.

Si legge: “1. La ricorrente (…), titolare di una unità locale commerciale adibita a sala giochi avente la medesima denominazione, sita nel Comune di Cantù (…), ha impugnato gli atti indicati in epigrafe, tra cui, in particolare, l’ordinanza del vice Sindaco del Comune di Cantù avente ad oggetto la “disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6” del r.d. n. 773/1931 (TULPS), deducendone l’illegittimità sulla base dei seguenti motivi:

1) eccesso di potere per insufficiente istruttoria e carenza della motivazione, illogicità, travisamento ed erronea valutazione dei fatti;

2) eccesso di potere per contraddittorietà della motivazione e disparità di trattamento, violazione del principio di proporzionalità, ragionevolezza, uguaglianza e buona amministrazione, anche con riferimento all’Intesa oggetto della Conferenza Unificata del 7.9.2017;

3) contrasto tra l’ordinanza e l’ordinamento comunitario.

Si è costituito in giudizio il Comune intimato, il quale ha eccepito l’inammissibilità per nullità del ricorso introduttivo per erronea indicazione della partita IVA della ricorrente.

Alla camera di consiglio del giorno 12 settembre 2019 la Sezione, con ordinanza n. 1146/2019, ha respinto l’istanza cautelare.

All’udienza del giorno 25 novembre 2020, svoltasi in modalità da remoto, la causa è stata trattenuta in decisione.

2. Si può prescindere dall’esame dell’eccezione di inammissibilità sollevata dal Comune, in quanto il ricorso è infondato nel merito; di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata di cui all’art. 74 c.p.a.

2.1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta che il Comune non avrebbe posto in essere alcuna attività istruttoria volta a verificare, in particolare, l’esistenza nel proprio territorio di fenomeni ludopatici patologici, conseguenti al gioco esercitato attraverso gli apparecchi di intrattenimento di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS.

2.1.1. La censura non ha pregio.

L’ordinanza impugnata indica espressamente la finalità di “tutela della salute pubblica della popolazione, attraverso la limitazione degli orari di funzionamento degli apparecchi automatici da gioco” e illustra le ragioni per le quali il gioco d’azzardo è ritenuto particolarmente pericoloso, potendo sfociare, in soggetti ad alta vulnerabilità, in una vera e propria dipendenza comportamentale.

La giurisprudenza, al riguardo, ha chiarito che gli apparecchi con vincite in denaro, per la loro ubicazione, modalità, tempistica, danno luogo a manifestazioni di accesso al gioco irrefrenabili e compulsive, non comparabili, per contenuti ed effetti, ad altre forme di scommessa che possono anch’esse dare dipendenza, ma in grado ritenuto (ragionevolmente) dal legislatore di gravità ed allarme sociale assai minore e, perciò, non necessitante di apposita e più stringente tutela preventiva mirata (TAR Trento, n. 206/2013); gli apparecchi quali le slot machine e le videolottery paiono i più insidiosi nell’ambito del fenomeno della ludopatia, in quanto, a differenza dei terminali per la raccolta delle scommesse, implicano un contatto diretto ed esclusivo tra l’utente e la macchina, senza alcuna intermediazione umana volta a disincentivare, per un normale meccanismo psicologico legato al senso del pudore, l’ossessione del gioco, specie nella fase iniziale del processo di dipendenza patologica (TAR Lombardia – Milano, Sez. I, n. 706/2015, confermata da C.d.S., Sez. IV, n. 2957/2017; TAR Lombardia – Milano, Sez. I, n. 1570/2015; Id., Sez. II, n. 1761/2015).

Ciò posto, l’istruttoria svolta dal Comune non può ritenersi incompleta o carente, tenuto conto che il provvedimento in questione dà atto dei dati acquisiti dal Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze della ASST Lariana, con specifico riferimento al territorio del Comune di Cantù e della Provincia di Como (v. relazione sub doc. 4 del Comune), da cui emerge, in particolare, che dal 2007 al 2018 presso il SERT di Mariano Comense sono stati presi in carico 34 giocatori patologici residenti a Cantù.

Le censure, pertanto, vanno respinte.

2.2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta che l’ordinanza impugnata, disponendo per le sale giochi ex art. 86 TULPS e per gli esercizi autorizzati ex artt. 86 e 88 TULPS un orario di funzionamento degli apparecchi ivi installati “dalle ore 9.00 alle ore 12.00 e dalle ore 18.00 alle ore 23.00 di tutti i giorni, festivi compresi”, si porrebbe in contrasto con quanto deliberato nell’intesa della Conferenza Stato – Regioni – Enti Locali del 7.9.2017, che ha riconosciuto la facoltà di “stabilire per le tipologie di gioco delle fasce orarie fino a sei ore complessive di interruzione quotidiana del gioco”; il Comune, inoltre, con una decisione asseritamente irragionevole, contraddittoria e violativa del principio di proporzionalità e adeguatezza, avrebbe inteso incidere negativamente solo nei confronti del gioco esercitato attraverso i dispositivi disciplinati dal comma 6 dell’art. 110 del TULPS, limitando il loro orario di funzionamento a otto ore giornaliere, in tal modo, a dire della ricorrente, colpendo la modalità di gioco statisticamente più innocua e favorendo quelle potenzialmente più pericolose.

