Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno e Comune di Prato in cui si chiedeva la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Seconda) n. 348/2020, resa tra le parti, avente ad oggetto la domanda di annullamento del provvedimento (prot. nr. 009171) datato 19 febbraio 2019 a firma del Questore della Provincia di Prato con il quale è stata rigettata la domanda presentata ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S., per “mancato rispetto delle distanze da luoghi sensibili”; della nota 25 marzo 2019 (Div. 99 – 2019) a firma del Responsabile dell’U.O. Attività Produttive del Comune di Prato; di ogni altro atto ad essi presupposto e conseguente, ivi compresi: i) la nota di riscontro del 14 gennaio 2019 (P.G. 7364) Servizio Governo del Territorio del Comune di Prato, comprensiva della nota della P.M. Nucleo Polizia Commerciale dell’8 gennaio 2019; ii) la nota del Comune di Prato (P.G. 25880) dell’11 febbraio 2019, entrambe richiamate per relationem dai suddetti provvedimenti.

Si legge: “La (…), subentrata al precedente gestore, ha impugnato in primo grado, con ricorso al TAR Toscana il provvedimento amministrativo che ha rigettato l’istanza del suo dante causa finalizzata all’apertura, all’interno del negozio di scommesse, di uno spazio dedicato al gioco lecito con vincite in denaro mediante apparecchi videoterminali.

1.1. Il rigetto, opposto al dante causa della ricorrente, è stato giustificato con la mancanza della distanza minima di legge di 500 m. tra la sede del negozio di scommesse e la Palestra (…), sita in Prato via (…).

2. La ricorrente ha chiarito, dinanzi al TAR, di avere interesse all’impugnativa dell’atto, benchè lo stesso fosse indirizzato al dante causa, volendo anch’essa avanzare analoga richiesta di apertura di spazio dedicato al gioco lecito con vincite in denaro mediante apparecchi videoterminali. Istanza poi, in effetti, avanzata il successivo 8 maggio 2019.

3. Succedeva che, nelle more del procedimento, in data 21 maggio 2019, la palestra (…), ossia la struttura la cui ravvicinata collocazione si era posta quale ostativa all’apertura dell’attività richiesta dalla ricorrente, si spostava in via (…), permanendo comunque ad una distanza inferiore a 500 metri tra la sede della ricorrente e la palestra.

3.1. La Questura di Prato rigettava anche questa volta l’istanza, ponendo a fondamento il mancato rispetto della distanza di 500 m dalla palestra, qualificata come luogo sensibile.

4. Il nuovo provvedimento è stato impugnato da (…) con ricorso per motivi aggiunti, sulla base di due fondamentali doglianze: a) la palestra non potrebbe essere considerata un “centro sportivo” (fattispecie ostativa contemplata dal regolamento comunale); b) lo spostamento della palestra configurerebbe una “nuova apertura”, in guisa che dovrebbe trovare applicazione la previsione regolamentare che applica il divieto solo i centri sportivi già esistenti.

5. Il TAR ha respinto il ricorso. Ha osservato, il TAR, che la Palestra (…) risulta affiliata al CONI, ai fini sportivi, già dal 19.2.2013, ed è dunque “difficile negare che in essa si pratichi attività sportiva, anche ai sensi dell’art. 4 della legge regionale n. 57 del 2013”. Inoltre, quanto alla contestata violazione dell’art. 5, comma 2, del “Regolamento per l’esercizio del gioco lecito” del Comune di Prato – a mente del quale i centri socio-ricreativi e sportivi privati possono considerano luoghi sensibili “ostativi” solo se “le attività socio-ricreative e sportive risultano in essere da almeno 12 mesi” – il TAR ha osservato che tale lasso temporale “ha senso con riferimento alle strutture che siano effettivamente di nuova apertura, nel senso che esse nella prima fase di operatività non possono costituire un centro significativo di aggregazione, dovendo ancora coinvolgere un’utenza interessata alle prestazioni in esse svolte. Ben diversa è l’attuale fattispecie, nella quale la palestra esisteva già ed era già stata individuata come luogo sensibile, dal quale quindi doveva misurarsi la distanza minima per l’apertura di uno spazio di gioco lecito. Si tratta cioè di un semplice spostamento della struttura sportiva, che verosimilmente si porta dietro l’utenza già fidelizzata, e che rimane al di sotto della distanza minima di legge dalla ricorrente”.

6. La società (…) insiste in appello. Deduce, innanzitutto, che la palestra non era ancora operativa al momento dell’emanazione del diniego (non v’erano insegne, nè indicazioni). Ciò premesso in fatto, sostiene che è alla luce del principio tempus regit actum è al momento dell’emanazione dell’atto che occorrerebbe avere riguardo per valutare le condizioni di legittimità, non già al momento della domanda come sostenuto in prime cure.

Sostiene altresì che il trasferimento aliunde di una struttura esistente si sostanzierebbe sempre in una trasformazione fisico-materiale, rappresentando, perciò solo, una “nuova apertura”, sebbene allo spostamento dei locali possa talora corrispondere una traslazione della clientela già fidelizzata.

