Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società del settore giochi contro Ministero dell’Interno, Ufficio Territoriale del Governo Lecce, in cui si chiedeva la revocazione, ai sensi degli artt. 106 c.p.a. e 395, comma 1, n. 4 c.p.c., della sentenza -OMISSIS- con la quale il Consiglio di Stato ha respinto l’appello proposto dai sig.ri -OMISSIS-, avverso la sentenza del TAR Lecce -OMISSIS- e, per l’effetto, ha confermato la legittimità dell’interdittiva antimafia, prot. -OMISSIS-, adottata dalla Prefettura di Lecce nei confronti delle società -OMISSIS-, di cui gli odierni appellati sono disponenti nonché beneficiari finali.

Si legge: “1.1. I suddetti appellanti espongono in premessa che la controversia definita con la revocanda sentenza trae origine da fatti risalenti al gennaio 2014, quando le società-OMISSIS- tutte di proprietà dei ricorrenti, operanti nell’ambito del settore del gioco e della gestione di apparecchi da divertimento di cui all’art. 110, commi 6 e 7 TULPS, sono state colpite da interdittiva antimafia.

1.2. Da qui la decisione degli odierni ricorrenti di spogliarsi di ogni carica (insieme ai loro familiari) all’interno delle citate società e di conferire le quote sociali in un Trust gestito da un terzo soggetto estraneo ai disponenti.

A tale scopo venivano creati due Trust: il -OMISSIS-, è confluita l’intera partecipazione della -OMISSIS-

1.3. A seguito di tali modifiche societarie, veniva presentata una richiesta di aggiornamento dell’informativa antimafia che, tuttavia, si concludeva con il nuovo provvedimento interdittivo -OMISSIS-, basato sulla circostanza che, nonostante l’istituzione dei Trust, permanesse l’ingerenza dei disponenti nella gestione delle società.

1.4. Contestualmente veniva disposta l’amministrazione straordinaria ex art. 32 del d.lgs. 90/2014 solo per la società -OMISSIS-, anche se dopo pochi mesi interveniva l’ordinanza -OMISSIS- con la quale veniva disposto il sequestro giudiziario del patrimonio aziendale, sottoposto ad amministrazione giudiziaria.

1.5. Con ordinanza del 27.3.2015, il Tribunale del Riesame, chiamato a pronunciarsi sui ricorsi del -OMISSIS- e dei disponenti, annullava il provvedimento di sequestro, evidenziando l’insussistenza delle ipotesi di cui al 416 bis c.p. nonché delle aggravanti contestate . La pronuncia del Tribunale del Riesame veniva poi confermata anche in Cassazione.

1.6. Il -OMISSIS- in carica cedeva le proprie quote all’odierno -OMISSIS-, che chiedeva un riesame dell’interdittiva rilasciata dalla Prefettura nell’ottobre 2014, anche alla luce dei contenuti dell’ordinanza del TAR Lecce -OMISSIS-passata in giudicato, con le quali il giudice amministrativo, in altro giudizio proposto dal Trust e da -OMISSIS- S.r.l. contro il Comune di Racale e nel quale era costituita anche la Prefettura (r.g, n. 1663/2015 R.G.), aveva evidenziato la “necessità di rivalutare i presupposti sui quali poggia la motivazione dell’informativa antimafia del 21.10.2014 alla luce delle risultanze processuali di cui all’ordinanza del Tribunale del Riesame del 23.03.2015” “al fine di consentire alla Prefettura una adeguata ponderazione dei fatti.

1.7. Tuttavia, la Prefettura concludeva il procedimento de quo in senso sfavorevole agli appellanti in quanto, con il provvedimento prefettizio prot. n. 14969 del 18 febbraio 2016, confermava l’informazione antimafia interdittiva disponendo, ai sensi dell’art. 32, co. 8 e 10 del D.L. 90/2014 s.m.i., la misura del sostegno e monitoraggio dell’impresa limitatamente all’autorizzazione rilasciata dall’Agenzia dei Monopoli Regionale a -OMISSIS-

1.8. Alla fine del periodo di monitoraggio, la Prefettura ha, ancora una volta:

– da un lato, revocato il provvedimento antimafia prot. -OMISSIS-;

– dall’altro, disposto nuova informazione antimafia nei confronti anche delle società -OMISSIS-per le quali sarebbe stata accertata sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa ai sensi del d.lgs. 159/2011 e s.m.i;

– infine, disposto la straordinaria e temporanea gestione della -OMISSIS- per dodici mesi.