2.2.1. Le censure non colgono nel segno.

Come già chiarito dalla giurisprudenza (TAR Veneto, Sez. III, n. 620/2019; TAR Lazio-Roma, Sez. II, nn. 2556/2019, 2554/2019, 2553/2019, 2552/2019, 2546/2019 e 2132/2019; TAR Venezia, Sez. III, n. 417/2018), l’intesa Stato-Regioni invocata dalla ricorrente, allo stato, non ha valore cogente, in quanto non recepita da alcun atto normativo, con la conseguenza che non può spiegare efficacia invalidante sull’ordinanza impugnata. D’altro canto, l’intesa in questione non si focalizza sugli orari di funzionamento degli apparecchi per gioco lecito, ma – in ossequio a quanto stabilito dalla norma primaria di cui all’articolo 1, comma 936, della l. n. 208 del 2015 che la prevede – delinea in modo più generale il complessivo riordino della materia, con l’obiettivo, unitamente alla fissazione degli orari, di una significativa riduzione dell’offerta del gioco lecito, sia quanto ai volumi sia quanto ai punti vendita. Non è conseguentemente ipotizzabile un’applicazione atomistica o parcellizzata dell’accordo raggiunto, ossia limitata al solo profilo degli orari di funzionamento degli apparecchi, laddove non siano contestualmente attuate anche le altre previsioni oggetto di accordo. Per la stessa ragione, non può neppure ritenersi che una singola previsione dell’intesa possa essere presa in considerazione al fine di valutare la proporzionalità di una specifica misura adottata a livello locale.

Sotto diverso profilo, l’esigenza di contenere la possibilità di accostarsi alla tipologia di gioco di cui è causa non è sminuita dall’eventuale circostanza che possano esservi anche altre forme di gioco non meno insidiose o più diffuse. Ciò, soprattutto, ove si consideri che l’intervento del Sindaco è necessariamente circoscritto nei limiti delle competenze dell’organo, le quali non includono la possibilità di incidere sull’accesso al gioco online o alle lotterie istantanee.

Vale, quindi, la considerazione per cui la parità di trattamento invocata dalla parte ricorrente si risolverebbe, assurdamente, nell’impossibilità per le amministrazioni comunali di arginare il fenomeno del gioco patologico a tutela delle fasce più esposte della comunità locale, anche con riferimento alle tipologie di gioco per le quali la legge riconosce loro facoltà di intervento (TAR Piemonte, Sez. II, n. 839/2017; TAR Lazio – Roma, Sez. II, n. 2556/2019).

Né ai provvedimenti di disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi da gioco, come quello oggetto di gravame, può essere disconosciuta adeguatezza ovvero idoneità allo scopo, trattandosi di misure che, incidendo sull’offerta del gioco d’azzardo, ne limitano la fruibilità sul piano temporale, mediante uno strumento di portata generale che, al fine, pone le condizioni per la sua riduzione (TAR Lombardia – Milano, Sez. I, n. 1669/2018).

Inoltre, l’argomento secondo cui i soggetti affetti da ludopatia si indirizzerebbero verso altre forme di gioco – definite più subdole, rischiose o incontrollabili – prova troppo, poiché dimostra che comunque è opportuno limitare già una delle possibili forme di gioco (le slot machines, appunto) se altre ve ne sono a disposizione, e in ogni caso resta una affermazione non dimostrata (C.d.S., Sez. V, n. 3382/2018).

Le censure, pertanto, vanno respinte.

2.3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce che il Comune avrebbe illegittimamente omesso di comunicare l’ordinanza de qua all’Unione europea, impedendo ai competenti organi di quest’ultima di verificare se le disposizioni comunali siano o meno coerenti con i principi del libero mercato e della concorrenza.

2.3.1. La censura non persuade.

Al riguardo, è sufficiente richiamare l’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione europea secondo il quale le restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione di servizi possono essere giustificate da esigenze imperative connesse all’interesse generale, tra cui, ad esempio, la tutela dei destinatari del servizio e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco (v. in tal senso, sentenza 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11, punto 23): in quest’ottica, è ammessa dall’ordinamento dell’Unione europea l’introduzione, da parte degli Stati membri e delle loro articolazioni ordinamentali, di restrizioni all’apertura di locali adibiti al gioco, a tutela della salute di determinate categorie di persone maggiormente vulnerabili in funzione della prevenzione della dipendenza dal gioco.

La censura, pertanto, va respinta.

2.4. In definitiva il ricorso è infondato e va respinto.

2.4.1. Le spese del giudizio possono essere compensate tra le parti, tenuto conto del complesso della vicenda, ferma restando la regolazione delle spese già disposta per la fase cautelare.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.