L’avv.Marco Ripamonti e il dott.Riccardo Ripamonti, su richiesta della Redazione Jamma comunica delle brevi considerazioni sulla circolare emessa dal Viminale per il green pass:

«La Circolare reca, a nostro avviso, disposizioni troppo generiche, che pongono gli esercenti e, nel caso specifico, titolari di sale gioco, per l’ennesima volta, in una situazione di estrema incertezza operativa.

Come noto, la funzione di controllo, cui gli esercenti sono stati incaricati, si articola in due fasi:

  • la prima, obbligatoria, consistente nella “verifica del possesso della certificazione verde da parte dei soggetti che intendano accedere alle attività per le quali essa è prescritta”;
  • la seconda, discrezionale, consistente nel richiedere al cliente il documento d’identità, per verificarne la corrispondenza con i dati anagrafici contenuti nel green pass esibito.

Tale seconda verifica, in particolare, diviene obbligatoria “nei casi di abuso o elusione delle norme, come, ad esempio, quando appaia manifesta l’incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione”, e “dovrà in ogni caso essere svolta con modalità che tutelino anche la riservatezza della persona nei confronti di terzi”.

Laddove, poi, le forze dell’ordine (incaricate di verificare la regolarità di tali controlli) dovessero accertare la non corrispondenza fra il possessore della certificazione verde e l’intestatario della medesima, la sanzione risulterà applicabile anche all’esercente, in caso di “palesi responsabilità” di quest’ultimo.

Diverse sono le perplessità che emergono dalla lettura della circolare in esame. In quali casi le responsabilità dell’esercente possono ritenersi “palesi”? Sussistono criteri oggettivi per valutare “ictu oculi” i dati anagrafici degli avventori, oppure si tratta di una valutazione lasciata alla mera discrezionalità dell’esercente, che potrà fare affidamento solo su proprie, mere percezioni?

E con quale metro di giudizio tali percezioni saranno poi valutate dall’Autorità pubblica, nello stabilire se tale responsabilità sia “palese” al punto da meritare una sanzione?

Ed infine, quali sono le “modalità” con cui l’esercente dovrebbe verificare l’identità degli avventori senza ledere la riservatezza della persona?

Ebbene, a fronte di tali interrogativi, ad essere “palese” sembra solo l’indeterminatezza della circolare in parola. Le disposizioni ivi contenute, invero, non consentono all’esercente di prevedere, ex ante, i comportamenti assoggettabili a sanzione.

Ciò comporta una piena violazione dei principio di tassatività e determinatezza delle sanzioni amministrative, individuabile non solo a livello legislativo (art. 1, l. 689/81), ma pure, in via interpretativa, a livello costituzionale (art. 25, co. 2 Cost.) e sovranazionale (art. 7 CEDU).

Si tratta di uno dei principi cardine dello “Stato di diritto”, secondo cui è opportuno che il precetto sanzionatorio abbia una formulazione il più possibile chiara e determinata, tale da porre il cittadino nella condizione di prevedere, già prima di agire, le specifiche condotte per cui rischia di incorrere in sanzione.

In altri termini, nessuno può essere sanzionato per una condotta di cui non erano chiari, ex ante, i profili di illiceità.

La circolare, in definitiva, presenta una formulazione atecnica e ambigua, che presterà sicuramente il fianco a numerosi problemi applicativi».

Ulteriori e più specifiche considerazioni verranno a breve pubblicate sulla pagina facebook dello Studio Legale Ripamonti (@studiolegaleripamonti).