1.9. Da qui l’azione impugnatoria proposta innanzi al TAR per la Puglia, sede di Lecce, che, con sentenza -OMISSIS-, respingeva il ricorso, statuizione reiettiva che veniva confermata da questa Sezione, con la sentenza -OMISSIS-e qui fatta oggetto di revocazione.

Segnatamente, la Sezione riteneva che il TAR avesse dato debitamente atto che l’Amministrazione non era incorsa nei vizi denunciati dai ricorrenti in primo grado, avendo anzi esattamente e motivatamente apprezzato il quadro indiziario rinvenibile dalle vicende giudiziarie dei fratelli -OMISSIS-, nonché d’altro lato, dalla mancata adozione delle richieste misure organizzative e gestionali volte a garantire una effettiva separazione gestionale dei due nuovi trust rispetto alla proprietà.

2. Con il mezzo revocatorio in argomento i ricorrenti hanno, dunque, contestato anche la suddetta decisione, articolando i seguenti motivi di doglianza:

a) il giudice d’appello non si sarebbe pronunciato sul primo motivo di gravame con il quale gli appellanti lamentavano che l’informazione interdittiva nei confronti delle società del Trust -OMISSIS-

b) la sentenza impugnata si fonderebbe sull’assunto erroneo secondo cui l’interdittiva gravata sarebbe meramente confermativa di tutti i provvedimenti interdittivi precedentemente adottati (interdittiva antimafia della Prefettura di Lecce –OMISSIS-di contro, sarebbe mutato il quadro storico e giuridico orbitante attorno alle società anche perché nella loro relazione post monitoraggio gli esperti, lungi dal confermare i precedenti rilievi prefettizi, si sarebbero limitati ad affermare che la -OMISSIS- non si era adeguata a tutte le prescrizioni dagli stessi imposte senza indicare situazioni che effettivamente potessero determinare un pericolo di infiltrazione mafiosa per mezzo dei -OMISSIS-;

c) si porrebbero in violazione dell’art. 112 c.p.c. la valorizzazione dei precedenti penali del sig. -OMISSIS–, giacché gli stessi non sono parte della motivazione della gravata interdittiva;

d) la maggior parte dei rilievi effettuati dagli esperti – e rilevati anche da codesto Ecc.mo Collegio – atterrebbero a situazioni contingenti che, lungi dal rappresentare una forma di ingerenza dei -OMISSIS- nella -OMISSIS-, rappresenterebbero circostanze fattuali che trovano la loro origine in un periodo storico in cui i -OMISSIS- erano i proprietari della società e che al momento del monitoraggio non erano ancora state rimosse per impossibilità oggettive.

2.1. Esaurita nei termini esposti la domanda relativa alla fase rescindente, quanto al giudizio rescissorio, i ricorrenti hanno riproposto le osservazioni censoree già poste a fondamento dell’appello e di seguito sintetizzate:

a) Omessa pronuncia sul primo ed assorbente motivo di ricorso, difetto istruttorio, violazione dell’art. 3 della l. 241/90: assenza della motivazione, erronea e falsa applicazione dell’art. 84, comma 3, del codice antimafia, irragionevolezza ed illogicità manifesta, eccesso di potere.

Il TAR non avrebbe valutato che il ricorso di primo grado aveva evidenziato che l’intera struttura dell’impianto motivazionale del provvedimento interdittivo riguardava esclusivamente la società -OMISSIS-, appartenente al Trust -OMISSIS-

b) erroneità della sentenza nella parte in cui rigetta il ricorso ritenendo rilevante il rinvio a giudizio degli appellanti: travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, erronea presupposizione in fatto, ingiustizia manifesta, violazione dell’art. 112 c.p.c.

