Ciò che afferma il ristoratore pesarese Umberto Carriera è condiviso da ristoratori e baristi che hanno annunciato la loro partecipazione alla manifestazione #IoApro. Allo steso tempo è duramente criticato: il ristoratore viene descritto come un irresponsabile e l’iniziativa accusata di insensibilità verso le persone che soffrono a causa del COVID-19.

I ristoratori sostengono di non essere gli untori, che dopo la prima ondata di Coronavirus si sono organizzati e hanno attuato tutte le misure di prevenzione contenute nei protocolli anti contagio disposti in concerto dalle più importanti Istituzioni italiane deputate alla gestione dell’emergenza Coronavirus. Che rimarrebbero volentieri a casa piuttosto che riaprire ma non possono farlo perché il passare del tempo in fase di stallo e di inattività significa la chiusura definitiva degli esercizi, perché i loro dipendenti non hanno ricevuto ristori sufficienti per vivere e chiedono aiuto (solo di poter lavorare!).

La critica, invece, è sostanzialmente questa: si chiede al ristoratore di rimandare l’apertura, di continuare a pazientare e puntualmente arriva il ricatto dei ristori che (sostengono) sono arrivati a tutti.

Gli operatori del gioco pubblico conoscono il fenomeno dei ristori e sanno bene quanti sono arrivati e di che importi.

Nessuna considerazione viene fatta invece sulle condizioni del trasporto pubblico, della scuola e di altre attività gestite direttamente da pubbliche amministrazioni dello Stato che restano comunque aperte ma non hanno adottato alcuna disposizione efficace al contrasto della diffusione del COVID-19.

Non si parla più di tracciamento dei positivi e dell’App Immuni, per cui si è tanto parlato e speso, ci siamo persino dimenticati.

Nelle ragioni dei ristoratori si riconosce tutto il comparto dei giochi e soprattutto coloro che nella vita si sono distinti per il lavoro svolto e per aver evitato di accedere a qualsiasi forma di assistenza statale.

Venerdì 15 gennaio, 50 mila attività tra bar, ristoranti, ma anche palestre e piscine terranno aperti i battenti e serviranno i propri clienti a prescindere delle norme in vigore nel territorio in cui si trovano.

Saranno loro a contribuire alla diffusione del contagio?

Certo rischiano sanzioni, in alternativa quello che è sicuro invece è il fallimento delle loro attività.