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NEWSLOTAlberto Sordi nella commedia all’italiana diede vita a una moltitudine di personaggi che è facile identificare come i rappresentanti dell’italiano medio degli anni del post-guerra.

Un popolo affamato, ferito, conquistato, derubato e saccheggiato ma certamente fiero della sua dignità, forte delle sue convinzioni e determinato nel rivederle pur di costruire qualcosa di buono in totale libertà e democrazia.

Il ministro Luigi Di Maio, analogamente a Sordi in passato, rappresenta oggi l’italiano medio dei nostri anni, ma quando parla di diritti e di dignità va interpretato secondo i nuovi significati che per questi termini sono stati forgiati attraverso i social network.

Il social, meraviglioso luogo dove ogni cicala può diventare cantante lirico, gratifica l’utente che è riuscito a familiarizzare con tutte quelle “manovre” tecnologiche e che quindi può usare lo smartphone – fino ad ora servito come status symbol per essere mostrato durante la cena in pizzeria del sabato sera – per far sentire la propria voce.

Non importa su quale argomento, non importa nemmeno conoscere o dimostrare conoscenza del tema: basta un post, un tweet e altri potrebbero parlare di te, condividere le tue idee, potresti persino diventare un leader di pensiero o un rappresentante associativo e perché no – se ti candidi su Rousseau anche un politico.

Una opportunità di agganciare l’ascensore sociale che non implica il sudore del duro lavoro rappresentato nelle storie raccontate dai personaggi di Sordi, non chiede nemmeno uno spregiudicato coraggio truffaldino perché non prevede pena né rischio di reato.

Allora ecco che i programmi della politica devono tener conto di questa nuova modalità nelle relazioni sociali e per essere condivisi, per generare consenso, devono puntare dritti alla soluzione, evitando tecnicismi e considerazioni razionali che ostacolano i progetti e potrebbero non essere compresi dal popolo del social.

Così se il desiderio è quello di contrastare il gioco patologico, quale soluzione può essere più semplice di quella di eleggere a nemico chi distribuisce e vende il gioco?

Di Maio, pur nella logica di un trentenne ispirato dalle migliori intenzioni, che ne può sapere di un sistema costruito negli anni per identificare e riconoscere i venditori di gioco regolamentati, di una promozione del gioco lecito attraverso la pubblicità per contrastare sul campo la distribuzione del gioco illegale?

E se comunque ne fosse consapevole come potrebbe argomentare ai suoi elettori, sicuramente meno tolleranti verso ogni tipo di discorso tecnico, circa la sostenibilità, anche economica, per un quadro regolatorio che incide su una rete di distribuzione dello Stato che garantisce il gioco lecito?

Sulla base di una ritrovata “morale italiana”, per le attività del gioco si è scelto di intervenire privilegiando il pensiero di chi, qualche volta professionalmente, si occupa delle controindicazioni e dei sgradevoli effetti collaterali di una industria, dimenticando completamente l’industria, l’indotto e i benefici erariali.

Ma poi, nel governo dello Stato si devono fare i conti, e anche per gli anni a venire: se si vuole offrire condizioni di vita e di lavoro migliori bisogna creare le condizioni economiche affinché chi offre lavoro e servizi possa essere in grado di confezionare le prestazioni richieste.

Nobile, senza alcun dubbio, ad esempio l’iniziativa di profilare anche attraverso lettori di tessera sanitaria il giocatore, ma chi deve sostenere i costi per l’implementazione della tecnologia necessaria per realizzare questa iniziativa?

Sui social si può anche sostenere che l’industria sarà costretta a farlo, ma le aziende, dopo la riduzione coatta del 35% del business appena attuata e dopo l’ennesimo incremento dell’imposta diretta, potrebbero non avere più i capitali necessari per farlo e magari nemmeno la giusta motivazione per tornare ad investire in un settore disprezzato dalla società.

Un dubbio e allo stesso tempo una minaccia – la scelta che le aziende del gioco faranno nei prossimi giorni – per la programmazione di Governo che si attende comunque introiti erariali dalle slot per un bilancio dello Stato sempre più difficile da gestire.

Ma sui social non si parla di questo, è importante esultare per l’oscuramento pubblicitario di tutti i giochi come conquista ed esempio comunitario, del brand NO-SLOT istituzionalizzato in una legge dello Stato, di ciò che la gente ama sentire.

Nei post a nessuno verrà mai il dubbio che il logo NO-SLOT in vetrina del locale potrebbe essere un meraviglioso “mantello” per nascondere altre attività di gioco proposte attraverso apparecchi alternativi alla Newslot o la VLT, quelli che non comunicano affatto con SOGEI e con il fisco.

Peraltro se in un esercizio non ci sono le slot la Guardia di Finanza è già avvertita dal logo NO-SLOT: in questo locale non è necessario fare i controlli degli apparecchi.

Peccato, la nostra democrazia del consenso ci porta inesorabilmente verso un buco nero nel quale temiamo inevitabilmente di entrare, allo stesso tempo non vediamo nemmeno il modo come poterne uscire in futuro se non con l’analisi e la rivisitazione di ogni nostro comportamento e stile di vita.

Per sconfiggere il gioco patologico basterebbe giocare responsabilmente. Non sappiamo farlo allora servono divieti, sanzioni e limitazioni delle libertà personali.

Si parla anche di crisi della rappresentatività politica. Anche per questo fenomeno ci sono diverse modalità di approccio, il più semplice è evitare il voto: basta non andare a votare oppure introdurre il divieto di voto per qualche elezione (qualcuno ha già detto che in futuro non serviranno più le elezioni); come ulteriore e più colta analisi potrebbe essere utile vietare semplicemente la pubblicità elettorale.

m.b.

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