Il TAR non avrebbe altresì considerato che il ricorso di primo grado aveva dimostrato come il provvedimento interdittivo gravato fosse il risultato di una erronea e falsa applicazione degli artt. 84 e 91 del codice antimafia e dell’art. 32 del d.l. 90/14 atteso che il giudizio di permeabilità mafiosa delle società -OMISSIS-. (derivato in via automatica dal giudizio di permeabilità mafiosa elaborato nei confronti della società-OMISSIS-, sulla scorta della relazione depositata dagli esperti nominati dal Prefetto di Lecce nell’ambito della misura del monitoraggio), doveva comunque ritenersi illegittimo. Con tale relazione resa nella fase di monitoraggio nei confronti di -OMISSIS- s.r.l., infatti, gli esperti hanno evidenziato che la predetta società non aveva ottemperato alla totalità delle prescrizioni fornite dagli stessi e che questo doveva ritenersi sintomatico di una opacità gestionale e, più nello specifico, di una celata permanenza della pregressa proprietà nella gestione del Trust. In primo grado si sarebbe invece dimostrato come in realtà non vi era alcun automatismo tra la mancata ottemperanza alla totalità delle prescrizioni impartite dagli esperti e un giudizio di permeabilità mafiosa della società, dovendo, invece, sussistere elementi concreti e ben definiti che deponessero in tal senso.

Il TAR avrebbe altresì considerato determinante, ai fini del rigetto del ricorso, il recente rinvio a giudizio dei fratelli -OMISSIS- disposto dal GUP in data 27.4.2017 per il reato, tra gli altri, di associazione a delinquere di stampo mafioso, prescindendo però dall’accertamento penale avvenuto in sede cautelare sulla loro non mafiosità e partendo dal presupposto fattuale (errato) che -OMISSIS- fosse comunque riconducibile ai -OMISSIS-.

c) erroneità della sentenza per omesso scrutinio del secondo motivo di ricorso: erronea e falsa applicazione dell’art. 32, co. 8 e 10, del d.l. 90/14. Illogicità manifesta. Eccesso di potere, difetto di istruttoria.

Assumono gli appellanti che non può ritenersi predicabile nessuna automaticità tra la mancata ottemperanza, per motivazioni oltretutto ragionevoli, a parte delle prescrizioni prefettizie riguardanti l’assetto organizzativo della società e adottate nell’ambito di una misura di sostegno e monitoraggio e l’esistenza di un condizionamento mafioso.

d) erroneità della sentenza per omessa pronuncia sotto altro profilo, avendo il TAR ritenuto rilevanti ai fini dell’interdittiva le vicende personali riguardanti il sig. -OMISSIS-, invece del tutto estraneo agli interessi qui in rilievo.

2.2. Resiste in giudizio il Ministero dell’Interno. All’udienza del 24.9.2020 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

3. Il ricorso è inammissibile. Va, anzitutto, disattesa, in linea con un indirizzo già espresso da questa Sezione (cfr. Cons. St., 2 novembre 2019, n. 7486), l’istanza di rinvio avanzata dai ricorrenti e motivata in funzione della pendenza innanzi alla competente Autorità giudiziaria penale di Lecce di un ricorso proposto ex art. 34 bis, co. 6, del d.lgs. n. 159/2011. Orbene, il Collegio ritiene che, in considerazione della ferma opposizione dell’Avvocatura erariale, ed in assenza di un vincolo di necessaria pregiudizialità, sia doveroso definire il presente ricorso siccome maturo per la decisione anche in considerazione del tipo di azione qui spiegata (id est revocazione) e del rinvio già precedentemente concesso.

4. Nel dar conto di tale approdo, si rivela opportuno, anzitutto, ricostruire le coordinate normative e giurisprudenziali predicabili in subiecta materia ed alle quali ci si atterrà nello scrutinio della res iudicanda.

