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“L’annunciata manovra economica rivela un preciso indirizzo politico e industriale: nel gioco lecito terrestre non vige il diritto alla marginalità.

Per altri settori economici questo principio sarebbe incostituzionale ma negli ambiti assoggettati a concessione la cornice di tutele è più sfumata, perché il padrone del business è lo Stato, notoriamente “cauto” nei contesti concessori strategici (quelli che interagiscono con ambiti sensibili del Paese), “spavaldo” con le altre concessioni, soprattutto quelle che intendono “il diritto alla marginalità” in termini di diritto ad una marginalità garantita” scrive l’avvocato Michele Franzoso.

“Allo stato attuale delle conoscenze non vi è la conferma circa l’adeguamento del pay out alle nuove aliquote PREU, e pertanto l’analisi sulla marginalità per l’anno 2020 si fonda sui binomi 68% / 23% (+ 0,8) per le AWP, e 84% / 9% (+ 0,8) per le VLT.

Difronte a questi numeri la marginalità lorda di esercizio si assesta all’8,2% per il comparto AWP e al 6,2% per le VLT (anche se, di fatto, il dato è ampiamente riducibile al 5,2% per via delle peculiarità dei videoterminali, sia sotto il profilo della generazione della base imponibile, che non coincide col COIN IN, sia sotto il profilo della diversità tra R.G. e percentuale di retrocessione a ciclo chiuso).

Di fronte a queste marginalità (teoriche), il concetto che spesso viene proposto per sollecitare un ripensamento del gioco lecito come bancomat di Stato è l’insufficienza del residuo di gioco per far fronte ai costi. L’eccezione è tecnicamente irrilevante nel contesto concessorio, nel quale i costi che contano sono solo quelli derivanti dall’esercizio della funzione, senza contare l’incidenza di altre componenti economiche o pseudo economiche, in primis il valore immateriale, ma elevato e monetizzabile, del posizionamento consolidato.

Detto ciò – prosegue Franzoso – dovrebbe essere chiaro che il gioco lecito non è – e non può essere – un settore industriale come gli altri: come la gestione delle Autostrade non è assimilabile all’edilizia, così la gestione del gioco autorizzato dallo Stato non è assimilabile a nessuna altra forma di rivendita.

Bisogna quindi accettare di lavorare anche in perdita? La domanda che nasce spontanea rivela le peculiarità del gioco lecito terrestre, nel quale sono sorte figure imprenditoriali operativamente decisive – in alcune fasi storiche – al di fuori della filiera basica “concessionario – retail”; in primis quella del gestore e del produttore di apparecchi.

Senza la loro opera il “sistema” non sarebbe partito, non sarebbe cresciuto, non si sarebbe consolidato come una realtà rara, ovvero quella di una offerta di prodotto pubblico in grado di tenere testa e spesso sconfiggere la concorrenza dell’offerta illegale.

Oggi, però, sono loro, più dei concessionari, che soffrono la crisi dell’erosione della marginalità (e poco importa se per PREU alto, per altri costi usciti dal controllo, come il ricambio schede coatto a ritmi insostenibili, o il distanziometro orario-metrico). Oggi, sono loro, più dei concessionari, a prospettare una deriva occupazionale seria per le loro 50.000 maestranze.

Il motivo? semplice. Il gestore non è – per la maggior parte dei casi – Concessionario, e quindi è sottoposto all’economia reale delle imprese normali, ma anche allo spietato meccanismo del sub-appalto, che diventa ancor più spietato in presenza di una stazione appaltante – concessionaria pubblica.

Le conseguenze? Prevedibili. Molti gestori scompaiono, pochi restano; dei pochi che restano, infine, finiscono in crisi coloro che, non riuscendo a mantenere l’efficienza delle proprie economie di scala, si contaminano con “dis-economie di scala”; dalla crisi restano immuni (o per meglio dire ne escono indenni) solo quelli che hanno ben chiaro il posizionamento della loro impresa tra l’incudine della stazione appaltante e il martello della fiscalità.

Ma allora la soluzione qual è? Fare il service? Acquisire di tutto e di più? Ottimizzare un “noleggio medio-piccolo” e compatto? Farsi comprare e diventare dipendenti? La soluzione sicuramente c’è, e sicuramente non vale per tutti, perché ogni azienda fa storia a sé, e il compito dell’imprenditore è semplicemente quello di “trovarla”, magari facendosi aiutare da un consulente che possa fargli meglio comprendere come ri-collocarsi nel segmento di business meno arido. L’unica cosa da non fare è “attendere gli eventi senza reagire” aspettando che chissà quale entità organizzi e provochi eventi così eclatanti da far ritornare indietro tasse e distanziometri, consegnando il proprio futuro alle rivendicazioni piuttosto che alle competenze” conclude Franzoso.

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