In ogni caso, secondo l’appellante, di una nuova apertura si tratterebbe in quanto, dopo aver segnalato la cessazione dell’attività svolta presso la precedente struttura posta in via (…), la società (…) ha comunicato ed autocertificato all’Amministrazione comunale non già il trasferimento, ma l’apertura dell’attività nei nuovi locali posti in via (…).

L’appellante, ancora, deduce, in chiave critica rispetto alle statuizioni del TAR, che quella esercitata dalla (…) presso i nuovi locali di via (…), rappresenterebbe un’attività di semplice “palestra” privata, certamente non censita dal comune di Prato quale centro sportivo di “rilevanza cittadina” e “territoriale”. L’ampia latitudine che il TAR ha attribuito al concetto di “centro sportivo” striderebbe con il principio di certezza del diritto e prevedibilità dell’azione amministrativa.

6.1. Infine, riproponendo una censure asseritamente assorbita in primo grado, l’appellante sostiene che le amministrazioni chiamate in giudizio avrebbero dovuto dimostrare che il preteso luogo sensibile posto in prossimità dei locali gestiti dalla ricorrente è provvisto di tutti i requisiti di conformità alla normativa vigente e, in particolare, la sussistenza di: i) un’idonea destinazione d’uso dei locali comprovata da appositi titoli edilizi; ii) del rispetto della normativa edilizia, urbanistica, igienico-sanitaria, ambientale e sicurezza nei luoghi di lavoro; iii) della conformità alla L. n. 46/1990 degli impianti tecnologici installati; iv) del rispetto dei requisiti minimi delle norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio degli impianti sportivi, stabiliti dal D.M. 18 marzo 1996; v) della conformità alla normativa antincendio di cui al D.P.R. n. 151/2011; vi) del possesso di polizza assicurativa per danni cagionati a terzi e derivanti dalle attività praticate nella struttura; vii) degli ulteriori requisiti richiesti dalla L.R. Toscana n. 21/2015 e dal Regolamento n. 42/R del 5 luglio 2016 per il legittimo esercizio dell’attività in questione.

Come correttamente osservato dalla difesa del Comune di Prato, la palestra (…), trasferitasi, nel maggio 2019, nei locali di (…) era già presente dal 2010 nei locali di (…), a distanza inferiore ai 500 metri prescritti dalla legge regionale, e in tale sede era adeguatamente segnalata da cartellonistica e insegne di rilevanti dimensioni, assolutamente visibili dalla pubblica via. Sia la ricorrente, che la sua dante causa ancor prima, al momento della presentazione delle rispettive istanze volte all’ampliamento della offerta di gioco, erano dunque ben consce che, a distanza inferiore a quella di legge, era presente una palestra.

Il fatto che, nelle more della determinazione amministrativa, la palestra si sia trasferita in via (…), e che alla data di adozione del diniego impugnato non fosse ancora presente la cartellonistica su fronte strada, non possono dunque essere considerate circostanze tali da comprovare una oggettiva non conoscibilità dell’attività ostativa (è a questa condizione che l’art. 4 comma 2 della legge regionale n.57/2013 ha riguardo quando pretende che i centri sportivi siano adeguatamente segnalati da insegne o altra pubblicità).

La tesi, poi, che il trasferimento sia scomponibile in una chiusura e in una successiva riapertura, con soluzione di continuità del periodo storico di permanenza della struttura, pecca di formalismo, sol che si consideri l’assoluta identità delle prestazioni svolte, la vicinanza fra i due locali (la nuova palestra si trova praticamente di fronte al la precedente), nonché la circostanza che nella SCIA presentata in Comune dalla (…), la data di cessazione dell’attività nei vecchi locali di via (…) è stata denunciata per la data del 22.05.2019 mentre per l’avvio dell’attività nel nuovo stabile risulta indicata la data del 21.05.2019.

Quanto alla perimetrazione del concetto di “centro sportivo” ai fini della sua qualificazione come luogo sensibile, correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto rilevante a tali fini l’affiliazione della palestra (…) al CONI ai fini sportivi già dal 19.2.2013. Tale affiliazione, e le caratteristiche fisiche della palestra, caratterizzata da spazi, attrezzi e servizi accessori per l’esercizio di attività sportiva aperto a un numero rilevante di persone, ne fanno una struttura certamente sussumibile, sotto il profilo della cennata “sensibilità”, nella nozione di centro sportivo di cui alla L.R. Toscana n.57/2013, senza alcun vulnus al principio di certezza del diritto.

Infine, quanto alle censure assorbite in primo grado e qui riproposte, il Collegio non condivide l’impostazione dell’appellante, secondo la quale l’amministrazione sarebbe onerata della prova della regolarità edilizia del centro sportivo. L’unica cosa che si può esigere dall’amministrazione è che essa renda accessibili gli atti autorizzativi, in guisa che l’interessato possa strumentalmente contestarli. Risulta dagli atti che l’amministrazione, a ciò abbia provveduto. L’appello è dunque da respingere”.