4.1. Com’è noto, l’art. 106 Cpa prescrive che “salvo quanto previsto dal comma 3, le sentenze dei Tribunali amministrativi regionali e del Consiglio di Stato sono impugnabili per revocazione, nei casi e nei modi previsti dagli articoli 395 e 396 del codice di procedura civile”.

A sua volta, il citato art. 395 c.p.c., prevede, tra i casi di revocazione, quello in cui (n. 4), “la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare.”

4.2. La giurisprudenza amministrativa ha da tempo perimetrato i presupposti che identificano l’errore di fatto “revocatorio”, distinguendolo dall’errore di diritto che, come tale, non dà luogo ad esito positivo della fase rescindente del giudizio di revocazione, evidenziando, in apice, che l’istituto della revocazione è rimedio eccezionale, che non può convertirsi in un terzo grado di giudizio.

4.3. Orbene, l’orientamento costante di questo Consiglio è nel senso che “Nel processo amministrativo il rimedio della revocazione ha natura straordinaria e l’errore di fatto – idoneo a fondare la domanda di revocazione, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 106 del c.p.a. e 395 n. 4 del c.p.c. – deve rispondere a tre requisiti:

a) derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto fattuale, ritenendo così un fatto documentale escluso, ovvero inesistente un fatto documentale provato;

b) attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato;

c) essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa.

4.4. Inoltre, l’errore deve apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche; esso è configurabile nell’attività preliminare del giudice, relativa alla lettura ed alla percezione degli atti acquisiti al processo quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale, ma non coinvolge la successiva attività d’interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni, ai fini della formazione del convincimento; in sostanza l’errore di fatto, eccezionalmente idoneo a fondare una domanda di revocazione, è configurabile solo riguardo all’attività ricognitiva di lettura e di percezione degli atti acquisiti al processo, quanto a loro esistenza e a loro significato letterale, per modo che del fatto vi siano due divergenti rappresentazioni, quella emergente dalla sentenza e quella emergente dagli atti e dai documenti processuali; ma non coinvolge la successiva attività di ragionamento e apprezzamento, cioè di interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande, delle eccezioni e del materiale probatorio, ai fini della formazione del convincimento del giudice; si versa pertanto nell’errore di fatto di cui all’art. 395 n. 4, c.p.c. allorché il giudice, per svista sulla percezione delle risultanze materiali del processo, sia incorso in omissione di pronunzia o abbia esteso la decisione a domande o ad eccezioni non rinvenibili negli atti del processo; se ne esula allorché si contesti l’erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o di un esame critico della documentazione acquisita” (cfr. ex multis Cons. St., sez. IV, 14 giugno 2018, n. 3671; sez. IV, 22 gennaio 2018 n. 406; sez. V, 25 ottobre 2017, n. 4928; sez. V, 6 aprile 2017, n. 1610; sez. V, 12 gennaio 2017 n. 56).

5. Tanto premesso ritiene il Collegio come sia di tutta evidenza l’insussistenza dei presupposti su cui riposa la spiegata azione di revocazione.

Del tutto fuori sesto si rivela, anzitutto, la deduzione attorea che impinge nell’assunto secondo cui il giudice d’appello non si sarebbe pronunciato sul primo motivo di gravame con il quale gli appellanti lamentavano che l’informazione interdittiva nei confronti delle società del Trust -OMISSIS-sarebbe avvenuta in assenza di una valutazione specifica della situazione delle società che ad esso mettevano capo, mai sottoposte a valutazione dalla Prefettura, aventi piuttosto ad oggetto la -OMISSIS- appartenente al Trust -OMISSIS-

5.1. Di contro, appare di tutta evidenza, ad una piana lettura del richiamato decisum, come il giudice d’appello, contrariamente a quanto dedotto, si sia fatto carico di scrutinare tale capo della domanda ritenendolo, al contempo, non meritevole di favorevole delibazione, avendo in merito sostenuto che “..la costituzione dei Trust non aveva di fatto modificato i profili di ostatività che avevano dato luogo all’originaria interdittiva”; e ciò in quanto “..i predetti rapporti di natura parentale si collocano in un intreccio di interessi economici e familiari, che consentono di desumere la sussistenza dell’oggettivo pericolo che rapporti di collaborazione intercorsi a vario titolo tra soggetti inseriti nello stesso contesto familiare costituiscano strumenti capaci di favorire l’infiltrazione mafiosa nelle diverse imprese considerate”. In altri termini, la Sezione ha tratto spunto dalle acquisizioni processuali per inferire, attraverso un giudizio di insieme che involgeva l’intero asset delle società in rilievo, che non potesse riconoscersi un’effettiva separazione gestionale dei due nuovi TRUST rispetto all’originaria proprietà. E tanto ha affermato ritenendo mutuabile dalle risultanze istruttorie la sussistenza di plurimi e convergenti indizi di possibili infiltrazioni e condizionamenti che, in una sorta di “effetto domino”, derivante non solo dai rapporti familiari ma anche da quelli proprietari e gestionali, si propagano a tutte le società facenti parte dei due TRUST.

Non è, dunque, possibile avallare la tesi di una pretesa lettura monca del materiale processuale al punto da far ritenere che il giudice d’appello, a cagione della mancata conoscenza della detta documentazione, abbia avuto una percezione dei fatti di causa diversa da quella ivi rappresentata.

E’, invece, di tutta evidenza come, contrariamente a quanto affermato, la Sezione, da un lato, abbia avuto chiara contezza del fatto che la misura del monitoraggio fosse stata applicata solo alla -OMISSIS- ricadente nel Trust -OMISSIS-, come d’altro canto fatto palese dalla coerente ricostruzione compiuta anche nella parte narrativa del decisum, e, dall’altro, per quanto qui di più diretto interesse, che il giudice d’appello abbia, con piena consapevolezza, ritenuto che la formula giuridica del Trust non si fosse rivelata in concreto idonea a schermare le singole realtà aziendali dalla originaria proprietà con conseguente permanenza di quei rischi di contaminazione già posti a fondamento della originaria informativa.

Deve sul punto concludersi nel senso che, contrariamente a quanto dedotto, questa Sezione ha avuto una chiara e corretta percezione tanto del thema decidendum che del materiale di causa sottoposto a scrutinio incentrando il proprio decisum sulla divisata valutazione che, costituendo espressione di giudizio, non può essere sindacata con il mezzo qui in rilievo.

6. Allo stesso modo, prive di pregio si rivelano le ulteriori deduzioni di parte ricorrente incentrate sul preteso fraintendimento in cui sarebbe incorso il Consiglio di Stato quanto all’assunto, ritenuto erroneo, secondo cui l’interdittiva gravata sarebbe meramente confermativa di tutti i provvedimenti interdittivi precedentemente adottati (interdittiva antimafia della Prefettura di Lecce -OMISSIS-; prot. -OMISSIS-di contro, sostengono i ricorrenti, sarebbe mutato il quadro storico e giuridico orbitante attorno alle società anche perché nella loro relazione post monitoraggio gli esperti, lungi dal confermare i precedenti rilievi prefettizi, si sarebbero limitati ad affermare che la -OMISSIS- non si era adeguata a tutte le prescrizioni dagli stessi imposte senza indicare situazioni che effettivamente potessero determinare un pericolo di infiltrazione mafiosa per mezzo dei -OMISSIS-.

6.1. Ancora una volta è sufficiente la lettura della sentenza in argomento per smentire, in radice, il costrutto giuridico dei ricorrenti. Ed, invero, nel richiamato decisum si dà espressamente atto nella parte motiva (par. 10) delle “..rilevanti modifiche che hanno interessato le sopraindicate società tramite la costituzione di due TRUST e dei rilevanti sviluppi processuali della vicenda giudiziaria degli appellanti, originari titolari delle società -OMISSIS- -OMISSIS- e -OMISSIS-s.r.l.”, evoluzione che, peraltro, è stata analiticamente ricostruita nella parte narrativa della medesima sentenza. Il giudice d’appello ha, dunque, avuto ben presenti le modifiche medio tempore intervenute giudicandole, ciò nondimeno, alla stregua delle evidenze processuali non idonee a modificare i profili di ostatività che avevano dato luogo all’originaria interdittiva a cagione della ritenuta permeabilità della nuova gestione rispetto al quadro degli interessi economici riconducibili alla precedente amministrazione. Ed è nella suddetta prospettiva che la sentenza, in modo dinamico, tiene conto dell’intero vissuto delle realtà aziendali qui in rilievo, richiamando anche i precedenti provvedimenti prefettizi (interdittiva antimafia della prefettura di Lecce -OMISSIS-; prot. n. 14969 del 18.2.2016; prot. n. 81741 del 21.9.2016), dei quali peraltro vi è espressa menzione nel preambolo dell’interdittiva qui in contestazione ad ulteriore riprova di un filo conduttore che – quanto ai presupposti essenziali per l’applicazione della misura in argomento – il giudice d’appello ha ritenuto giammai interrotto dai mutamenti sopra richiamati che hanno sì imposto l’adeguamento e l’aggiornamento delle originarie valutazioni e che, però, ad oggi, quanto alle relative risultanze, non risultano smentite.

7. Ad un diverso approdo non possono, poi, condurre le residue doglianze con cui i ricorrenti affermano che si porrebbero in violazione dell’art. 112 c.p.c. i riferimenti contenuti in sentenza ai precedenti penali del Sig. -OMISSIS–, giacché gli stessi non sono parte della motivazione della gravata interdittiva. In disparte la riconducibilità di tale questione, semmai, alla distinta fattispecie dell’errore di diritto, è agevole obiettare la non decisività di siffatto passaggio nella trama delle argomentazioni su cui si fonda l’avversato decisum, essendo, peraltro, funzionale solo a ricostruire la rete delle relazioni familiari dei fratelli -OMISSIS- ed il contesto di pericolosità in cui si dispiegano.

8. Nemmeno hanno pregio le residue argomentazioni difensive incentrate sul fatto che la maggior parte dei rilievi effettuati dagli esperti attengono a situazioni contingenti che lungi dal rappresentare una forma di ingerenza dei -OMISSIS- nella -OMISSIS-, rappresenterebbero circostanze fattuali che trovano la loro origine in un periodo storico in cui i -OMISSIS- erano i proprietari della società e che al momento del monitoraggio non erano ancora state rimosse per impossibilità oggettive.

Anche sotto tale distinto profilo nessuno errore percettivo ha influenzato la sentenza qui impugnata: il Collegio ha, infatti, avuto chiara contezza delle emergenze evincibili dalla relazione degli esperti e ritenuto condivisibile la diversa valutazione sul piano sintomatico svolta dalla Prefettura prima e dal giudice di prime cure poi.

Tale contestazione involge il giudizio finale reso, in via di sintesi, dal giudice procedente nel vaglio critico dell’intero materiale laddove l’errore revocatorio non può che riferirsi all’attività preliminare del giudice, relativa alla lettura ed alla percezione degli atti acquisiti al processo quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale, ma non coinvolge la successiva attività d’interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni, ai fini della formazione del convincimento.

Ritiene, dunque, il Collegio che le deduzioni affidate all’azione qui in rilievo non abbiano fondamento dal momento che, talvolta, trovano smentita già in punto di fatto, in quanto offrono una lettura della sentenza fatta oggetto di revocazione non coerente con il suo esatto significato, e, talaltra, attraggono nel fuoco della contestazione le implicazioni in termini di risultato probatorio e di giudizio che il giudice d’appello ha inteso trarre dallo scrutinio del materiale probatorio acquisito agli atti del giudizio.

Tale è, dunque, il reale significato delle contestazioni veicolate con la domanda in epigrafe che involge la diversa esegesi delle acquisizioni processuali in relazione, peraltro, a punti dirimenti della controversia, fatti oggetto di diretto scrutinio da parte del giudice procedente, con decisione che, pertanto, resta qui non sindacabile.

Conclusivamente il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.

Condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in € 4.000,00 (quattromila/00)”.